Signori, tutta la scienza è finitaLungo viaggio fino al capolinea Il giornalista Horgan annuncia: la ricerca non ha futuro |
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| JOHN HORGAN ,"La fine della scienza", Adelphi, pagg. 456, lire 55.000 | Le profezie allungano la vita. Così come il celebre saggio di Fukuyama che annunciava la "fine della
storia" ha impresso una brusca accelerazione al corso degli eventi, possiamo stare certi che anche il
libro di Horgan sulla "fine della scienza" innescherà puntualmente una nuova ondata di invenzioni e di
scoperte. Siamo di fronte a un tipico esempio di "eterogenesi dei fini". Nello sforzo - lungo 400
pagine - di dimostrare che la scienza tradizionale è arrivata al capolinea, Horgan ha scritto un
appassionato panegirico dell'impresa scientifica. Oltre le colonne d'Ercole della meccanica
quantistica, dell'evoluzionismo darwiniano o della teoria del Big Bang, sostiene il giornalista
americano, chi fa ricerca può soltanto avventurarsi nelle acque inesplorate della speculazione pura: in
quella che lui chiama "scienza ironica", un'attività che somiglia più alla filosofia che al laboratorio di
Bacone o di Galilei.
Il dogma quasi teologico delle "supercorde", le ipotesi di Roger Penrose sull'origine del pensiero,
l'eresia di Gaia, gli studi sui frattali e la "caoplessità", sono per lo più congetture astratte che
sfuggono a ogni confutazione empirica e che comunque non forniscono risposte univoche ai grandi
interrogativi dell'umanità. Eppure tutti gli scienziati che Horgan incontra nel suo viaggio, da
Steven Weinberg a Gerald Edelman, da Murray Gell-Mann a Edward O. Wilson, si mostrano impegnati e non
hanno nessuna intenzione di arrendersi di fronte agli enigmi del Creato. Come dice Sheldon Glashow,
premio Nobel per la fisica, uno dei padri del "modello standard": "Spesso la via della natura è
sembrata impraticabile, ma ne siamo sempre venuti a capo".
Là fuori, dunque, c'è ancora tanto da esplorare. A essere finita non è la scienza, ma due concezioni
estreme della scienza. Quella, miope e riduzionistica, dei cultori dell'iperspecializzazione, e quella
catastrofista di certi scienziati post-moderni che hanno fatto della negazione del metodo
sperimentale, dell'impossibilità di raggiungere altro che verità parziali, una professione riverita e
lucrosa. Ilya Prigogine, il teorico del "reincantamento" al quale Horgan dedica alcune pagine tra
l'ammirato e l'ironico, è diventato una specie di Sgarbi della cosmologia. Ma dalla nebbia del suo
indeterminismo non è uscito un solo raggio di luce che ci aiuti a capire. |