| VOGLIONO METTERCI LA CINTURA DI CASTITÀ | NON VORREI lasciarmi andare a giudizi che potrebbero sembrare offensivi, ma questo voto trasversale che vietando la procreazione assistita alle coppie sterili ha di fatto affondato l'intera legge è frutto al tempo stesso di marchiana ignoranza e di deteriore furbizia politica. La stessa ignoranza purtroppo - e il fatto è ancora più grave - si coglie negli entusiastici commenti dei vescovi guidati da quel cardinal Ruini che capeggia sempre più chiaramente l'ala conservatrice e retrograda della Chiesa e si propone (o viene proposto) come uno dei più autorevoli aspiranti alla Cattedra di San Pietro. Sulla furbizia politica c'è poco da spiegare, tanto essa appare lampante a qualunque osservatore: le formazioni politiche che ambiscono ad una legittimazione da parte della Chiesa sono ormai numerose; se ne contano almeno cinque (i tre spezzoni ex democristiani più Alleanza nazionale e Forza Italia) alle quali va aggiunta quella appena costituita da Romano Prodi che, nel giorno stesso della formazione del suo nuovo partito, si è affrettato a recarsi a Montecitorio (di cui non è un frequentatore abituale) per votare in conformità alle richieste vescovili.
Quando la Dc imperava nel panorama politico nazionale, essa non aveva un particolare bisogno di distinguersi rispetto alle esigenze della gerarchia. Lo faceva - eccome se lo faceva - per legame naturale, per rappresentanza esclusiva dei cattolici politicamente impegnati. Ma questa esclusività le dava anche la possibilità di dissentire e di opporsi alle richieste clericali più insopportabili; ciò avvenne con De Gasperi nella lunga vertenza che oppose la Dc ai Comitati civici di Gedda; e così avvenne con Moro, una prima volta quando cercò e realizzò il governo con i socialisti e una seconda quando cercò e realizzò l'ingresso del Pci nella maggioranza parlamentare. Ci rimise la pelle, povero Moro, e fu pianto con amare lacrime da Papa Paolo VI Montini, che nella Chiesa di allora era in minoranza (e ancor più lo sarebbe in quella di oggi).
Ma veniamo all'ignoranza, alla rozzezza culturale di cui il voto dell'altro ieri è l'eclatante conferma. Quei 250 deputati che l'hanno espresso hanno commesso una sorta di delitto legislativo scambiando i diritti con i doveri e arrivando all'assurdo di proibire per legge l'esercizio dei diritti. IO NON SO se tutti i 250 ne sian stati consapevoli, ma la maggior parte certamente sì, visto che in una società che si pretende liberal-democratica questi argomenti vengono analizzati e dibattuti quasi ogni giorno; sicché l'ignoranza può essere attribuita, quasi come una parziale esimente, a coloro dei 250 che non sapevano e non capivano ciò che stavano commettendo. Agli altri, alla maggior parte di quest'alleanza tra i cattolici e la destra, si attaglia meglio rozzezza culturale e spregio di quei famosi valori condivisi che è diventata una giaculatoria tanto frequentemente riproposta quanto assolutamente ipocrita. Il primo valore che dovrebbe essere condiviso da tutti in una società liberal-democratica è appunto quella della distinzione netta tra i diritti e i doveri con tutto ciò che ne segue sul piano dei comportamenti e delle leggi. E che cos'altro si può poi condividere se questo principio fondamentale, questo principio primo di ogni convivenza moderna viene così tranquillamente violato?
La legge positiva in un libero Stato non può in nessun modo prescrivere i comportamenti degli individui imponendo loro divieti. I divieti, e quindi i doveri legalmente configurabili, sono accettabili soltanto quando impediscono un comportamento lesivo di un diritto altrui. "Non uccidere", "non rubare", ma perfino "non calpestare l'erba sui prati" sono divieti posti a salvaguardia di diritti individuali inalienabili che vanno tutelati per evitare che una società si trasformi in un caos dove ciascuno si fa legge per sé e la impone a tutti gli altri. Queste non sono società libere ma modelli di "Far West".
Nel campo dei diritti individuali, invece, la legge nulla può e deve statuire se non regolamentare l'esercizio del diritto ove sia necessario farlo. Questo dibattito già avvenne ai tempi delle memorabili battaglie sul divorzio e sull'aborto, sicché sappiamo tutti di che cosa si tratti. Chi vuole divorziare non lede alcun altro diritto, semplicemente pone fine ad un'unione andata male. Chi vuole abortire nei primi giorni del concepimento non lede nessun altro diritto.
