RASSEGNA STAMPA

13 OTTOBRE 1998
CARLO FORMENTI
L'ultima utopia di Habermas l'eretico
Il pensatore della Scuola di Francoforte accusa gli stati attuali di non essere in grado di risolvere i problemi della nostra epoca
«Occorre un governo sovranazionale». Ma è criticato da destra e sinistra
JÜRGEN HABERMAS, «L'inclusione dell'altro», Editore Feltrinelli,Pagine 278, lire 50.000
Ultimo erede della Scuola di Francoforte e uno dei maggiori filosofi viventi, Jürgen Habermas è da tempo impegnato in una dura polemica nei confronti del postmodernismo e dei rischi connaturati alla tentazione di accantonare i principi del razionalismo moderno. Per questo il suo pensiero è stato spesso etichettato, da sinistra e da destra, come conservatore e nostalgico. Critica ingenerosa, come potrà verificare il lettore degli scritti sulle sfide della globalizzazione raccolti nel volume L'inclusione dell'altro. Studi di teoria politica.
Habermas ingaggia un «corpo a corpo» con una serie di teorie e autori (John Rawls e Carl Schmitt, la filosofia neoaristotelica e quella neokantiana, il dibattito americano fra liberali e comunitaristi), confronto che non si propone tanto di smontare gli argomenti altrui, quanto di estrarne il nucleo razionale. Il dibattito è inquadrato in uno scenario ben determinato: da un lato, l'emergere di problemi planetari - economici, ambientali e militari - che gli stati-nazione non sono in grado di risolvere, dall'altro, il ripresentarsi - nel dibattito tedesco susseguente all'unificazione - di concezioni «etnonazionalistiche» dello stato. In tale contesto, lo sviluppo di forme di sovranità sovranazionale si presenta come necessità pratica assai più che come astratto ideale «progressista». Nel sostenere tale tesi, Habermas ricorda come la modernità politica abbia risposto alla dissoluzione delle forme premoderne di integrazione sociale con lo sviluppo dello stato-nazione, il quale ha rappresentato appunto una sorta di «equivalente funzionale» di quelle forme. Oggi la realtà ci costringe a perfezionare quel processo, sviluppando cornici più ampie e astratte di cittadinanza, tali da «includere» tutte le soggettività generate da una società multiculturale. In controtendenza con tale esigenza si ripresentano in Occidente concezioni «romantiche» della nazione come comunità di destino e unità etnico-culturale, che si oppongono a qualsiasi «trasferimento di sovranità» alle entità sovranazionali e rivendicano tanto il diritto all'autodeterminazione nazionale, quanto il principio di non ingerenza negli affari interni dei singoli stati. Voci non meno critiche verso il «diritto cosmopolita» si alzano in Oriente. Per esempio, con la dichiarazione della priorità dei diritti collettivi nei confronti dei diritti individuali sottoscritta da Singapore, Malesia, Taiwan e Cina, che rivendicano le proprie tradizioni comunitariste, di ispirazione confuciana, contro il presunto universalismo (in realtà eurocentrico) della Dichiarazione dei diritti dell'uomo del '48. Da destra (con la rinascita dei miti della terra e del sangue) e da sinistra (con la difesa delle ragioni comunitarie contro l'individualismo liberale) si tenta insomma di proteggere le identità locali dagli effetti della globalizzazione. Habermas sfrutta gli argomenti della tradizione liberale per dimostrare come queste concezioni si fondino su una mistificazione: i concetti di nazione, popolo, comunità, ecc. cui esse si rifanno non sono infatti «naturali», bensì storiche, sono cioè il prodotto, assolutamente artificiale, del processo di trasformazione dei sudditi in cittadini che coincide con la nascita dei moderni stati-nazione. Al tempo stesso, il filosofo utilizza il «nucleo razionale» di queste stesse concezioni contro il neoliberismo postmodernista: l'individuo soggetto dei diritti universali esiste esclusivamente in quanto membro di una comunità, in quanto appartiene a una determinata «forma di vita». Con questa circolarità di argomenti critici, Habermas approda a una concezione che si propone di superare la «falsa alternativa» fra liberalismo e comunitarismo: per non abdicare di fronte alla sfida della globalizzazione dei mercati, la politica dovrebbe sviluppare un «diritto cosmopolita» capace di includere tutte le forme di vita particolari, e di ricondurle al denominatore comune dei diritti universali dell'uomo. Compito immane, che solo un esecutivo sovranazionale sarebbe in grado di realizzare. Quanto alla legittimità di questo potere sovranazionale: dopo la svalutazione di ogni fondamento metafisico, che rende improbabile qualsiasi concezione del «bene comune», non resta che appellarsi alle regole discorsive di un «agire comunicativo orientato all'intesa». Così la filosofia habermasiana rivela il suo volto utopistico più che nostalgico. Anche se, come nota il curatore dell'edizione italiana Leonardo Ceppa nella Postfazione, si tratta d'una speranza utopistica che nasce dalla disperazione.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica