RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 1998
CARLO AUGUSTO VIANO
Il nuovo saggio di Severino
La dittatura della tecnica
"Che la nostra sia l'età della tecnica, è una tesi largamente e da tempo diffusa", osserva con ragione Emanuele Severino, aprendo il suo nuovo libro Il destino della tecnica (Rizzoli). Nella letteratura corrente si tratta più di una deprecazione che di una presa d'atto, oggi comunemente associata alla filosofia di Heidegger, al quale infatti anche Severino si riferisce. Ma per Severino neppure Heidegger è riuscito a presentare quella tesi "come qualcosa di perentorio e ineludibile", che possa essere sostenuto con "il rigore e l'inoppugnabilità del sapere scientifico". Severino ci prova. Severino non è nuovo a queste imprese, e ha scritto libri sull'essere, il nulla, il divenire dell'Occidente, usando strumenti semplici e perentori, come il principio di non contraddizione. Negli scritti raccolti in questo volume (in parte inediti) si propone di dimostrare che, in un'età tecnologica qual è la nostra, il predominio è un destino interno alla tecnica stessa; e lo fa usando la contrapposizione tra mezzi e fini. La tecnica è soprattutto un mezzo, il mezzo per eccellenza, anzi il sistema o l'insieme di mezzi disponibili. E un mezzo sembra per definizione subordinato a un fine. Infatti, "le grandi forze della tradizione occidentale - cristianesimo, umanesimo, sapere filosofico, illuminismo, capitalismo, democrazia, comunismo, la stessa coscienza che scienza e tecnica hanno oggi di se stesse - concepiscono la tecnica... come strumento, mezzo". Ma quelle forze sono in conflitto tra loro e vogliono piegare la tecnica ciascuna al proprio fine, incompatibile con quello delle altre. In questa competizione, ciascuna di quelle forze deve però rafforzare la potenza dello strumento tecnico, subordinando a quel rafforzamento la stessa realizzazione dello scopo che vorrebbe perseguire.
Perciò, ciascuna di esse è costretta ad "assumere il mezzo come scopo primario". Questo è il meccanismo con cui la "potenza della tecnica è diventata" lo "scopo fondamentale e primario" delle "grandi forze della tradizione occidentale". L'incremento indefinito della capacità di realizzare scopi è il vero fine della tecnica, "la sua destinazione al dominio". Una volta in possesso di questa chiave, Severino delinea il modo in cui il dominio della tecnica si instaura impossessandosi dello stesso sapere scientifico, rispetto al quale la tecnica afferma il proprio primato. Ed è ancora il dominio della tecnica a nuovere la diffusione della telematica e a organizzare nelle forme di una memoria universale tutto ciò che si può sapere o ricordare. La tecnica, che "è oggi la forma più potente di salvezza dell'uomo,... è destinata a diventare lo scopo supremo...
a porsi al centro della memoria globale e della comunicazione". Il contenuto unico della cultura dominante diventerà lo stesso primato della tecnica. La democrazia telematica sarà non la realizzazione dell'antico sogno della democrazia diretta attraverso l'uso di mezzi telematici, ma la subordinazione della democrazia alla telematica. L'apparato scientifico-tecnologico è il servo che si fa signore nella celebre metafora hegeliana. Il tentativo della tradizione occidentale di frenare e controllare la tecnica, un tentativo che si manifesta in modo vistoso nel caso delle tecniche genetiche, è destinato al fallimento, perché non tiene conto del fatto che è ancora la tecnica a suggerire il modo in cui si pensa al bene dell'uomo, inteso come un essere tecnico. Con questi strumenti Severino analizza la globalizzazione, le preoccupazioni ecologiche, il destino del capitalismo, la posizione del cristianesimo nel mondo di oggi, le conseguenze della guerra fredda, la figura del politico e dell'intellettuale, per accennare soltanto ai temi più importanti. Nelle sue analisi egli cerca di individuare il "piano inclinato" lungo il quale si muove la società occidentale, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli. Con ragionamenti implacabili, Severino sembra voler svelare ciò che si afferma da sé, ma che gli uomini non intendono riconoscere. Questo intento "rivelativo" e il dettato talvolta arduo sembrano dare a questa, come alle altre opere di Severino, un carattere profetico. Ma non è così: quella di Severino è una saggezza che egli mette alla portata di tutti. Una volta che ci si impadronisce delle sue formule, chiunque può provare a sviluppare analisi.
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