RASSEGNA STAMPA

7 FEBBRAIO 1999
ANTONIO GNOLI
Il mito, gli amori, le colpe
C'è un mito Wittgenstein? E se c'è, come credo si possa affermare, di quali aspetti si compone? A differenza della gran parte dei pensatori di questo secolo che hanno svolto un ruolo fondamentale e conosciuto anche lusinghieri successi e vasta popolarità - vengono in mente i nomi di Sartre e di Heidegger -il "caso Wittgenstein" si iscrive in un registro unico, talmente singolare da apparirci, per molti versi enigmatico. Qualcosa del genere è accaduto nell'Ottocento, ma con evidenti effetti nel nostro secolo, con Nietzsche.
Un mito è in grado di sopportare le più diverse contraddizioni e di farcele accettare a dispetto della logica. Un mito può dirci qualcosa di terribile e di sgradevole e malgrado ciò assogettarci al suo fascino. Un mito non pretende di farsi conoscere nei minimi dettagli: una corrente "irrazionale" ci lega alla sua presenza, alla sua oscurità, ci inchioda, per così dire, al suo destino.
Se ci chiedessimo che cosa in realtà è stato Wittgenstein, sarebbe difficile produrre una risposta univoca. Fu un logico? Un matematico? Un filosofo? Un artista? Con ogni evidenza, tutte queste cose si addensarono nella sua vita in maniera talvolta contraddittoria e comunque inestricabile.
Si dice, ed è buona regola tenerlo a mente, che la vita di un pensatore va nettamente distinta dalle opere che produce. Anche in questo Wittgenstein rappresenta l'eccezione. La sua vita fu il tormentato quaderno su cui annotare pensieri, intuizioni, forme. E questo è uno dei motivi che ci fa apprezzare la pubblicazione dei suoi Diari risalenti agli anni 1930-1932 e 1936-1937. L'edizione originale a cura di Ilse Somavilla uscì a Innsbruck e se ne occupò tempestivamente, più di un anno fa, su queste pagine Franco Volpi. L'edizione italiana curata ottimamente da Michele Ranchetti e Francesca Tognina uscirà a giorni dall'editore Quodlibet (Movimenti del pensiero, pagg. 169).
Sono tanti i motivi di interesse che traspaiono dai Diari. Elenchiamo i principali. Per la prima volta Wittgenstein annota con ossessione gli effetti di una tormentata relazione con una donna. Lei è Marguerite Respinger, una ragazza che proviene dall' alta borghesia svizzera. Si conoscono a Vienna. Si frequentano e, in un primo momento, subiscono reciprocamente il fascino dell'altro. Ma mentre l'innamoramento di Wittgenstein cresce a dismisura, quello di Marguerite si stempera nel dubbio che l'uomo che ha di fronte si distacchi troppo dalle normali logiche matrimoniali.
Ad ogni modo la frequentazione di Marguerite ci consente di cogliere un curioso aspetto ludico di Wittgenstein: la passione per il cinema americano. Insieme, a volte, si rintanano in una sala per godersi un western o una commedia sentimentale. Per Ludwig il cinema soddisfa un certo piacere infantile, ma in qualche modo è accostabile al sogno: "Le idee di Freud", annota nel Diario, "vi si possono applicare direttamente".
I sogni sono un'altra esperienza che ricorre nei Diari. Ne descrive alcuni. A volte si sveglia nell'orrore che un sogno gli suscita e prova a interpretarlo. Sono descrizioni meticolose e in qualche modo realistiche: è come se il sogno sia la continuazione dello stato di veglia sotto un'altra forma. Non si parla di inconscio freudiano, ma è pur sempre Freud ad aver richiamato l'importanza del mondo onirico e Wittgenstein non sembra prescinderne.
Del resto, non è forse quella una zona capitale del pensiero che nasce direttamente dalla Mitteleuropa? Vienna, ma più in generale la cultura tedesca, sembra rivivere in queste pagine attraverso i suoi protagonisti: "Loos, Spengler Freud e io apparteniamo tutti alla stessa classe che è caratteristica di questa epoca". Si potrebbe aggiungere Kraus, spesso citato e al quale buone parti del Diario sembrano ispirarsi nello stile, e il quadro che ne viene fuori confermerebbe quell'idea di tramonto che sembra aleggiare sugli spiriti più inquieti.
