RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 1999
MASSIMO DE CAROLIS
FORME DI VITA IN GIOCHI LINGUISTICI
SONO USCITI IERI PER LA QUODLIBET I DIARI 1930-32 E 1936-37 DI LUDWIG WITTGENSTEIN, A CURA DI RANCHETTI E TOGNINA
Un prezioso zibaldone in cui Wittgenstein intreccia riflessioni sui propri affetti e sulla cultura dell'epoca, a inquietudini religiose. E soprattutto offre spunti per superare una impasse della filosofia: come trasformare la lettera morta del concetto in possibili forme di vita
Rudolf Koder era stato collega di Wittgenstein negli anni in cui questi insegnava in una scuola elementare della bassa Austria, ed entrò in seguito a far parte della ridottissima cerchia di persone per le quali il filosofo austriaco provava realmente affetto e stima. A suggello di questa amicizia, dopo la morte di Wittgenstein sua sorella Margarete volle donare a Koder un plico di manoscritti del fratello, fra i quali due quaderni di annotazioni diaristiche, rispettivamente degli anni 1930-32 e 1936-37. Sfuggiti così alla catalogazione ufficiale, i diari in questione sono stati pubblicati solo in tempi recentissimi a cura di Ilse Somavilla, e appaiono oggi in traduzione italiana a cura di Michele Ranchetti e Francesca Tognina per le edizioni Quodlibet, col titolo Movimenti del pensiero. A rigore, il termine "diari" è in questo caso piuttosto improprio. E' vero che Wittgenstein annota nei quaderni anche degli episodi concreti della sua giornata e, soprattutto, una quantità ingente di osservazioni di tipo introspettivo sui propri affetti e sentimenti - ricorrendo anche in questo caso, come nei cosiddetti Diari segreti, a un codice criptato per le annotazioni più intime. Tuttavia, questo materiale diaristico è inscindibilmente intrecciato a osservazioni di ordine prettamente filosofico, inquietudini religiose e riflessioni sull'arte e la cultura del suo tempo, in una sorta di rimuginazione continua e frammentaria, che più che a un diario fa pensare a quel genere di composizione letteraria mista che un tempo era designata come zibaldone o quodlibet (in occasionale e felice assonanza col nome dell'editore italiano). Questa struttura multiforme, tipica del resto di tutti i quaderni di Wittgenstein, ha come singolare conseguenza quella di offrire diversi livelli di lettura, a seconda di quanto siano profondi l'interesse e la disponibilità del lettore a percorrere i sentieri per lo più interrotti del labirinto filosofico che prende forma in questi testi. Il livello più semplice è, ovviamente, quello della vicenda biografica dell'autore, notoriamente così singolare e romanzesca da aver ridato vita (in forma letteraria o cinematografica) a un genere che sembrava scomparso dall'antichità: quello dell'aneddotica filosofica. Alla massa già ingente di aneddoti (la catena di suicidi in famiglia, la rinuncia francescana alla ricchezza ereditata, gli eremitaggi nel fiordo di Skjolden e il viaggio in Unione Sovietica) questi diari aggiungono ora la testimonianza diretta di almeno due episodi salienti: il difficile e tormentato rapporto d'amore con Marguerite Respinger (l'unica donna che abbia avuto un peso nella vita affettiva del filosofo) e la sofferta decisione di Wittgenstein di scrivere e consegnare a parenti e amici una dettagliata confessione di quelle che lui stesso considerava le sue colpe più gravi, prima fra tutte quella di aver omesso o minimizzato la propria origine ebraica. A un livello di lettura già più raffinato, le annotazioni di Wittgenstein possono inoltre valere come documento esemplare di quel momento breve e straordinario della cultura europea moderna che fu la Vienna degli ultimi anni dell'impero asburgico: la Vienna di Freud, di Musil o di Kraus che, in un classico della storia delle idee, Toulmin e Janek già battezzavano "la Vienna di Wittgenstein". "Loos, Spengler, Freud e io apparteniamo tutti alla stessa classe che è caratteristica di quest'epoca", scrive appunto Wittgenstein in questi diari, e ingaggia con i suoi contemporanei un serrato confronto critico allo scopo di mettere a nudo la verità profonda di quella "classe" e di quest'"epoca", di cui nei diari sono testimoniati tutti i motivi essenziali: la percezione dello sgretolamento di un mondo, l'ansia di una catarsi radicale non solo della cultura ma dell'eticità in senso lato, l'oscillazione tra un freddo rigore razionale e