RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 1998
RICCARDO CHIABERGE
Signori, tutta la scienza è finita
Lungo viaggio fino al capolinea
Il giornalista Horgan annuncia: la ricerca non ha futuro
JOHN HORGAN ,"La fine della scienza", Adelphi, pagg. 456, lire 55.000
Le profezie allungano la vita. Così come il celebre saggio di Fukuyama che annunciava la "fine della storia" ha impresso una brusca accelerazione al corso degli eventi, possiamo stare certi che anche il libro di Horgan sulla "fine della scienza" innescherà puntualmente una nuova ondata di invenzioni e di scoperte. Siamo di fronte a un tipico esempio di "eterogenesi dei fini". Nello sforzo - lungo 400 pagine - di dimostrare che la scienza tradizionale è arrivata al capolinea, Horgan ha scritto un appassionato panegirico dell'impresa scientifica. Oltre le colonne d'Ercole della meccanica quantistica, dell'evoluzionismo darwiniano o della teoria del Big Bang, sostiene il giornalista americano, chi fa ricerca può soltanto avventurarsi nelle acque inesplorate della speculazione pura: in quella che lui chiama "scienza ironica", un'attività che somiglia più alla filosofia che al laboratorio di Bacone o di Galilei. Il dogma quasi teologico delle "supercorde", le ipotesi di Roger Penrose sull'origine del pensiero, l'eresia di Gaia, gli studi sui frattali e la "caoplessità", sono per lo più congetture astratte che sfuggono a ogni confutazione empirica e che comunque non forniscono risposte univoche ai grandi interrogativi dell'umanità. Eppure tutti gli scienziati che Horgan incontra nel suo viaggio, da Steven Weinberg a Gerald Edelman, da Murray Gell-Mann a Edward O. Wilson, si mostrano impegnati e non hanno nessuna intenzione di arrendersi di fronte agli enigmi del Creato. Come dice Sheldon Glashow, premio Nobel per la fisica, uno dei padri del "modello standard": "Spesso la via della natura è sembrata impraticabile, ma ne siamo sempre venuti a capo". Là fuori, dunque, c'è ancora tanto da esplorare. A essere finita non è la scienza, ma due concezioni estreme della scienza. Quella, miope e riduzionistica, dei cultori dell'iperspecializzazione, e quella catastrofista di certi scienziati post-moderni che hanno fatto della negazione del metodo sperimentale, dell'impossibilità di raggiungere altro che verità parziali, una professione riverita e lucrosa. Ilya Prigogine, il teorico del "reincantamento" al quale Horgan dedica alcune pagine tra l'ammirato e l'ironico, è diventato una specie di Sgarbi della cosmologia. Ma dalla nebbia del suo indeterminismo non è uscito un solo raggio di luce che ci aiuti a capire.
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Cultura-Impresa scientifica