La lezione etica di un economista| Dopo il Nobel ad Amartya Sen |
| Ammettiamo pure che il Nobel ad Amartya Sen sia stato, come
qualche maligno ha subito insinuato, un gesto «politicamente
corretto», un premio di consolazione all'indiano, all'antiliberista, al
teorico dell'eguaglianza, dopo vent'anni di allori per i campioni del
libero mercato, da Milton Friedman in giù. Se anche fosse, sarebbe
comunque un Nobel strameritato. Perché prima di essere un paladino
del Welfare e del Terzo Mondo, Sen è un raffinato economista
logico-matematico e un grande filosofo morale. Appartiene infatti per
intero alla tradizione europea del pensiero economico classico, quel
filone che fin dalle origini coniugava la riflessione etica al calcolo delle
variabili monetarie. E' il Jeremy Bentham, l'Adamo Smith dei poveri:
uno studioso che in tutto l'arco della sua lunga carriera scientifica
(dall'Università di Calcutta a Cambridge, a Oxford e infine ad
Harvard, dove insegna dall'87) ha cercato di conciliare le ragioni
dello sviluppo con quelle dell'equità, senza ricadere nel pantano dello
statalismo.
Otto anni fa, nel ricevere il «Premio senatore Giovanni Agnelli», un
mini-Nobel italiano, Sen raccontò un episodio della sua infanzia che
lo aveva profondamente segnato. Nel 1943, quando aveva nove anni
e frequentava le elementari a Santiniketan, il villaggio del Bengala
dov'era nato, scoppiò una spaventosa carestia. La sua scuola fu
presa d'assalto da una processione di gente affamata che chiedeva la
carità, «spesso portando in braccio dei bambini ridotti a pelle e
ossa». Per il piccolo Amartya Kumar fu uno shock tremendo. Solo
più tardi i suoi studi lo avrebbero convinto che in Bengala non era il
cibo a scarseggiare, ma il reddito per procurarselo. E che soltanto
l'inettitudine e l'autoritarismo dei governanti britannici avevano
impedito di soddisfare il fondamentale diritto della popolazione a non
patire la fame.
Le carestie, scherza l'autore di Etica ed economia, nascono «dalla
mancanza di giornali». Dove ci sono democrazia e libertà di stampa e
d'espressione, è anche più facile fronteggiare questo tipo di
emergenze. Sen crede nell'importanza della libertà economica, ma
insiste che «la democrazia è un valore in sé, il mercato soltanto uno
strumento». Di qui il suo atteggiamento fortemente critico verso
quello che chiama il «conservatorismo finanziario», la linea dogmatica
dei banchieri centrali che sacrificano ai parametri monetari e di
bilancio ogni altro obiettivo di politica economica.
Due anni fa, in un'intervista al Corriere, aveva detto: «Il rigore non va
confuso con il radicalismo antinflazionistico e antideficit. E deve
essere conciliato con gli impegni sociali verso i cittadini meno
fortunati: poveri, malati, disoccupati, anziani». E aveva espresso la
sua preferenza per la via della concertazione fra le parti sociali
rispetto al decisionismo di stampo thatcheriano: «La democrazia crea
problemi, ma fornisce anche le soluzioni. Il metodo della discussione
nelle scelte pubbliche è il principale orgoglio dell'Europa moderna,
una cultura che risale al vostro Rinascimento, all'Illuminismo francese.
La tecnocrazia unilaterale non è un'alternativa praticabile».
Per chi deve sopportare il bizantinismo inconcludente della politica
italiana, le parole dell'economista di Harvard possono apparire
ingenue. Ma in questi giorni, di fronte alla disoccupazione di massa e
all'anarchia finanziaria, meriterebbero forse di essere ponderate con
serietà.
Tutti i modelli economici sono imperfetti, nessuno di essi è
applicabile dappertutto, e chi tenta di imporre il proprio modello al
resto del mondo genera mostri che poi si rivoltano contro di lui.
Spiace che un osservatore arguto e autorevole come Sergio Ricossa1
abbia paragonato le teorie di Sen alla «triaca massima», vecchio
preparato della medicina galenica: «Non sapendo quali sostanze
facessero bene alla salute, si mescolava di tutto un po'». Be', a
giudicare da come hanno funzionato le ricette «pure» del Fondo
monetario in Indonesia o quelle, altrettanto «pure», del Partito in
Unione Sovietica, ben venga la triaca del professor Sen. |