Marx ci parla della libertà: è questo il vero scandalo | A proposito di un'idea necessaria ma non ancora realizzata. Che è l'argomento affrontato nel «Manifesto del partito comunista» |
| Aquanto pare, in questa discussione «estiva», è Marx lo scandalo. Se Garin avesse citato, putacaso, Spinoza, o Erasmo, o Tucidide, nulla quaestio. Gli altri autori da lui raccomandati non fanno problema (tranne che per Rosso Malpelo e Baldini), Marx sì. Lo avevamo già rilevato. Ora Belardelli ci spiega, con pacati accenti, la grandezza di Marx e del Manifesto; con una clausola, però: che cioè Marx non va più interrogato. Strana procedura. Assumere un autore nell'empireo e al tempo stesso tappargli la bocca. In verità - e sia detto in generale - gli autori che hanno riflettuto sulla politeia parlano, anche quando qualcuno decide che i conti sono chiusi.
Parlano, perché i problemi dell'esistere associato su cui hanno portato la loro riflessione (da Platone in avanti) sono sempre lì, drammaticamente aperti. Così, in particolare, l'esigenza di comunismo è, tra le istanze che la politeia ogni volta ripropone, di epoca in epoca, una incoercibile spinta morale: per quante delusioni possa aver prodotto, e nonostante la trita figura dei «giapponesi nella giungla». Peraltro dopo secoli di capitalismo risorgono, nel pianeta, forme di lavoro schiavile (vedi Sette della scorsa settimana, nonché il rapporto annuale dell'Unesco): non c'è molto da gioire per i cantori dell'ordine esistente.
E' buffo pensare che un pubblicista possa, un certo giorno, decretare: «Basta, da John Locke, o da Tommaso d'Aquino, o da Robespierre non abbiamo più nulla da imparare». Il problema additato dal Manifesto dei comunisti è quello della Libertà. Esso ha fatto fare un passo avanti alla nozione stessa di Libertà, coniugandola con la concreta constatazione dei conflitti di classe e della sempre possibile prevaricazione della Libertà di alcuni a danno di quella di moltissimi altri. Quando un senatore romano parlava di libertas sapeva bene ciò che voleva. Ma a noi la sua idea di libertà non basta. E nemmeno quella dei grandi teorici del moderno liberalismo, che la ritennero compatibile, nella realtà, con la pratica della schiavitù.
Salmodiare che però in suo nome si sono sviluppate tragedie e lutti è inconsistente. La Notte di San Bartolomeo non cancella la Chiesa cattolica. Il Terrore non invalida la Costituzione dell'anno II. Al contrario il nazismo è condannato per sempre per i suoi principi prima ancora che per i suoi atti. Il problema additato dagli autori del Manifesto sta dinnanzi a noi e a quelli che ci seguiranno, e che tenteranno le più varie risoluzioni per venirne a capo. Perciò il Manifesto è attuale.
E non importa se adopereranno il lessico usuale nel XIX e nel XX secolo, e continueranno a chiamarsi comunisti, come tuttora fanno milioni e milioni di persone in Asia, in America o nell'Africa australe (tutti ricordano il commosso ringraziamento di Mandela, appena libero, ai comunisti del suo Paese), o se invece cercheranno un altro lessico. Anche per loro la sfida più ardua sarà tradurre in opere coerenti e costruttive il dettato di Robespierre: «La libertà è il potere che appartiene all'uomo di esercitare a suo piacere tutte le sue facoltà. Essa ha la sua regola nella giustizia». |