l'inquietudine esistenziale più profonda. Per quanto indubbiamente significative sul piano della storia delle idee, è un fatto però che queste acquisizioni sfiorano appena il contenuto più proprio della filosofia di Wittgenstein e, soprattutto, lasciano in ombra il solo aspetto che può fare di questi quaderni un documento realmente insostituibile, e cioè il legame intimo ed essenziale fra la concreta esperienza di vita di Wittgenstein e il suo lavoro filosofico vero e proprio - un legame che Wittgenstein stesso rimarca, fin dal brano che ha ispirato il titolo del volume: "il movimento del pensiero nel mio filosofare lo si dovrebbe ritrovare nella storia del mio spirito, dei suoi concetti morali e nella intelligenza della mia posizione". Non è in questione qui un generico luogo comune sul nesso tra vita e pensiero, ma un problema centrale della filosofia di Wittgenstein. In effetti, già all'epoca del Tractatus il senso etico della filosofia valeva come il suo più proprio contenuto; in questi anni, però, il valore delle forme di vita come fondamento ultimo del senso penetra fin nell'interrogativo più essenziale della logica, quello sul significato delle proposizioni: "ciò che rende profonda una proposizione religiosa è l'applicazione: la vita che conduce colui che vi crede", "se si vive diversamente, si parla diversamente. Con una nuova vita s'imparano nuovi giochi linguistici". Il vincolo tra giochi linguistici e forme di vita, di cui ci è offerta qui quasi la genesi in presa diretta, sarà il tema dirompente delle Ricerche filosofiche - da cui l'osservazione che "il movimento fondamentale del mio pensiero è oggi un movimento del tutto diverso rispetto a 15 o 20 anni fa". Di questo lento ma decisivo spostamento d'asse i diari offrono una testimonianza diretta, il cui primo elemento essenziale è la centralità della tematica religiosa. Più in concreto: l'intera meditazione è spinta dall'ansia per una possibile conversione, e cioè appunto per l'acquisizione di una forma di vita nuova, il cui senso non può quindi essere né chiarito né compreso perché, per definizione, si mostra solo a chi sia già esistenzialmente insediato in essa: "queste immagini ed espressioni vivono solo in una sfera elevata della vita, solo in questa sfera possono essere usate a buon diritto". Pur fungendo però da detonatore per le nuove intuizioni filosofiche, le esperienze religiose non fanno che mettere a nudo una difficoltà che è interna a qualsiasi forma di vita: il fatto cioè che il senso delle espressioni linguistiche poggia su un piano primario di esperienza in cui le parole sono indistinguibili dalla prassi, un piano che è accessibile, per così dire, solo dal suo interno. Di qui la profondità di un esperimento mentale accennato nei diari, quello di "immaginarci un mondo in cui gli uomini religiosi si differenziano da quelli irreligiosi solo perché nell'incedere quelli hanno lo sguardo orientato verso l'alto mentre questi guardano dritto... voglio dire che in questo caso la religiosità non apparirebbe affatto espressa in parole e che però quei gesti direbbero così tanto e così poco quanto le parole dei nostri testi religiosi". Nella filosofia contemporanea - nella teoria degli speech acts o in quella dell'agire comunicativo - questo vincolo fra linguaggio e prassi è stato rimarcato in termini a volte fin troppo enfatici, ma è andato completamente perso il senso esistenziale ed etico che circonda l'intera problematica in queste pagine di Wittgenstein. Tutto il lavoro logico di analisi e di chiarificazione delle forme linguistiche si rivela qui infatti il correlato, sul piano del pensiero, dello sforzo quotidiano di liberare la propria vita dall'"impudicizia" e dalla "vanità", di vivere e pensare "in modo non torbido", seguendo l'ideale etico di un uomo la cui vita "sia guidata da ispirazioni in tutte le sue azioni". L'unità dei due momenti, che i diari aiutano a ricostruire, permette insomma non solo di cogliere in modo più autentico alcuni passaggi speculativi della filosofia di Wittgenstein, ma forse persino di mettere a fuoco una difficoltà essenziale della filosofia del presente: l'incapacità cioè di tradurre l'elaborazione teorica in un progetto etico-pratico all'altezza della contemporaneità, di trasformare la lettera morta del concetto in possibili forme di vita.
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