RASSEGNA STAMPA

5 AGOSTO 1998
CORRADO STAJANO
GARIN, IL MIO SECOLO
Il grande storico della filosofia ripercorre il Novecento. Con molta amarezza: «Ormai conta solo il mercato»;«La nostra cultura si è formata sulla Biblioteca Universale Sonzogno»; Rousseau, Marx, Croce, Gramsci per recuperare progetto e passione
«Un consiglio per le giovani generazioni:leggere le opere fondamentali»
Non nasconde il pessimismo per tutto quanto riguarda il presente e il futuro, il professor Eugenio Garin nel suo studio fiorentino. Ma non mostra cedimenti o stanchezze e seguita a lavorare con i suoi ritmi consueti. Ha appena pubblicato l'introduzione alle lettere scritte da Filippo Turati a Benedetto Croce alla fine dell'Ottocento che risuscita il problema del rapporto del filosofo con il marxismo. Sta scrivendo di Gerolamo Savonarola per il quale ha sempre avuto una grande simpatia. Come per tutti gli eretici, Erasmo, Giordano Bruno.
Garin aveva cinque anni, nel 1914, quando scoppiò la prima guerra mondiale e del Novecento è stato testimone partecipe, ma è restìo a parlare del secolo in cui ha vissuto, preferirebbe ragionare sui secoli conosciuti attraverso i suoi studi storici e filosofici.
Perché, professore?
«Per una crescente consapevolezza dell'incapacità dell'uomo di capire a fondo la realtà e la condizione dell'esistenza, per la debolezza dell'uomo, per l'amarezza di tutto quanto scopre di sé e della sua funzione».
Non si può tentare, alla fine del secolo, un bilancio del Novecento?
«Un tentativo si può fare, ma senza presumere di mettere in chiara evidenza quello che è stato. Io sono convinto che l'Ottocento non ci ha lasciato. Non abbiamo ancora, alla fine di quel secolo, un'immagine adeguata. Sulla cultura positivistica, per citare un campo con cui ho dimestichezza».
In questo nostro secolo è accaduto di tutto. Due guerre mondiali, guerre civili, rivoluzioni, la bomba atomica, i campi di sterminio, la geografia politica dell'Europa più volte mutata. Ma anche il progresso scientifico, l'uomo sulla Luna.Che cosa la colpisce di più?
«Si va sulla Luna e che cosa si trova? Si arriva alla conoscenza dell'atomo e si scopre la bomba atomica. Mi dà angoscia ricordare l'aspetto negativo e vincente di ricerche che per l'umanità avrebbero potuto avere soltanto esiti positivi. Non ci si è preoccupati dei risultati in concreto, degli effetti».
Siamo passati di colpo o quasi dal mondo contadino rimasto uguale per secoli all'industria, al risanamento dell'industria, al terziario, all'era del computer. L'uomo è stato preso dall'affanno. Si è smarrito nella grande trasformazione?
«Mi domando che cosa sia rimasto delle idee di Einstein se non l'atroce simbolo di un certo tipo di morte. Ricordo la terribile impressione che mi fece, nell'agosto 1945, dopo Hiroshima che aveva una sua luttuosa giustificazione perché impediva il continuare della tragedia della guerra, la bomba di Nagasaki, a tre giorni di distanza. La ripetitività gratuita del massacro, un semplice gioco di morte».
La scienza e la tecnica hanno però permesso uno straordinario miglioramento delle condizioni di vita dell'uomo, se si pensa qual era l'esistenza contadina alla fine del secolo scorso. Basta guardare L'albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi, rappresentato in più di cento Paesi che in ogni latitudine si sono identificati in quel film, racconto di miseria e di dolore. Non crede che gli uomini del Novecento siano i testimoni di una gigantesca rivoluzione?
«Sono tra coloro che non credono nel progresso in assoluto. Credo invece che ci sia un variare di distribuzione di mali e di beni, un chiaroscuro. Certamente, so bene che cosa è successo nel Novecento a migliorare la vita umana. Se penso alla vita quotidiana di quando io ero ragazzo! E anche di quando ero adulto. Se penso alle forme di abbrutimento di cui l'umanità è stata vittima. Questi problemi di sopravvivenza, in Europa, sono stati risolti e dove non è accaduto esiste una certa consapevolezza della necessità di arrivare a una soluzione. Oggi mi spaventa l'aumento della popolazione nel mondo che fa temere morti per fame, massacri. Mi spaventa anche l'intolleranza dei fanatici musulmani. Quel che mi lascia nel dubbio, in un tentativo di analisi del Novecento, è il non capire se alla evidente trasformazione materiale corrisponde, e in quale misura, una trasformazione culturale».

