RASSEGNA STAMPA

9 DICEMBRE 1998
ANNA MARIA MERLO
POLEMICHE: SCIENZE UMANE,TROPPO UMANE
Quando la scienza giudica la filosofia in nome del buon senso.
Ovvero l'"Affaire Sokal" secondo Yves Jenneret
L'"affaire Sokal", scoppiato due anni fa e che, da allora, continua ad essere all'origine di una valanga di interventi - sia negli Usa che in Europa - è stato ben di più di uno "scherzo" fatto da un fisico alle scienze umane. Dietro la "prova" fornita dal fisico statunitense Alan Sokal sul fatto che i cultural studies producono testi gratuitamente incomprensibili, che fanno ricorso a una terminolgia scientifica inappropriata e che, infine, diffondono pericolose idee di relativismo scientifico e ideologico, c'è un dibattito di fondo della nostra società: nato all'interno della sinistra americana, riguarda questioni come la democrazia, le relazioni tra i saperi, l'importanza della diffusione delle conoscenze nelle società contemporanee. E' questo sfondo che Yves Jeanneret, specialista di scienze dell'informazione e della comunicazione (è professore all'università di Lilla), mette in luce nel suo libro, appena pubblicato dalle edizioni Puf, L'Affaire Sokal ou la querelle des impostures (274 pag., 148 FF).
In breve, ricordiamo che cosa è l'"affaire Sokal": il fisico Alan Sokal, professore alla New York University, propone e fa pubblicare da una delle più prestigiose riviste di cultural studies - Social Text (primavera-estate 1996) - un articolo dal titolo "Trasgredire le frontiere. Verso un'ermeneutica trasformativa della gravitazione quantistica".
Poco dopo, lo stesso Sokal pubblica su una rivista scientifica - Lingua franca (maggio-giugno 1996) - un secondo articolo, intitolato "Un fisico fa un esperimento con i Cultural Studies".
Qui Sokal denuncia: nel primo articolo su Social Text ho scritto un saggio infarcito di citazioni scientifiche inappropriate, ho utilizzato concetti erronei presi in prestito alle scienze esatte, il tutto scritto in un gergo "postmoderno".
In altri termini: ho prodotto un'impostura, per dimostrare che le scienze umane di oggi, dominate dai postmoderni, propongono una cultura fasulla. In seguito, Sokal pubblica in Francia, con il fisico belga Jean Bricmont, un libro che porta a fondo l'attacco (Impostures intellectuelles, Odile Jacob): presi di mira sono alcuni tra i principali studiosi francesi, Lacan, Foucault, Lyotard, Deleuze, Derrida, Kristeva. Il settimanale Le Nouvel Observateur pubblicherà una copertina dal titolo: "Gli intellettuali francesi sono degli impostori?". A Yves Jenneret abbiamo rivolto alcune domande.
Come è stato possibile che a partire dallo scherzo di Sokal sia nato un caso mondiale?
Ciò che ha di interessante l'affaire Sokal è il suo carattere di riscrittura permanente dell'avvenimento iniziale. La definisco una querelle più che una controversia, classica, accademica, su un problema preciso. Tutto parte qui dalla doppia pubblicazione di Sokal. Sokal trae una prima conclusione nel suo secondo articolo: se nel primo articolo sono state pubblicate delle stupidaggini, allora vuol dire che i curatori della prestigiosa rivista non sono seri. Bisogna prendere in considerazione il punto di partenza: il quadro universitario statunitense, in una disciplina - i cultural studies - che non ha equivalente in Europa occidentale (dove questo tipo di lavori vengono svolti nell'ambito della semiotica). Il dibattito si trasforma incessantemente e coinvolge tematiche numerose: il ruolo politico degli intellettuali, i mezzi per conoscere il mondo, il posto che ha la scienza nella società, la questione del "gergo", cioè di cosa significa impiegare parole complicate, se si possono prendere a prestito i termini delle scienze esatte per le scienze umane. In altri termini: i fisici hanno il diritto di giudicare la filosofia? I filosofi di giudicare i fisici? La discussione va avanti in contesti diversi: sia nelle riviste accedemiche statunitensi che nella stampa a grande diffusione.
