RASSEGNA STAMPA

16 DICEMBRE 1998
MAURIZIO BLONDET
Un'etica per il nichilismo
Il filosofo laico Sebastiano Maffettone lancia la sfida al "pensiero debole". E apprezza la "Fides et ratio"
"Come il Papa sono contro l'anarchia morale postmoderna"
"La crisi è legata alla perdita della metafisica: mentre dalla società si leva una enorme domanda di significato Quello che io propongo è un "costruttivismo" che tenga conto anche del pluralismo"
"Né con Nietzsche né con Wojtyla": così la rivista Liberal ha voluto sintetizzare il senso dell'ultimo saggio di Sebastiano Maffettone, Il valore della Vita (Mondadori, 323 pagine, 15 mila lire). Ma il libro di Maffettone - ordinario di filosofia politica a Palermo - è ovviamente più problematico: come ha da essere il saggio di un filosofo non cristiano, che però si pone con serietà grave (cosa nient'affatto consueta) i problemi fondamentali del senso della vita, e della morte. "Anzi, faccio mia la posizione del Papa nella Fides et Ratio", spiega lui. "Il Papa ha ragione a identificare la crisi della modernità, l'esplosione del significato, il "niente ha senso" e dunque l'anarchia morale postmoderna, come il problema, se non la malattia, dell'Occidente: ciò che invece per i laicisti volgari è la soluzione e la salute. Il Papa ha perfettamente ragione quando collega la crisi della modernità con la perdita della metafisica".
Prego, prego: può spiegare meglio?
"La posizione post-moderna che prevale,giustifica il pluralismo etico corrente con l'argomento che, oggi, è impossibile costruire una "realtà", una "verità", un significato delle cose".
La verità non esiste, dunque comportatevi come volete?
"Più o meno. E' una posizione "facile". Peggio: accetta la mancanza di senso come niente fosse, senza ascoltare l'enorme "domanda di significato" che si leva dalla società contemporanea. Invece, il Papa riconosce la crisi in tutta la sua gravità e la collega, correttamente, con l'assenza della metafisica nelle filosofie postmoderne".
E dove allora lei non condivide le idee del Papa?
"Non condivido un certo realismo ingenuo. La convinzione che l'argomento ontologico tradizionale - esiste una realtà fuori di noi, e dunque esiste una verità, e dunque un bene che è l'unico vero - valga ancor oggi. E' una posizione che non salva, e non dà conto, del pluralismo".
E allora qual è la "sua" soluzione?
"Una ricerca di soluzione. Io assumo, come il Papa, il problema dell'assenza di senso in tutta la sua gravità; e "cerco", sottolineo cerco, una soluzione costruttivista".
Fondare una nuova metafisica? Tentativo tremendo, oggi.
"Ma se il problema più grave oggi è la perdita di senso, mi pare strano che la filosofia contemporanea non abbia nulla da dire. I filosofi d'oggi per lo più considerano la metafisica il regno dell'oscurità, e di convinzioni private. Finisce che la metafisica, abbandonata dai filosofi, viene lasciata nelle mani dei giornalisti (che fanno una cattiva metafisica senza saperlo) e degli opinionisti".
Ma è possibile una metafisica, oggi?
"Quella che ho in mente, come ricerca e tentativo, è una metafisica descrittiva.
Interna a forme di vita e di cultura che già operano nella società..."
Abbia pietà di noi, e si spieghi meglio: lei parla di metafisica costruttivistica.
Che cos'è?
"Allora: il costruttivismo è la convinzione che la realtà non è data indipendentemente dai modi in cui la descriviamo. Per esempio: quando dico che questo tavolo è un insieme di elettroni, descrivo come realtà qualcosa che non è affatto evidente né intuitivo: ma che accettiamo, perché la fisica (che parla di elettroni) ha una capacità molto forte di "spiegare", per noi contemporanei. Una metafisica costruttivistica dice che l'ontologia non è fatta di "enti", ma di costruzioni. E si sposa bene col pluralismo: perché rende possibili diverse metafisiche, diverse costruzioni del reale, che competono per essere riconosciute come migliori".