Di qui le ripetute crisi, i tormenti speculativi, la sensazione di non sentirsi all'altezza di un compito analitico adeguato. Nella Cambridge in cui è tornato a vivere il pensiero di Wittgenstein sembra irrimediabilmente lontano dalle sofisticate e perentorie analisi consegnate nel Tractatus. Il suo nome è già leggenda. Alimentata dalla stima assoluta che Russell e Keynes gli manifestano. Lo considerano un genio: da amare e da temere. I giovani del College ne imitano i modi, ne subiscono l'influenza, si sottopongono di buon grado ai suoi verdetti: alcuni rampolli, dietro suo suggerimento, lasciano Cambridge per dedicarsi al lavoro manuale.
Ma quel mondo che lo ha accolto in maniera entusiastica sembra scivolare come un'ombra fra i pensieri di Wittgenstein. Come sono lontani i temerari confronti con Russell e Frege. Sullo sfondo si ergono ora Schopenhauer e Nietzsche: "Il nostro tempo", annota, "è veramente un tempo di rovesciamento di tutti i valori". Il cambiamento impone il dubbio, da esercitare prima di tutto su se stessi, sui propri limiti. Quella selvaggia certezza con cui il giovane Wittgenstein aveva affascinato e turbato il grande Russell, ora lascia il posto a una lacerazione profonda. Come mitigarla e curarla? Nei Diari del 1936-1937 - scritti nella solitudine norvegese di Skjolden - la riflessione di Wittgenstein si apre alla meditazione religiosa. Ha letto Tolstoj, restandone folgorato, si è chinato sui testi di Kierkegaard ricavandone l'impressione che la lacerazione sia l'anticamera della fede, sia il presupposto di quel "Io credo" con cui fare i conti, si è tuffato infine nel Nuovo Testamento. La battaglia è incominciata: ma sente che la fede è ancora troppo debole. Vorrebbe litigare con Dio. Sembra il destino di un uomo in disaccordo con tutto: anche con se stesso e con le proprie origini. Ma più che sulla conversione la riflessione di Wittgenstein tende all'ammissione di una colpa morale.
Erede di una delle famiglie più ricche d'Europa, rinunciò al cospicuo patrimonio che di diritto gli spettava. E' noto inoltre che egli fosse per tre quarti ebreo. Problematico e sconcertante può apparire il rapporto con le sue ascendenze. Quasi in chiusura dei Diari c'è una frase che val la pena riportare: "Ebrei! Da molto tempo voi non avete più dato al mondo nulla di che vi ringrazi. E questo non perché esso sia ingrato. Infatti non si prova gratitudine per ogni dono, per il semplice fatto che ci è utile. Per questo date nuovamente qualcosa per la quale vi spetti non freddo riconoscimento ma caldo grazie. Ma la sola cosa che il mondo richiede da voi è la vostra sottomissione al destino. Voi potete dargli rose che fioriranno, non appassiranno mai". Al di là del tono sibillino, colpisce l'apparente estraneità di Wittgenstein da quel popolo. Ne parla senza il coinvolgimento personale. Allude forse a una sorta di elezione mancata o tradita? Chissà. Certo l'andamento del pensiero sembra oscillare fra condanna e speranza per una nuova rinascita. E' comunque uno squarcio insolito e soprattutto distante da quell'atteggiamento antisemita che, sotto l'influenza di Weininger, in passato aveva mostrato.
Come altri ebrei, si pensi alla Simone Weil, anche Wittgenstein ebbe un rapporto fortemente antagonista con le proprie origini. Non so se un tale atteggiamento sia riconducibile a quell'odio ebraico verso se stessi, di cui aveva parlato Karl Kraus. O non piuttosto a un più generale problema con la propria identità che egli visse sempre in maniera precaria e, a volte, colpevole. Sarebbe poi il caso di indagare in maniera più approfondita le influenze che Wittgenstein subisce da alcuni esponenti della "rivoluzione conservatrice".
Di fronte alla decadenza culturale della vecchia Europa, a un certo punto, si fa strada in lui il desiderio di un "nuovo ordine". Quale fisionomia esso avrebbe dovuto assumere ci è sconosciuto. Quel che sappiamo per certo è che di fronte alla barbarie nazista Wittgenstein non ebbe la minima esitazione. Ai suoi occhi i nazisti erano una banda di gangster.
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