![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 LUGLIO 1998 |
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Scrive, Robin, che l'arte con la quale è realizzato il Fedro ha una incomparabile leggerezza: «L'armonia dell'insieme è fatta dalla varietà degli elementi, delle sonorità, dei ritmi». Qualcuno ha comparato codesta arte a quella di una sinfonia musicale: nella quale, ciascuna parte ha valore per se stessa, ma anche per gli echi, le vibrazioni sonore che rimandano all'armonia segreta dell'insieme: invisibile (come le cose scritte nell'anima); nascosta da un velo. È vero. La cornice «retorica», il tema dell'amore, quello delle divinità del luogo, il motivo dell'anima, lo sfondo mitologico, il delirio amoroso, s'intrecciano senza confondersi: combinando sentimento e ragione, dissimulazione e verità, freschezza e gioco, in una specie di vortice ultimo di «verità non scritte», dissimulate, «non dette», ineffabili come sono le idee .
La presenza delle cicale è fondamentale, nel Fedro. Le cicale, secondo il mito, sono uomini trasformatisi in cicale, perché colpiti dal piacere, nell'udire il canto delle Muse. Non hanno bisogno di cibo e bevande: si nutrono del canto divino; raccontano alle Muse chi è fra gli uomini che le onora. Per questo è opportuno che, anche nel mezzogiorno, gli uomini non dormano: bensì riproducano, con i loro discorsi, l'armonia del canto. Quando Socrate e Fedro s'incontrano sull'Ilisso e, bagnandosi i piedi in acqua, vanno sotto un platano ombroso, le cicale assordano l'aria. Il luogo è noto perché si dice che, proprio lì, Borea rapì Orizia. A una domanda precisa di Fedro, Socrate risponde di non essere, dopotutto, così scettico riguardo ai miti e alle leggende. Costituiscono l'unica maniera che l'uomo ha di poter parlare delle cose invisibili: attraverso la fantasia. L'aura arcana è entrata di prepotenza nel dialogo. Le cicale cantano. I due si stendono.
La prima parte del Fedro è occupata dalla finta disputa, originata da un discorso di Lisia, che Fedro ha udito. L'argomento del discorso è non da poco: è meglio l'amore fra innamorati, oppure fra chi non si ama? Seguendo il resoconto di Fedro (meglio, cinicamente, fra chi non si ama) e provando lui stesso a condurlo alle estreme conseguenze, Socrate si copre il capo con un mantello: ha vergogna. Quando un richiamo segreto, il dio del luogo, lo trattiene dal riattraversare il fiume e andarsene, dice a Fedro che ora parlerà a capo scoperto; e, come per una colpa commessa (ciò che hanno detto), proverà - discorrendo - a purificare entrambi. L'udito s'è impregnato di salsedine: dovranno sciacquarsi.
Inizia, «nell'aria immota», uno dei più straordinari racconti fantastici della filosofia occidentale: Eros, il dio dell'amore, colpevolmente ignorato dai falsi discorsi, e l'anima immortale, si congiungono nell'indissolubile idea del movimento. L'anima è immortale, perché non ha principio, si muove da sé, e ambisce al «ritorno». L'amore, il delirio amoroso, cos'altro sono se non un perenne movimento di ricerca dell'oggetto amato?
Per descrivere l'anima immortale, ancora una volta Socrate avverte che la ragione non basta: bisognerà ricorrere alla fantasia, al mito. Compaiono: il carro alato; i due cavalli, quello focoso e quello temperante; l'auriga che li guida. Il carro dell'anima non conosce la baldanza, l'amaro destino del carro di Fetonte, che dall'alto precipita incendiando la terra. Solca gli spazi celesti e quelli ultracelesti, a seguito degli dei, con infinita calma. Contempla la vita degli dei. Vede la Pianura della Verità, nella quale si trova la sostanza dell'Essere: «Il nutrimento adatto alla parte migliore dell'anima proviene dal prato che è là, e la natura con cui l'anima può volare si nutre proprio di questo». Poi, a un tratto, si distaccano le ali: a causa d'un peso misterioso. L'anima diventa terrestre. Ma le rimane un ricordo, per quanto flebile, di lassù. Dal di qua in cui si trova, vuol tornare di là. Il movimento ricomincia.
Platone sostiene che, fra tutte le idee contemplate, è la Bellezza quella che favorisce il maggior ritorno: perché la percepiamo, sulla terra, attraverso la vista, il nostro senso più puro. Vediamo la bellezza di un essere umano e pensiamo alla Bellezza eterna. Le immagini con le quali Platone descrive il nascere del sentimento amoroso sono le più belle. All'inizio, chi ama, non sa: sente i brividi; ha paura, persino. Quindi, le ali si inturgidiscono, cominciano a crescere. È un sentimento animalesco, confuso, fatto di irritazione e ansia: simile a quello dei bambini che mettono i denti. Si chiama «flusso d'amore»: l'anima viene irrigata e si riscalda. «Prova grande turbamento per ciò che sente e, senza una via d'uscita delira, e, presa dalla mania, non riesce a dormire di notte, né di giorno... ma, spinta dalla brama corre là dove pensa di poter vedere chi possiede la bellezza. E dopo che ha visto ed è stata irrorata, si sciolgono i condotti che prima si era ostruiti, e, ripreso respiro, gode di un piacere dolcissimo».
«Questa passione, o bel ragazzo al quale si rivolge il mio discorso», dice Socrate a Fedro, «gli uomini lo chiamano Eros». Chi è preso da Eros viene conquistato in questo modo. Se le parti più elevate dell'anima che conducono a una vita ordinata, a una disciplina dell'amore e alla filosofia, prevarranno sui desideri terrestri, l'amato e l'amante, infiammati dal delirio amoroso, rimetteranno le ali, e, a seguito del dio dell'amore, Eros, proveranno a tornare al Prato della Verità: sede delle cose ineffabili, intraducibili nei discorsi che si fanno sulla terra.
Prima, Socrate vuol descrivere meglio questo flusso amoroso. Egli dice che il flusso, simile a un delirio, procede da chi ama a chi è amato: è come qualcosa che trabocca; una eco. Infatti, dagli occhi dell'amato rimbalza agli occhi dell'amante. Ma gli occhi dell'amante già prima erano colmi dell'immagine dell'amato. Così, in questo rimbalzo circolare, chi è amato vede, negli occhi dell'amante, nient'altro che se stesso. Senza aver letto il Fedro, forse, Emily Bronte spiega il concetto benissimo, quando fa dire a Cathy: «Non saprà mai quanto lo ami perché lui è più me di me stessa». Anche Attar, però, il mistico persiano del XII secolo, aveva interpretato Platone, col Verbo degli uccelli, in tal modo. Infatti, alla fine del lungo viaggio, quando incontrano il re degli uccelli inseguito tutta la vita, i trenta superstiti vedono loro stessi - riflessi come in uno specchio - nel corpo di Simurgh.
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