Poi si diffonde nella stampa europea, in particolare francese, perché gli autori francesi sono i più attaccati. Il tessuto connettivo del tutto è Internet. E, sia detto per inciso, in questo contesto, il ruolo di Internet non è stato altro che un appello al buon senso, a dimostrazione che un cittadino senza istituzioni non è altro che un semplice cliente.
Al centro c'è la questione del controllo della diffusione e della legittimazione dei saperi?
Per Sokal lo scandalo non viene dal fatto che chi lo attacca ha torto, ma dal fatto che ha troppa influenza. Di conseguenza, è l'ignoranza che arbitra tra i diversi saperi. E' un po' brutale, ma è così. Sokal diffonde la sensazione che "esiste la prova": in realtà, il suo articolo prova soltanto che esistono delle mode, che ci sono delle negligenze ecc. Ma lui vuole dimostrare, invece, che esiste una soluzione matematica all'influenza dei saperi. In questo contesto, si sogna un liguaggio civilizzato, trasparente. Una sorta di religione del sapere. Sokal fa una manovra editoriale, che però non ha lo stesso senso nelle scienze esatte e nelle scienze umane.
Lei sostiene che la querelle è nata all'interno della sinistra americana.
La sinistra statunitense è dilaniata tra due tendenze: una razionalista e l'altra multiculturale. Era in realtà il problema che ha affrontato il '68 in Francia. E' anche una battaglia economica per avere più soldi per i rispettivi istituti universitari. In Usa i postmoderni hanno una posizione editoriale e universitaria relativamente forte, che alcuni giudicano troppo forte. Contro di essi, Sokal invoca l'Illumismo, il XVIII secolo, una concezione della sinistra fondata sulla scienza e accusa i postmoderni francesi di distruggere la credenza nella ragione. E' evidentemente una lettura caricaturale della filosofia del XVIII secolo: certo, Diderot ha pubblicato l'Enciclopedia, capiva che la scienza era un elemento molto importante, ma al tempo stesso è stato anche un teorico della molteplicità delle culture. Nella stampa, poi, lo scontro di traduce semplicisticamente in una lotta tra la vera scienza e tra chi confonde tutto. Prendiamo Barthes e Foucault, su cui probabilmente si concentrerà nel futuro l'attacco: hanno cercato di fare un lavoro ad un tempo militante, letterario e scientifico. E' la possibilità di questa triplice appartenenza che viene messa in questione. La tolleranza all'alterità viene negata. Di qui anche, il successo della polemica. Lo stesso è successo con il processo Clinton-Lewinsky: una precipitazione verso processi in impostura, odio dell'alterità, proprio in un periodo in cui non si sentono altro che discorsi sulla comprensione dell'altro.
La discussione sollevata dall'affaire riguarda soprattutto la questione del controllo dell'opinione pubblica, quindi tocca il cuore della democrazia?
Sì, il fisico pretende di giudicare il filosofo in nome del buon senso. E' molto pericoloso. Sta succedendo anche con il "caso Bourdieu", c'è nell'opposione a Bourdieu una convergenza tra un certo scientismo e un certo anti-intellettualismo. Bourdieu è messo sotto accusa per aver invocato la scienza ma non essersi poi adeguato al metodo positivista. L'idea di fondo è: intellettuali, fate il vostro lavoro, ma non invadete il campo della politica. Diventa difficile difendere tutto ciò che è problematico, che rischia di mettere in questione lo statu quo.
L'affaire Sokal ha messo in luce la volontà di liquidazione del carattere instabile e imbarazzante della parola delle scienze umane quando entra nello spazio pubblico tanto più pericolosa, poi, quando è sotto forma di un testo letterario di qualità.
Viene anche usata una terminologia preocupante: il liguaggio postmoderno è "malattia", esiste una "guerra"...
C'è un ruolo centrale dell'odio. Se si analizzano i testi c'è da avere i brividi. Come mai in un momento in cui si parla con tanta insistenza dei diritti dell'uomo, cresce l'esclusione sociale e si pratica la retorica dell'anatema?
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