RASSEGNA STAMPA

27 SETTEMBRE 1998
GIOVANNI REALE
ARISTOTELE DOCET
Julia Amas in uno studio esamina le componenti dell'etica e della filosofia antica dedicate alla felicità
Il saggio cerca di star bene
J. Annas, «La morale della felicità in Aristotele e nei filosofi dell'età ellenistica», traduzione di M. Andolfo, Vita e Pensiero, Milano 1998, pagg. 704, L. 80.000 rilegato e 70.000 in brossura.
Il nuovo libro di Julia Annas, La morale della felicità, edito nell'originale inglese nel 1993 in parallelo di quello di Martha Nussbaum, La teoria del desiderio, pubblicato nel 1994, ossia un solo anno dopo (la traduzione italiana di questo libro, pure pubblicata da Vita e Pensiero, è stata già recensita su «Il Sole-24 Ore»). La coincidenza dei temi e la vicinanza cronologica delle due opere non sono affatto casuali, ma s'inseriscono in un vero e proprio revival di studi sul pensiero dell'età ellenistica in atto da alcuni anni 'soprattutto nell'ambito della cultura di lingua anglofona.
Si tratta di un revival a vasto raggio. Le due autrici non si limitano a riproporre all'attenzione dei lettori l'oggetto trattato, ossia la tanto trascurata filosofia dell'età ellenistica, ma esse mettono in atto anche alcune innovazioni di carattere metodologico e teoretico.
Come ho già detto altra volta, ma penso sia opportuno ripetere, la Annas e la Nussbaum battono strade opposte a quelle seguite dagli studiosi tedeschi. Costoro (ma anche alcuni studiosi di lingua anglofona) stanno scrivendo i loro libri per un'élite sempre più ristretta, puntando su un rigore e su una precisione di carattere quasi «esoterico». Le due autrici, invece, scrivono numerose pagine che comunicano chiari messaggi a tutti gli uomini di cultura,. ben al di là dell'élite degli specialisti e parlano quindi a tutti gli uomini di cultura.
Ma veniamo al punto-chiave concernente il metodo specifico seguito dalla Annas.
Diciamo, in primo luogo, che la Annas si colloca fra i più noti ed apprezzati studiosi e interpreti del pensiero antico a livello internazionale. E' nata in Inghilterra, ma opera negli Stati Uniti, presso la University of Arizona, Tucson. Le sue pubblicazioni sono assai ricche e alcune di esse costituiscono punti di riferimento.
I modi pìù diffusi di affrontare lo studio di grandi filosofi o di grandi epoche della filosofia sono sostanzialmente due: quello puramente «dossografico» e da mero «filologo», oppure quello «teoretico» e «speculativo». Io da tempo cerco di seguire un metodo che mi pare corretto indicare come «ermeneutico», ossia di «interpretazione storica». Evidentemente, trattandosi dell'esegesi di filosofi, un'interpretazione, sia pure di carattere "storico", non può che essere un'interpretazione dì idee. In altri termini, per fare storia della filosofia occorre essere in qualche modo (grandi o piccoli non importa) "filosofi", con tutto ciò che questo implica. Ritengo che occorra sapere entrare in quel «circolo ermeneutico», che, con la dinamica che è a questo connessa, permetta di avvicinarci sempre più all'alterità degli autori e dei loro testi.
Annas dice la stessa cosa, sia pure usando un linguaggio un po' diverso. Nell'Introduzione scritta per l'edizione italiana precisa che non esiste, ovviamente, un approccio ai testi filosofici antichi che possa considerarsi "storico" in senso assoluto, e non in qualche modo "filosofico", per la ragione che «non possiamo evitare i presupposti filosofici che accompagnano la nostra interpretazione specialmente in etica». E nel corso dell'opera precisa: «Comunque, chiarendo ciò che realizziamo e riflettendo sulle nostre teorie e sui nostri concetti etici, possiamo almeno sperare di pervenire a comprendere le teorie antiche in un modo che, al confronto, appare libero dalle discussioni ingenerate dal non tener conto della nostra prospettiva».
Annas parte da Aristotele e non da Platone e da Socrate. Alcuni si sono lamentati di questo fatto, ma io ritengo che, data l'impostazione dell'opera questo taglio sia del tutto corretto.
Sempre nell'Introduzione all'edizione italiana (anche in risposta alle critiche che le sono state fatte su questo punto), Annas afferma che, per lo scopo che si prefigge in questo libro, Aristotele presenta il miglior punto di partenza, non solo perché possediamo una sua trattazione pressoché completa sull'etica, ma soprattutto perché per la prima volta l'etica è stata da lui presentata come disciplina a sé stante e, partendo dallo Stagirita, si parte quindi da basi sicure. Dunque la Annas, in questa sua opera, lungi dal proporre una storia completa dell'etica antica, s'incentra su «quelle teorie etiche antiche che, al pari di quella di Aristotele, si considerano esplicitamente come «eudemonistiche», ossia teorie che mirano alla ricerca della felicità.
Eccoci allora al cuore della trattazione: che cos'è la felicità, l'«eudaimonia», concetto che costituisce l'asse portante dell'etica e della filosofia antica?
