RASSEGNA STAMPA

4 OTTOBRE 1998
MICHELE DE FRANCESCO
FILOSOFI ANALITICI
Sintesi di un incontro
Sul Sole-24 Ore di domenica scorsa, Diego Marconi si è soffermato su quel processo di "naturalizzazione" della filosofia che caratterizza una componente essenziale della riflessione contemporanea. Ruolo cruciale ha avuto in esso la critica di Quine alla distinzione tra analitico e sintetico: venuta meno la possibilità di un'analisi puramente linguistica. dei problemi filosofici, e rinunciato per sempre alla prospettiva di giustificare dall'esterno le teorie scientifiche, appariva naturale invertire il rapporto fondazionale tra scienza e filosofia: non sarebbe più stata la teoria della conoscenza elaborata dai filosofi a giustificare la fiducia della scienza, ma proprio alla luce delle migliori ipotesi scientifiche si sarebbe dovuta elaborare una adeguata teoria di quella che (di fatto) è la conoscenza umana. In questa prospettiva scienza e filosofia sono attività contigue (se non identiche) e l'epistemologia diviene una branca della psicologia.
Si tratta di un punto di vista oggi molto diffuso che per di più, come nota opportunamente Marconi, è rafforzato dal successo delle scienze cognitive, che per la prima volta della storia ci offrono almeno un'idea di quello che potrebbe essere lo sviluppo di una scienza della natura umana effettivamente funzionante. Ma, per quanto autorevole, questa prospettiva non è la sola. A essa si contrappone una differente visione, secondo la quale i metodi e gli scopi di scienza e filosofia sono differenti. In quest'ottica, più che nella scienza, la riflessione filosofica ricerca i suoi dati di partenza nel senso comune e nelle pratiche d'uso del linguaggio ordinario. Se Quine è il patrono di tutti i naturalizzatori, Wittgenstein è l'ovvio punto di riferimento per tutti i seguaci di questa differente visione del lavoro filosofico. Né queste due alternative esauriscono lo spettro delle posizioni teoriche. Per dare un solo esempio, nel saggio Logical Atomism, del 1924, Bertrand Russell tentava di conciliare la tesi secondo cui il compito essenziale della filosofia è l'analisi logica con la proposta di assumere come dati della ricerca, e come concetti fondamentali da analizzare, quelli proposti dalla riflessione scientifica, giudicata intrinsecamente più affidabile di ogni altra pratica conoscitiva.
Se sulla possibilità di giustificazione russelliana di questa duplice posizione possono sorgere dubbi, non è invece dubbio che il tema del rapporto tra scienza, senso comune e filosofia è uno snodo essenziale per la comprensione della natura dell'impresa analitica. Non stupisce quindi l'interesse e la vivacità della discussione che hanno impegnato la Società Italiana di Filosofia Analitica, riunita dal 23 al 26 settembre presso il Dipartimento di Filosofia dell'università di Bologna a dibattere appunto di «Scienza Filosofia e Senso Comune», nell'ambito del suo terzo convegno nazionale.
Un aspetto significativo dell'incontro è stata la pluralità delle voci nelle quali si è presentato il problema dello statuto del senso comune; cosi la medesima tematica è stata affrontata da Tim Crane (Londra), attraverso una critica all'idea che la filosofia sia analisi del senso comune, da Eugenio Lecaldano (Roma), trattando i rapporti tra senso comune e sentimenti morali da Pieranna Garavaso, (Mortis, Minnesota) con l'esame delle basi teoriche della nuova epistemologia femminista, e poi ancora da una messe di interventi su temi che spaziano dalla logica deontica alla filosofia del tempo. Di fronte a una simile ricchezza, forse è mancato il momento della sintesi, ma che altro aspettarsi da filosofi analitici?
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