Dolce M31 utero cosmico delle galassieLa teoria controcorrente di Arp "L'Universo ha una madre" Quando in cielo osservo M31 mi sembra di guardare la mia vecchia madre |
| Quando guardo il cielo e osservo la M31, provo una sensazione unica. La sensazione di chi sta osservando la propria vecchia madre. Anzi, la madre di noi tutti. La M31, la (presunta) madre dì noi tutti, è una galassia che si trova a un tiro dì schioppo, su scala cosmica, dalla nostra galassia la Via Lattea. E l'uomo che confessa di sentirsi turbato, fino alla commozione, quando la osserva è Halton Arp, astronomo americano in esilio al Max Planck Institut di Monaco di Baviera e grande eretico della moderna cosmologia scientifica.
Inutile dire che la sensazione di Halton Arp è parte integrante (e importante) della sua eresia. E che la maggioranza, ortodossa, dei suoi colleghi astronomi non prova alcun particolare sentimento per la M31. Halton Arp è giunto, nei giorni scorsi, a Misano Adriatico per chiudere il ciclo di conferenze che Gustavo Cecchini ha voluto dedicare, quest'anno, alle "Nuove Profezie". E qui l'astronomo ha portato nuovi elementi per rilanciare la sua teoria iconoclasta e rinnovare l'attacco al Modello Standard con cui i cosmologi descrivono la dinamica del nostro universo e la sua origine.
L'eresia di Halton Arp è radicale. Mette in discussione le nostre origini. Cancella il nostro antico padre, il Big Bang, la grande esplosione da cui sarebbe nato l'universo in cui viviamo e che, a sua volta, ci ha generato. E ci regala una nuova madre: la galassia M31, appunto. Poiché Halton Arp entra in questioni così intime, e lo fa con l'autorità dell'astronomo di gran classe, ci conviene ascoltarlo.
L'eresia di Halton Arp non è speculativa. Non si basa (solo) su astratte teorie. Anzi, nasce e si fonda su precisi e sempre più numerosi dati osservativi.
La controversia riguarda gli oggetti, forse, più strani dei cosmo: i quasar. Grandi come stelle, ma brillanti come galassie, ovvero come insiemi di miliardi e miliardi di stelle. Nessuno sa bene quale sia la reale natura di questi brillantissimi punticini. Alcuni anni fa si pensava fossero galassie in formazione. Oggi molti ritengono che siano piuttosto nuclei attivi di galassie.
Quello che divide Halton Arp dai suoi colleghi non è solo la natura dei quasar osservati. Ma il fatto che alcuni di quei quasar possano essere collegati ad altri oggetti nell'universo. In particolare a oggetti che abbiano un diverso redshift. Non lasciatevi spaventare dai vocaboli. La faccenda è meno tecnica di quanto si pensi, il redshift altro non è che la diminuzione di frequenza che un raggio di luce fa registrare quando si allontana dall'osservatore, insomma, un fenomeno analogo alla caratteristica diminuzione di frequenza che avvertiamo nel suono di un clacson quando un auto ci sorpassa in autostrada e schizza via lontana. Il fenomeno, in sé banale, riguarda addirittura le vicende cosmiche. Anzi, è uno dei fondamenti del modello del Big Bang. Perché, come
ha dimostrato Edwin Hubble nel 1929, non solo la gran parte delle galassie che osserviamo presenta un redshift. Ma questo redshift è direttamente legato alla distanza che separa l'osservatore (noi) dalle galassie. In altri termini: più una galassia è lontana, maggiore è il suo redshift. Il che significa che più è lontana, maggiore è la velocità con cui continua ad allontanarsi da noi. Sulla base di queste osservazioni Edwin Hubble trasse una delle più profonde conclusioni nella storia del pensiero di questo secolo: non viviamo in un universo eternamente uguale a se stesse, ma in un universo in rapida espansione.
Dal 1930 in poi tutti gli astronomi hanno confermato la "recessione delle galassie", osservata da Hubble. Ma circa trent'anni fa Halton Arp cominciò a sostenere che i quasar
sfuggono alla regola. Che il loro redshift non è correlato alla distanza, ma all'età. E che spesso quasar ad alto redshift (secondo Hubble molto lontani da noi) fisicamente
collegati con galassie a basso redshift (molto vicine a noi). I dati osservativi portati da Halton Arp sono cresciuti di numero nel corso degli anni. Tanto che oggi l'astronomo americano sciorina decine di casi "inoppugnabili". Anche se la maggior parte dei suoi colleghi continua a ritenerli illusioni ottiche. Ma non è questa la controversia in cui ci conviene entrare. Quanto in quella relativa alle conseguenze, cosmologiche che Arp trae dalle sue osservazioni. Se i quasar non rispettano la regola di Hubble, allora è il modello stesso dell'universo in espansione, sostiene l'astronomo, che viene meno. E con esso, la teoria del Big Bang. In realtà, sostengono Arp e un piccolo nucleo di teorici abbarbicati intorno all'inglese Fred Hoyle, l'universo non è figlio di un unico e violentissimo atto creativo ma è il frutto di una creazione lenta e continua di materia.
E in questo universo eternamente neonato, i quasar non sono altro che galassie bambine. Che nascono nell'utero (il nucleo attivo) di galassie adulte. Che crescono, si modificano, perdono energia, mettono su massa, si rigirano finche non vengono espulse dall'utero originario e diventano autonome. Finché, adulte, non diventano esse stesse galassie gestanti. In un processo continuo che non ha, forse, avuto inizio. E che, forse, non avrà mai fine.
Nel corso del processo che le porta a uscire dal grembo materno e a diventare adulte, le galassie bambine vedono diminuire il loro redishift. Appena nate hanno un alto redishift, quando diventano grandi hanno un basso redshift.
Ecco perché, sostiene Arp, possiamo dire che la galassia M31 è nostra madre. La madre di tutte le galassie del nostro Gruppo Locale. Perché ha il più basso redshift di questa piccola famiglia di galassie. E perché tutte le trenta sorelle che con la Via Lattea formano il Gruppo Locale, sembrano essere uscite, in tempi successivi e ben cadenzati, dal grembo della M31.
L'universo di Halton Arp è davvero suggestivo: somiglia a una affollatissima sala parto, dove nascono galassie e materia. Ma quanto è credibile? Halton Arp sostiene che i quasar sono le osservazioni che confutano il modello del Big Bang. E che le sue galassie bambine diminuiscono il loro redishift mentre invecchiano. La causa del fenomeno, però, è del tutto ipotetica. Le galassie bambine diminuiscono il loro redshift invecchiando, perché le loro singole particelle acquistano massa. La materia dell'universo avrebbe, dunque, una massa che cresce nel tempo. Anche questa è un'ipotesi suggestiva. Il guaio è, per Arp e per Jayant Narlikar, il fisico relativista che l'ha proposta all'inizio degli anni '90, che nessuno ha mai osservato un protone in crescita. E nessuno sa spiegare perché mai i protoni, e tutte le altre particelle dell'universo, dovrebbero crescere nel tempo.
Le osservazioni di Halton Arp continuano a essere una fastidiosa spina nel fianco del Modello Standard della Cosmologia. Continuano ad ammonirci che non tutto, nelle teorie che spiegano l'origine e l'evoluzione dell'universo, quadra alla perfezione. Tuttavia non sembrano ancora sufficienti a farci ripudiare il vecchio padre, il Big Bang. E a farci riconoscere nella tremula galassia M31 la nostra nuova madre. |