Su questa questione - i diritti dell'embrione - si è aperta da molti anni una disputa: se cioè l' embrione (che è cosa ben diversa dal feto già organizzato come individualità) possa esser considerato titolare di diritti e come tale protetto in quello che è il diritto numero uno, cioè il diritto alla vita. È noto che i cattolici la pensano in proposito diversamente dai laici ma non è questa la sede per riaprire un'antica diatriba. La legge italiana, confermata da un referendum popolare, non considera l'embrione nei primi giorni del concepimento come un individuo tutelabile dalla legge, ma impone tuttavia motivazioni e giustificazioni comprensibili della donna alla sua scelta di abortire. Il caso qui ricordato dell'aborto e delle diatribe che portò con sé non ha nulla a che vedere comunque con quello della procreazione assistita per coppie sterili, e quando si dice coppie sterili s'intende sterili in ciascuno dei suoi due componenti. Qui si tratta, all'evidenza, di un puro diritto che la coppia non può che esercitare di comune accordo ricorrendo al seme o all'ovocita di un terzo donatore. Dov'è la violazione di un diritto altrui? Non ce n'è alcuna traccia. Ma c'è, semplicemente, un pregiudizio arcaico che ricorda la medievale cintura di castità che probabilmente nel civilissimo Medio Evo non fu mai applicata ma che divenne ben presto un archetipo maschilista nei rapporti con le donne. Ma qui, nel caso specifico, la cintura di castità non è neppure chiusa sui fianchi della donna, ma anche su quelli del marito o del compagno il quale, pur consenziente a far ricorso ad un donatore estraneo, non può farlo, non può esercitare il suo diritto a crescere un figlio e ad avere una discendenza perché Fini, Casini, Marini e Prodi così hanno deciso tra gli incoraggiamenti e gli applausi del cardinal Ruini e della sua gente. L'incongruità di questo voto risulta ancor più macroscopica se si considera l'istituto dell'adozione. Il figlio adottivo è concepito e generato in un'altra famiglia; lì nasce (e non si tratta di un seme e neppure di un embrione) lì cresce i primi mesi o anni della sua vita, contrae affetti e abitudini; ma poi, per le più varie circostanze di solito da attribuirsi a povertà o a cataclismi naturali o politici, cambia famiglia, viene adottato, incontra altri genitori, spesso altri fratelli, trasloca in altri paesi, deve imparare altri linguaggi e frequentare altre scuole. Vorrei chiedere ai 250 votanti dell'altro giorno, preoccupati di tutelare la stabilità psichica futura del nascituro che si evolve da un nucleo di cellule ad individuo nel grembo di una sola donna e quella vede insieme al padre come prima figura nel momento in cui aprirà gli occhi alla luce; vorrei chiedere ai quei membri del Parlamento con quali motivazioni continuino a tollerare l'istituto dell'adozione che viene invece incoraggiato e praticato soprattutto in istituti gestiti da sacerdoti e suore cattoliche. Vorrei che spiegassero; oppure si preparano ad abolire l'adozione? Coi tempi che corrono ci sarebbe poco da stupirsi. Ma ancora una cosa va aggiunta a queste riflessioni: i diritti di libertà non possono esser tolti neppure da una vastissima maggioranza del Parlamento. Nessuno impone a una coppia sterile di avvalersi della procreazione assistita, come nessuno impone di abortire o di divorziare. Si tratta di facoltà, cioè di diritti soggettivi che non possono essere cancellati da un voto parlamentare; per cancellare un tale obbrobrio non c'è soltanto il ricorso al referendum popolare, che sarà comunque bene promuovere, ma anche alla Corte costituzionale poiché quel voto viola un principio di libertà fondamentale su cui è incardinata l'intera carta costituzionale italiana.
Questo voto, celebrato con l'esultanza della Conferenza episcopale, sollecita anche altre riflessioni che hanno come destinataria la gerarchia ecclesiastica. Le sintetizzerò in punti perché sia più facile comprenderli anche da chi non vuole intendere. 1. Il pontificato di Wojtyla si è distinto soprattutto per due connotazioni, affermate con identica forza in tutti questi vent' anni: la difesa dei diritti di libertà e l'identificazione della morale con la sessuofobia. Un volto moderno e un volto arcaico, questo è stato il paradosso Wojtyla. Dopo di lui la Chiesa dovrà scegliere poiché non è pensabile che vi sia, pronto a succedergli, un altro Papa con la stessa forza missionaria e la stessa dissociazione culturale. 2. La predicazione dei diritti di libertà o umani come Wojtyla preferisce definirli, esclude che il loro esercizio possa essere impedito per legge. Oppure dobbiamo pensare che il Papa e la Chiesa difendano i diritti di libertà dei cattolici in quanto tali ma se ne infischino o, peggio, conculchino attivamente i diritti di altri soggetti altrettanto umani? 3. Né si può supporre che i diritti umani - nella mente del Papa e della gerarchia - possano essere limitati o soppressi se un Ente superiore voglia imporre un suo proprio disegno etico. Se così il Papa pensasse, allora la doppiezza della predicazione dei diritti umani risulterebbe intollerabile, quale che sia l' Ente superiore depositario di questo disegno etico, Chiesa, Stato, Partito e insomma un qualcosa che prescriva agli individui come debbano organizzare la propria vita non facendo male a nessuno. 4. Infine: la gerarchia sa benissimo che le superfici di contatto e di attrito con lo Stato, specie in un regime concordatario, sono innumerevoli, dalla scuola, all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, al finanziamento dei sacerdoti con cura d'anime, alla giurisdizione sui beni culturali etc. etc.. Non saranno certo i laici a impedire soluzioni equilibrate o a mantenere quelle già raggiunte in questioni così delicate purché sia tutelato il pubblico interesse. Ma possono impedirlo i clericali. Se stanno veramente rinascendo - come da molti segnali si vede - una mentalità e un movimento clericale, sappia la gerarchia che è facilissimo, anche se incongruo e antistorico, resuscitare un movimento e una mentalità anticlericale. Ci pensi bene, cardinal Ruini e tutti i suoi colleghi di analogo sentire: non è esercitando pressione sul Parlamento italiano che vi guadagnerete la vita eterna. |