RASSEGNA STAMPA

16 OTTOBRE 1998
RICCARDO CHIABERGE
La lezione etica di un economista
Dopo il Nobel ad Amartya Sen
Ammettiamo pure che il Nobel ad Amartya Sen sia stato, come qualche maligno ha subito insinuato, un gesto «politicamente corretto», un premio di consolazione all'indiano, all'antiliberista, al teorico dell'eguaglianza, dopo vent'anni di allori per i campioni del libero mercato, da Milton Friedman in giù. Se anche fosse, sarebbe comunque un Nobel strameritato. Perché prima di essere un paladino del Welfare e del Terzo Mondo, Sen è un raffinato economista logico-matematico e un grande filosofo morale. Appartiene infatti per intero alla tradizione europea del pensiero economico classico, quel filone che fin dalle origini coniugava la riflessione etica al calcolo delle variabili monetarie. E' il Jeremy Bentham, l'Adamo Smith dei poveri: uno studioso che in tutto l'arco della sua lunga carriera scientifica (dall'Università di Calcutta a Cambridge, a Oxford e infine ad Harvard, dove insegna dall'87) ha cercato di conciliare le ragioni dello sviluppo con quelle dell'equità, senza ricadere nel pantano dello statalismo. Otto anni fa, nel ricevere il «Premio senatore Giovanni Agnelli», un mini-Nobel italiano, Sen raccontò un episodio della sua infanzia che lo aveva profondamente segnato. Nel 1943, quando aveva nove anni e frequentava le elementari a Santiniketan, il villaggio del Bengala dov'era nato, scoppiò una spaventosa carestia. La sua scuola fu presa d'assalto da una processione di gente affamata che chiedeva la carità, «spesso portando in braccio dei bambini ridotti a pelle e ossa». Per il piccolo Amartya Kumar fu uno shock tremendo. Solo più tardi i suoi studi lo avrebbero convinto che in Bengala non era il cibo a scarseggiare, ma il reddito per procurarselo. E che soltanto l'inettitudine e l'autoritarismo dei governanti britannici avevano impedito di soddisfare il fondamentale diritto della popolazione a non patire la fame. Le carestie, scherza l'autore di Etica ed economia, nascono «dalla mancanza di giornali». Dove ci sono democrazia e libertà di stampa e d'espressione, è anche più facile fronteggiare questo tipo di emergenze. Sen crede nell'importanza della libertà economica, ma insiste che «la democrazia è un valore in sé, il mercato soltanto uno strumento». Di qui il suo atteggiamento fortemente critico verso quello che chiama il «conservatorismo finanziario», la linea dogmatica dei banchieri centrali che sacrificano ai parametri monetari e di bilancio ogni altro obiettivo di politica economica. Due anni fa, in un'intervista al Corriere, aveva detto: «Il rigore non va confuso con il radicalismo antinflazionistico e antideficit. E deve essere conciliato con gli impegni sociali verso i cittadini meno fortunati: poveri, malati, disoccupati, anziani». E aveva espresso la sua preferenza per la via della concertazione fra le parti sociali rispetto al decisionismo di stampo thatcheriano: «La democrazia crea problemi, ma fornisce anche le soluzioni. Il metodo della discussione nelle scelte pubbliche è il principale orgoglio dell'Europa moderna, una cultura che risale al vostro Rinascimento, all'Illuminismo francese.
La tecnocrazia unilaterale non è un'alternativa praticabile». Per chi deve sopportare il bizantinismo inconcludente della politica italiana, le parole dell'economista di Harvard possono apparire ingenue. Ma in questi giorni, di fronte alla disoccupazione di massa e all'anarchia finanziaria, meriterebbero forse di essere ponderate con serietà. Tutti i modelli economici sono imperfetti, nessuno di essi è applicabile dappertutto, e chi tenta di imporre il proprio modello al resto del mondo genera mostri che poi si rivoltano contro di lui.
Spiace che un osservatore arguto e autorevole come Sergio Ricossa1 abbia paragonato le teorie di Sen alla «triaca massima», vecchio preparato della medicina galenica: «Non sapendo quali sostanze facessero bene alla salute, si mescolava di tutto un po'». Be', a giudicare da come hanno funzionato le ricette «pure» del Fondo monetario in Indonesia o quelle, altrettanto «pure», del Partito in Unione Sovietica, ben venga la triaca del professor Sen.
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EconomiaIl Novel a Amartya Sen