RASSEGNA STAMPA

16 DICEMBRE 1998
PAOLO MASTROLILLI
E LA SCIENZA IMITÒ DIO
Alla ricerca delle origini "religiose" dello sviluppo tecnologico: parla lo studioso David F. Noble
"Non ha importanza che un ricercatore si dichiari ateo: la sua vera ambizione è emulare il Creatore"
Forse lui non lo sa, ma quando Bill Gates fondò la Microsoft, non fece altro che obbedire ad una profonda esigenza religiosa. E lo stesso vale per Robert Oppenheimer, che assegnò alla prima esplosione nucleare il nome in codice di Trinity, o per Edwin Aldrin, che decise di comunicarsi come primo atto del suo sbarco sulla Luna.Il problema è che questa esigenza religiosa si confonde spesso con l'ambizione di rendere l'uomo un concreatore con Dio, e quindi può sconfinare nel territorio della blasfemia. Così, secondo David F. Noble, si spiega la corsa alla tecnologia che viviamo dai tempi delle caverne, e abbiamo accelerato in modo incredibile durante questo secolo. Noble è un professore ebreo americano, e insegna Storia della scienza alla York University di Toronto e all'Harvey Mudd College della California. Il libro che contiene la sua singolare teoria si intitola The Religion of Technology: The Divinity of Man and the Spirit of Invention, è edito da Knopf e ha fatto abbastanza rumore da meritare una lunga recensione sull'autorevole "New York Review of Books". "Una caratteristica evidente del secolo che va a finire - ci ha spiegato Noble - è l'enorme sviluppo della tecnologia, dai viaggi spaziali al cyberspazio, oppure dall'intelligenza artificiale all'ingegneria genetica. Secondo le interpretazioni più ovvie, questo sviluppo è avvenuto per utilità, profitto, e pressione di istituzioni come le grandi compagnie private e le forze armate. Ma la ragione più profonda, per me, si trova nell'esigenza religiosa di restituire all'uomo la parziale divinità che Adamo possedeva prima del Peccato originale, e quindi riavvicinarlo a Dio rendendendolo un concreatore".
È proprio sicuro che la fede in Dio sia la molla degli scienziati?
"Non necessariamente la fede in Dio, ma l'ambizione di imitarlo. Comunque per spiegarmi devo procedere per gradi".
Il suo libro, infatti, inizia a considerare il rapporto fra la tecnologia e lo spirito religioso dal Medioevo.
"La Chiesa abbandonò presto la sua indifferenza per la tecnologia, e già nell'età carolingia il filosofo Giovanni Scoto Eriugena sviluppò l'idea che le arti meccaniche potevano aiutare l'uomo a recuperare parte del controllo sulla Terra, offerto da Dio ad Adamo. In seguito anche eventi come i viaggi di Cristoforo Colombo vennero animati dall'attesa per la restaurazione del Paradiso terrestre".
Anche ammesso che questo sia vero, cosa c'entra con lo sviluppo moderno della tecnologia, avvenuto soprattutto in Paesi come gli Stati Uniti e il Giappone?
"Gli Stati Uniti sono gli eredi della tradizione europea riformista più radicale, e quindi a maggior ragione hanno interpretato lo sviluppo della scienza e della tecnologia come un'impresa fondata sul rigore religioso. Ora ci stiamo avvicinando a un nuovo millennio, con tutte le suggestioni e le paure apocalittiche collegate, e quindi la corsa tecnologica ha subito un'accelerazione, con la potenza accresciuta dei nostri tempi che la rende ancora più pericolosa".
La maggioranza degli scienziati, però, non si dichiara credente.
"Questo non ha grande rilevanza sulle origini della tendenza. Per alcuni, infatti, la scienza è diventata la nuova ossessione religiosa. Invece altri, come il ricercatore di Chicago che ha annunciato il proposito di clonare l'uomo, si sentono giustificati dalla volontà di imitare Dio. Altri ancora vedono l'intelligenza artificiale come uno strumento per trasferire l'intelligenza umana sul computer, e quindi garantire alle persone un'immortalità post biologica. Anche i viaggi spaziali vengono considerati come operazioni necessarie per prepararci a lasciare la Terra, e persino le esplosioni nucleari sono state interpretate come avvenimenti catartici. C'è una minacciosa insofferenza verso la vita, nella forma in cui la possediamo oggi".
Perché questa tendenza, ammesso che sia vera, è pericolosa?
"Dal punto di vista religioso, l'intenzione di imitare Dio è chiaramente blasfema. Ma la volontà di considerare l'uomo come depositario di capacità divine di co-creazione, è anche rischiosa sul piano pratico. Questo modo di pensare, infatti, finisce per saldarsi con movimenti pseudoreligiosi come la New Age. E gli sviluppi estremi negativi sono sette tipo Heaven's Gate, i cui membri si sono suicidati in massa pensando di poter abbandonare i loro corpi per volare verso una forma di vita superiore".
E perché questa ossessione è pericolosa anche dal punto di vista scientifico?
"Perché gli scienziati si lasciano prendere dal loro entusiasmo, e smettono di chiedersi a cosa serve la tecnologia che producono. Molti studiosi pacifisti hanno collaborato allo sviluppo dell'energia nucleare, che poi venne scatenata su Hiroshima e Nagasaki. Altri possono essere sfruttati oggi nello stesso modo dai militari o dalle compagnie private, che forniscono fondi e mezzi per la ricerca, sapendo che l'ossessione di diventare co-creatori spingerà comunque gli scienziati a realizzare le innovazioni richieste, senza farsi troppe domande sugli usi".
Negli ultimi anni la Chiesa Cattolica ha fatto molti passi per sanare antichi attriti con la scienza: ora, secondo lei, dovrebbe tornare indietro?
"La Chiesa, e in particolare Giovanni Paolo II, ha fatto bene a compiere questi passi. Ora però dovrebbe favorire la riflessione sul significato e gli effetti della corsa tecnologica".
Dal suo libro sembra di capire che questa corsa è cominciata a causa di un sentimento religioso non necessariamente negativo, ma alla lunga è sfuggita di mano. Non esiste una via d'uscita, per tornare ad indirizzare queste energie in modo positivo?
"Fino ad oggi la tecnologia ha migliorato la nostra vita in moltissimi settori, e quindi dobbiamo esserle grati. Il problema, però, è il punto di partenza. Se gli scienziati studiano per sostituirsi a Dio, e diventare concreatori, espongono tutta l'umanità a gravi rischi. Se invece accettano l'idea di essere solo gli amministratori del creato, e si impegnano come suoi difensori, il loro lavoro torna utile a tutti. La recensione della "New York Review of Books", che pure critica il mio libro sotto alcuni aspetti, si conclude dicendo che la tecnologia è troppo importante per lasciarla interamente nelle mani dei tecnologi. Questo, secondo me, è il messaggio che tutti dobbiamo comprendere in fretta".
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