JEAN LUC NANCYDiscorsi sulla fine del senso Uno sguardo appassionato su una cultura senza certezze |
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| Jean-Luc Nancy, «Il senso del mondo», Lanfranchi Editore, Milano 1998, pagg. 258, L. 26.000. | Per l'originalità dell'invenzione teoretica, la sottigliezza e l'arditezza della scrittura, il gusto della provocazione, il pensiero di Jean-Luc Nancy si presenta come uno dei più interessanti della contemporaneità. Sono già numerose le sue opere tradotte in italiano (tra le altre: La comunità inoperosa, Cronopio, 1992; La partizione delle voci, Il Poligrafo, 1993; Il mito nazi, Il Melangolo, 1992) ed esce ora da Lanfranchi Il senso del mondo, un testo che raccoglie una serie di scritti brevi, appunti, "frammenti", "schegge", che toccano con efficacia tutte le tematiche principali - estetiche, politiche, filosofiche - del pensatore francese.
Un pensatore tutt'altro che facile. L'orizzonte da cui muove la riflessione di Nancy è quello della "fine del senso", decretata - a partire dagli inizi del Novecento -, in varie forme: da Freud, Nietzsche, Marx come crisi del soggetto, morte di Dio, incrinatura delle certezze borghesi, ma anche come tramonto o decostruzione della metafisica dall'ultimo Heidegger e da Derrida. Con la scomparsa del senso, anche la filosofia incontra la sua fine: la domanda di senso che le è propria -
come domanda sull'inizio, sul fine, sulla ragion d'essere, sul significato, sul bene, sul vero: su ogni forma di valore - patisce l'effetto trasvalutante del pensiero del "sospetto" e della crisi. Finché fu in rapporto con un altro mondo, un autore del mondo, un al di là' del mondo, il pensiero filosofico aveva una sua giustificazione. Ma non c'è altro che l"'essere abbandonato" (per riprendere il titolo di un testo di Nancy tradotto per Quodlibet nel 1995), non c'è altro che il mondo stesso, nella sua immediatezza nella sua radicale immanenza.
Ciò che fa l'interesse della posizione di Nancy è il fatto che, pur mantenendosi nell'aura di questa fine - «lo spazio comune a tutti noi è quello (nicciano ndr) del deserto che cresce» - egli rifiuti qualsiasi atteggiamento da fine secolo, da millenarismo o da pensiero della catastrofe: il pensiero della fine dei tempi, osserva Nancy, si mantiene ancora in un "regime del senso". La posta in gioco è invece più radicale: è quella di un mondo che non ha il suo senso in una qualche "trascendenza e che la filosofia deve riuscire a pensare in quanto radicalmente "finito" (su questo tema un testo cruciale è Un pensiero finito, Marcos y Marcos, 1992).
Non rassegnato alla fine del pensiero, Nancy ribadisce il ruolo specifico della filosofia come lo spazio in cui si continua a porre il problema del senso, senza pretendere di risolverlo e senza dislocarlo in una qualche istanza al di sopra del cielo. La filosofia diventa allora discorso (discorso "sensato": cui il senso appartiene da sempre negandosi però ad ogni oggettiva appropriazione), pratica di scrittura, momento di apertura di senso che rinuncia a "dire il senso come tale". "Si parla" (alla Wittgenstein) dentro il senso, tenendo viva l'attenzione a un senso che non "si dice": ecco allora che si libera lo spazio per la scrittura.
Ed è appunto nella pratica della scrittura che si dispiega l'invenzione stilistica di Nancy e l'andamento sorprendente delle sue argomentazioni: ne danno prova la struttura sintattica, gli incisi, le parentesi - «Detto altrimenti... (Ma non si tratta che di ciò, dire altrimenti .. )» -, la punteggiatura (i punti esclamativi, i puntini di sospensione), certe irriverenze («E questo in fondo il riassunto della storia di Dio o dell'essere come essere supremo»), la disinvoltura con cui, accanto ai rimandi alla tradizione filosofica più blasonata, sa citare Borges, Kafka, Joyce, Beckett o con cui, rivelando un'insolita competenza cinematografica propone una lettura di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrik come metafora dell'erranza e dello spazio disorientato propri della cosmologia della modernità. |