Ma allora, la sua metafisica è una convenzione? Infatti lei cerca di fondare una "metafisica pubblica".
"Io suppongo che esiste una possibilità - limitata, ma non zero - di compatibilità fra diverse visioni del mondo: è la metafisica pubblica, opposta alle metafisiche private, poco o nulla comunicabili. Esempio: le femministe integraliste, che stabiliscono una distinzione ontologica fra maschio e femmina, fanno una metafisica senza saperlo, e una metafisica che non può essere condivisa fuori dal loro cerchio".
Ma insomma, lei sta dando il nome di metafisica all'insieme di credenze fondamentali, e magari inconsce, più ampiamente condivise dalla società? Come diceva Ortega y Gasset, lei assume che la scienza, oggi, riscuote la stessa "fede" che riscuoteva nel passato la religione quando spiegava il mondo. Ma è pur sempre un fatto di "fede".
"D'accordo, d'accordo. Però, se io ho una malattia grave, preferisco farmi curare da specialisti di qualche università in California che dai guaritori filippini. Altro esempio: credere nel Dna è una "fede"? Forse. Ma è una fede "garantita" da ricerche e dal discorso critico. Personalmente, lei può credere di più nei miracoli: il miracolo è interessantissimo, ma la sua affidabilità è molto impervia".
Perché il miracolo non è riproducibile in laboratorio?
"Perché è incomprensibile, e dunque è difficile comunicarlo".
E' difficile, lei dice, creare un consenso attorno al miracoli. Ma allora, diventa vero ciò che riscuote i massimi consensi?
"Kant diceva che una teoria filosofica non solo sostiene una tesi, ma crea il suo pubblico: e le due cose si rafforzano a vicenda. La comunicazione delle idee è essenziale. Mi rendo conto che il problema è difficile, e il consenso sulle idee non basta a garantirle: altrimenti nel 1933 in Germania la "verità" sarebbe stata quella di Hitler, che vinse le elezioni".
Se non basta il consenso, cosa occorre per "fare" la verità?
"Qui giungiamo alla mia idea sul "valore". Per me, il valore della vita sta nella scelta critica".
"Scelta critica"?
"Nego che qualunque scelta vada bene, come sostengono quelli che dicono che nulla ha senso. Vanno bene le scelte vitali che noi facciamo, ma che possiamo giustificare agli altri (ecco la "critica")".
Lei, mi pare, è contro il pensiero debole?
"Sono fortemente contro il pensiero debole. Per me, una forte assunzione di significato è necessaria all'uomo: farsi delle idee "forti" non significa poi volerle imporre agli altri".
Significa darne ragione criticamente?
"Appunto: la tolleranza non viene "prima" del pensiero, ma dopo. Un confronto libero fra idee "forti". Prendiamo il caso dell'aborto: è un problema chiaramente indecidibile, sul piano filosofico. Ma non per questo devo rinunciare ad esprimere le ragioni per cui, personalmente, sono per la liceità dell'aborto in certi casi.
Apprezzando anche chi ha la forte convinzione contraria, e le sue ragioni".
Ma allora, come decidere?
"Decide il voto. Nella competizione fra idee forti, decide la democrazia".
Il voto decide la verità!?
"No, non questo. Vede, in Italia corre un'idea di democrazia che deriva da Rousseau: la democrazia come "volontà generale". E un'idea del liberalismo che deriva da Locke: il liberalismo come "i diritti". E' da Rousseau che viene l'idea che la democrazia "fa'" la verità. Io penso, al contrario, che la democrazia può sbagliare.
Che la maggioranza può votare leggi ingiuste: che può "legittimare" una decisione, ma non giustificarla".
Ma allora qual è la sua idea del liberalismo e della democrazia?
"Molto più laiche. Il liberismo è la fondazione filosofica della libertà individuale di pensare; e la democrazia è la tecnica in cui ciò che si è individualmente pensato viene esposto alla critica pubblica. Per questo, ritengo che la discussione pubblica sui problemi come l'aborto e l'eutanasia sia in sé un progresso. Perché costringe a dare le ragioni critiche delle proprie convinzioni. E' il pluralismo forte".
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