Nella lunga vita di Garin ci sono tutti i segni del conflitto intellettuale di questo secolo, ma è il fascismo che continua ad essere una dolorante ferita, un tempo su cui la memoria non smette di tornare. Anni fa Garin fu protagonista di una polemica con Bobbio che negava l'esistenza di una cultura fascista: ribadì - e lo ripete ancora oggi - che ci fu allora una cultura «del tempo del fascismo», perché le sventure aiutano gli uomini a riflettere.
Anche la sua storia familiare è un segno di contraddizione. I Garin erano arrivati in Toscana da Chambéry, in Savoia, nell'Ottocento. Un antenato optò per l'Italia nel 1860 e fu nominato intendente di Finanza a Firenze con un decreto di Cavour. «Il bello è - dice adesso il professore - che in famiglia veniva considerata come prima disgrazia nazionale l'Unità d'Italia avvenuta sotto il marchio della monarchia. E come seconda disgrazia il modo in cui il Paese si era unificato. Lo sentivo dire in casa fin da bambino. Quei miei familiari non avevano torto».
Garin è il più grande storico della filosofia italiana e del pensiero e della cultura del Rinascimento. Con le sue ricerche ha nutrito diversi filoni di studio: la storia del pensiero medievale, la storia del pensiero moderno, la storia degli intellettuali italiani, l'educazione, l'editoria, Gramsci, Croce, Gentile.
Quali sono stati, professore, i personaggi che per lei hanno contato di più?
«Senza dubbio Croce. Ho avuto per lui una grandissima ammirazione. Ho sentito il fascino delle sue opere di storia, la storia come pensiero e come azione, la storia d'Italia, la storia del Regno di Napoli. Anche per certe opere di critica letteraria sento di avere un debito, più che per le opere di filosofia».
E quali sono gli altri suoi personaggi?
«Ho tante perplessità»
Gramsci?
«Certo, alla fine della guerra la lettura di Gramsci mi ha fatto molto riflettere. Mi ha aiutato a capire che non si poteva isolare la storia della filosofia italiana dalla storia. E poi mi ha richiamato l'attenzione su tanti aspetti della vicenda politica in Italia».
Il Novecento cominciò con un grande rullare di tamburi. La fede nel progresso sembrava dominare il mondo. E adesso?
«Non sento niente. Né progetto né passione. Ho visto il fallimento di quelle che sono state le grandi idealità del passato prossimo. Le conclusioni mi sembrano deludenti. C'era la speranza nel socialismo, la speranza nell'educazione del genere umano, la speranza nella scienza, nella scuola, nel rinnovamento religioso, nelle trasformazioni economiche. Adesso si avverte solo silenzio o inutile frastuono. La parola redenzione non ha più alcun significato».
La caduta delle ideologie è stata salutata, dopo il 1989, come una liberazione. Ma che cosa, secondo lei, ha sostituito le ideologie?
«Forse l'ideologia del libero mercato perché oggi non c'è che quello. Con la sua maschera, il liberalismo. Nulla che richiami, anche minimamente e criticamente, il fervore di idee espresso per esempio dal Manifesto del partito comunista di Marx e Engels che uscì 150 anni fa. La sua grandezza e la sua forza sono assolute. Ma pochi ne hanno parlato, in occasione dell'anniversario».
Perché gli ex comunisti stanno zitti?
«Questo è probabilmente l'argomento più pesante contro il comunismo. Sono loro che dovrebbero dirci, tra l'altro, che il Manifesto è il sermone della montagna. L'abbiamo ritrovato in Croce».
E come spiega l'accanimento polemico contro gli azionisti, considerati gli artefici di tutti i mali?
«Ho raccolto una serie di appunti e di ritagli di giornale sugli attacchi recenti contro i gruppi di "Giustizia e libertà". È roba incredibile. Mi ha colpito questa ferocia nei confronti dei gobettiani. Sono persone limpide, non possono essere rimproverate di nulla. Nasce di qui l'accanimento gratuito. La grande passione morale è il loro codice. E in questo Paese la questione morale è nemica, disturba».
Ha dei consigli da dare ai ragazzi di oggi?
«Consiglierei, per quel che posso, di leggere, di studiare, perché il futuro sono loro. So che non sembrerò originale. Facciano quello che facevamo anche noi. La nostra educazione l'ha indirizzata la Biblioteca universale Sonzogno. Si comprava Rousseau, Goethe. Comprino anche loro Rousseau, Goethe e - perché no? - il Manifesto di Marx e Engels. Erano libretti color marroncino, con in copertina un angelo che suonava la tromba. Costavano 25 centesimi. Bisogna ricominciare dall'Abc, non c'è altro da fare».
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