La Annas ritiene che il concetto antico di felicità sia molto più ampio e dinamico di quello moderno che è, invece, «ristretto e rigido». La connotazione formale essenziale della felicità consiste nel fatto che tutto ciò che noi ricerchiamo, lo ricerchiamo in virtù della felicità, mentre non cerchiamo mai la felicità in vista di altro: di conseguenza, la consideriamo autosufficiente, non mancante di nulla. Se le differenti scuole filosofiche differiscono nel proporre i contenuti, permangono costanti i vincoli formali in funzione dei quali quei contenuti sono proposti. Le differenze si costituiscono, per così dire, all'interno di questa identità dei "vincoli formali".
Alcuni sostengono che la felicità per gli antichi sia determinata non solo dai vincoli formali strutturali, ma anche da particolari contenuti, come ad esempio dal successo mondano. Altri sostengono, invece, che l'eudaimonia greca si riduce a una forma di quello che noi oggi chiamiamo "benessere".
La Annas ha ragione nel rispondere che, in realtà, «la nostra moderna concezione della felicità appare essere davvero confusa, nonché contenere tendenze contraddittorie». Potremmo dire che il concetto moderno di felicità è un concetto «caotico».
In realtà, i filosofi dell'età ellenistica sono ben lungi dal collegare il concetto di felicità con contenuti come quelli del successo mondano, o di forme di benessere che richiamino quelle di oggi. Tutti i filosofi ellenistici identificano formalmente la felicità con qualcosa che, potremmo dire, è ben più «negativo» che non «positivo». Si tratta di conquiste spirituali che implicano, in realtà, rinunzie: dall'«a-tarassia» (mancanza di turbamento) all'«a-patia» (mancanza di sofferenza o di patimenti), all'«a-ponia» (mancanza di dolore), ossia all'eliminazione dei mali dell'anima.
Dunque, siamo ben lontani da ricerche di contenuti del tipo di quello del successo mondano e dalle moderne teorie del benessere. L'eudemonia ellenica è, quindi, quello stato che si raggiunge solo nella dimensione dello spirito, al di là del quale (qualsiasi sia il modo proposto per raggiungerlo) non c'è più nulla che all'uomo interessa ricercare.
In questo senso, la felicità è «il fine ultimo» che l'uomo vuole raggiungere. E la Annas ci fa percorrere in modo eccellente le linee tracciate dalle varie scuole, nelle loro convergenze e divergenze per raggiungere questo fine.
L'autrice dedica grande attenzione al concetto ellenico di "virtù", analizzandone i vari aspetti: quello "disposizionale", quello "effettivo" e quello "intellettuale", partendo, naturalmente, da Aristotele per giungere agli Epicurei e agli Stoici, mediante un confronto intrecciato e assai vivace con posizioni di pensatori moderni e contemporanei. La virtù per gli antichi ha uno spessore ontologico ben più cospicuo che non per numerosi autori contemporanei, che avrebbero non poco da imparare da quel messaggio. Ecco le sue precise conclusioni: «La virtù, infatti, non è un genere neutrale di dote, bensì è una disposizione complessa a compiere l'atto moralmente retto per la giusta ragione in modo coerente e affidabile, in cui le proprie emozioni e le proprie passioni si sono così sviluppate da accompagnare le proprie decisioni». La virtù, pertanto, è una forma di «conoscenza pratica», ossia una forma di techne, vale a dire di «arte» nel senso greco del termine.
L'ultima parte del libro affronta il problema se l'«eudemonismo» dell'etica antica sia davvero una «morale» o no e quindi se l'espressione «morale della felicità» sia coerente e consistente. Annas non ha dubbi nel dare una risposta positiva, in quanto le riflessioni etiche degli antichi puntano su una «visione dell'intero» e quindi su un conseguente «progetto in senso globale». Secondo i filosofi ellenistici bisogna rendersi ben conto che «tutti i propri vari fini e valori si connettono insieme in un progetto di vita, la cui direzione è definita da qualunque realtà sia assunta come valore o interesse sovrastante. Soltanto i Cirenaici insegnano a rinunciare a ciò, mentre tutte le altre teorie ci dicono che il compito della riflessione è di chiarificare, anziché di rifiutare, il nostro fine ultimo, nonché di rivedere e di riorganizzare i nostri fini e le nostre priorità. Le teorie differiscono nel grado di riordino che esigono, sicché, a lungo termine, richiedono che l'agente prenda le distanze dalle intuizioni risultanti dall'educazione che ha ricevuto nella propria particolare società». Ciò implica una strutturale conciliazione della ricerca della felicità e della dimensione della moralità, se queste vengono intese appunto nella loro dimensione "storica".
Insomma: le dottrine etiche del mondo antico sono, a un tempo, «teorie della felicità» e «teorie morali», ma nella loro precisa dimensione storico-culturale, che non è quella del pensiero moderno.
E' appena il caso di rilevare come, presentata in questo modo, la problematica morale del pensiero ellenistico assuma rilevanza e portata assai più cospicue di quanto risultava dalle ricerche del passato. In particolare il libro costituisce una vera e propria lezione a tutti coloro che non solo in passato ma tutt'oggi pensano che il pensiero antico sia una sorta di museo archeologico. La fitta rete di riferimenti a numerosi pensatori di oggi indica, infatti, in che senso e in che misura il pensiero degli antichi, e addirittura dei pensatori ellenistici per tanto tempo trascurati, continui a imporsi come un punto di riferimento irrinunciabile per chi vuol fare filosofia.
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vedi anche
Filosofia morale