L'ultima utopia di Habermas l'ereticoIl pensatore della Scuola di Francoforte accusa gli stati attuali di non
essere in grado di risolvere i problemi della nostra epoca «Occorre un governo sovranazionale». Ma è criticato da destra e sinistra |
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| JÜRGEN HABERMAS, «L'inclusione dell'altro», Editore
Feltrinelli,Pagine 278, lire 50.000 | Ultimo erede della Scuola di Francoforte e uno dei maggiori filosofi viventi, Jürgen Habermas
è da tempo impegnato in una dura polemica nei confronti del postmodernismo e dei rischi
connaturati alla tentazione di accantonare i principi del razionalismo moderno. Per questo il
suo pensiero è stato spesso etichettato, da sinistra e da destra, come conservatore e
nostalgico. Critica ingenerosa, come potrà verificare il lettore degli scritti sulle sfide della
globalizzazione raccolti nel volume L'inclusione dell'altro. Studi di teoria politica.
Habermas ingaggia un «corpo a corpo» con una serie di teorie e autori (John Rawls e Carl
Schmitt, la filosofia neoaristotelica e quella neokantiana, il dibattito americano fra liberali e
comunitaristi), confronto che non si propone tanto di smontare gli argomenti altrui, quanto di
estrarne il nucleo razionale.
Il dibattito è inquadrato in uno scenario ben determinato: da un lato, l'emergere di problemi
planetari - economici, ambientali e militari - che gli stati-nazione non sono in grado di
risolvere, dall'altro, il ripresentarsi - nel dibattito tedesco susseguente all'unificazione - di
concezioni «etnonazionalistiche» dello stato. In tale contesto, lo sviluppo di forme di sovranità
sovranazionale si presenta come necessità pratica assai più che come astratto ideale
«progressista». Nel sostenere tale tesi, Habermas ricorda come la modernità politica abbia
risposto alla dissoluzione delle forme premoderne di integrazione sociale con lo sviluppo dello
stato-nazione, il quale ha rappresentato appunto una sorta di «equivalente funzionale» di
quelle forme. Oggi la realtà ci costringe a perfezionare quel processo, sviluppando cornici più
ampie e astratte di cittadinanza, tali da «includere» tutte le soggettività generate da una società
multiculturale.
In controtendenza con tale esigenza si ripresentano in Occidente concezioni «romantiche»
della nazione come comunità di destino e unità etnico-culturale, che si oppongono a qualsiasi
«trasferimento di sovranità» alle entità sovranazionali e rivendicano tanto il diritto
all'autodeterminazione nazionale, quanto il principio di non ingerenza negli affari interni dei
singoli stati. Voci non meno critiche verso il «diritto cosmopolita» si alzano in Oriente. Per
esempio, con la dichiarazione della priorità dei diritti collettivi nei confronti dei diritti individuali
sottoscritta da Singapore, Malesia, Taiwan e Cina, che rivendicano le proprie tradizioni
comunitariste, di ispirazione confuciana, contro il presunto universalismo (in realtà
eurocentrico) della Dichiarazione dei diritti dell'uomo del '48. Da destra (con la rinascita dei
miti della terra e del sangue) e da sinistra (con la difesa delle ragioni comunitarie contro
l'individualismo liberale) si tenta insomma di proteggere le identità locali dagli effetti della
globalizzazione.
Habermas sfrutta gli argomenti della tradizione liberale per dimostrare come queste concezioni
si fondino su una mistificazione: i concetti di nazione, popolo, comunità, ecc. cui esse si rifanno
non sono infatti «naturali», bensì storiche, sono cioè il prodotto, assolutamente artificiale, del
processo di trasformazione dei sudditi in cittadini che coincide con la nascita dei moderni
stati-nazione.
Al tempo stesso, il filosofo utilizza il «nucleo razionale» di queste stesse concezioni contro il
neoliberismo postmodernista: l'individuo soggetto dei diritti universali esiste esclusivamente in
quanto membro di una comunità, in quanto appartiene a una determinata «forma di vita». Con
questa circolarità di argomenti critici, Habermas approda a una concezione che si propone di
superare la «falsa alternativa» fra liberalismo e comunitarismo: per non abdicare di fronte alla
sfida della globalizzazione dei mercati, la politica dovrebbe sviluppare un «diritto cosmopolita»
capace di includere tutte le forme di vita particolari, e di ricondurle al denominatore comune
dei diritti universali dell'uomo. Compito immane, che solo un esecutivo sovranazionale
sarebbe in grado di realizzare. Quanto alla legittimità di questo potere sovranazionale: dopo la
svalutazione di ogni fondamento metafisico, che rende improbabile qualsiasi concezione del
«bene comune», non resta che appellarsi alle regole discorsive di un «agire comunicativo
orientato all'intesa». Così la filosofia habermasiana rivela il suo volto utopistico più che
nostalgico. Anche se, come nota il curatore dell'edizione italiana Leonardo Ceppa nella
Postfazione, si tratta d'una speranza utopistica che nasce dalla disperazione. |