![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 LUGLIO 1998 |
La servetta trace che ride della prima verità filosofica enunciata da Talete, Dioniso che ride dell'ordine della città e lo manda in frantumi, la fede cristiana che esige il sacrificio dell'intelletto, la scommessa di Pascal fatta apposta per perdere, il diavoletto maligno che insidia la serietà del cogito di Cartesio, Kant che paragona la ragione a un'isola nell'oceano dell'irrazionale, l'uomo folle di Nietzsche che annuncia la morte di Dio ai mercanti, i veri sacerdoti della ragione (redde rationem), perché fanno bene i conti, l'inconscio che Freud vuole prosciugare come gli olandesi hanno fatto con lo Zuiderzee, il doppio messaggio che, come vuole Bateson, caratterizza ogni nostro messaggio, sono solo alcuni esempi che ci inducono a pensare che forse la follia ci aiuta a dire la verità, e addirittura che la verità, nottetempo, cerchi di incontrare la follia e non possa fare a meno di questi incontri. Nottetempo. Perché di giorno, contro le tresche della strana coppia, vigila la filosofia, sacerdotessa della verità, che nessuno contrasta per la sua radicale inincidenza nel mondo, e con lei vigila il buon senso per il quale, se vogliamo essere ragionevoli, dobbiamo tenere lontano dalle nostre parole e dai nostri gesti quel turbamento che chiamiamo follia. E così il "buon senso" diventa "senso comune" che contamina quella che potremmo definire la scienza più servizievole del senso comune: la psichiatria per la quale la follia non esiste, esistono i malati di mente, a cui il senso comune, che cerca di farsi passare per buon senso, chiede, per la propria salute, di prendersene cura. Relegando la follia nella malattia della mente, con cui nessuno naturalmente desidera far coppia, la psichiatria cerca in tutti i modi di impedire i convegni per non dire la tresca della strana coppia, ottenendo come risultato che la follia diventa, per la psichiatria, un oggetto misterioso, e la verità quell'insieme di banalità di cui quotidianamente si alimenta il comune buon senso. Questo è l'andamento di immagini, concetti e idee che troviamo in un bellissimo libro di Pier Aldo Rovatti che ha per titolo Il paiolo bucato. La nostra condizione paradossale (Raffaello Cortina 1998, pagg. 210 lire 22.000). Un bruttissimo titolo per un libro di grande impegno filosofico e di piacevolissima lettura, dove la serietà della verità, ovunque si annunci, non può fare a meno di fare i conti con la follia che la genera, e da cui la verità si difende come una vergine dal satiro che la insidia e a cui, senza dirlo e senza dirselo, la vergine stessa ha già ceduto. Il titolo bruttissimo trae spunto da una storiella di Freud che, nel tentativo ben riuscito di illustrare come parla il nostro inconscio, racconta di un tizio che presta un paiolo e che quando gli viene restituito si lamenta che è bucato. Ma, per dio, tutti i paioli sono bucati, tutte le verità hanno una crepa. E invece no. Chi restituisce il paiolo si giustifica dicendo: "Quando te l'ho restituito era intatto", "quando me l'hai prestato era bucato", anzi "tu non mi hai prestato nessun paiolo". Presa una per volta, ciascuna di queste giustificazioni potrebbe stare in piedi, ma tutte e tre insieme no. Eppure l'inconscio, che è poi la sorgente della follia, parla così, e noi siamo anche inconscio. E non basta prendere le distanze ridendo. Oppure, e questa è la tesi di Rovatti, ridiamo pure, ma prendiamo molto sul serio il nostro riso. L'inconscio infatti i gnora la logica dell'esclusione (aut- aut), perché conosce solo quella dell'accostamento simultaneo (et-et), lo stesso accostamento che, dopo la morte di Dio, baluardo di ogni verità, che Nietzsche fa annunciare dal folle, hanno assunto nel nostro secolo le verità che corrono parallele e nel medesimo tempo, passando di mano in mano, e tornando più o meno tutte bucate come il paiolo della storiella di Freud. Pensiero debole vuol dire anche questo. Vuol dire che se ci arrocchiamo nella logica della ragione, che poi non è altro che un sistema di regole per intenderci in modo univoco, se non impariamo a ridere, siamo in ritardo o tagliati fuori dal gioco dell'esperienza che non ha nulla a che fare con la chiusura e la ripetizione di cui si alimenta la linearità della ragione. E allora la filosofia non deve cominciare con Talete, ma deve includere nella sua storia, e in contemporanea, anche la servetta trace che ride quando vede Talete cadere nel fosso mentre, camminando, stava considerando l'ordine delle stelle. Allo stesso modo del guardiano della centrale atomica (la storiella è di Bateson) che era incuriosito del fatto che un suo amico usciva ogni sera con una carriola piena di segatura: "Ma perché porti fuori tutta questa segatura?" chiese il guardiano che più non sapeva trattenere la sua curiosità. E l'amico: "Va bene, te lo dico. A casa ho una dozzina di carriole". Qui lo sfondo (la carriola) diventa la figura, e la figura (la segatura) diventa la carriola. In questa inversione tra figura e sfondo, che sconcerta le attese della ragione, nasce il comico, che ride della logica della ragione e quindi della nostra cultura che ha sempre guardato alle cose con una logica cumulativa: quanta segatura! L'umorismo spiazza la linearità del ragionamento, la sequenza premesse-conseguenze, l'ordine del discorso che controlla, seleziona, organizza, distribuisce le parole in modo da scongiurare il pericolo della loro ambivalenza, che non consentirebbe di padroneggiarne il senso fino agli ultimi termini. E questo perché, per la logica della ragione il senso va acquisito, va accumulato, come si fa con la merce, come si fa con il denaro. Questa è la regola della nostra razionalità costruita sull'economia della capitalizzazione e della crescita, che non trascura neppure le parole, non più ammesse a comunicare direttamente tra loro, ma tutte costrette a transitare in quel "senso" che è poi il codice che le genera e le produce in un'estraneità totale le une per le altre. Così le parole si accumulano e "fanno senso", un senso che ricevono dal modello in cui si riproducono, perché, nell'ordine del discorso, la parola che non si inserisce, o il cui messaggio minaccia di modificare o addirittura di travolgere il senso, viene subito espunta. Ne sanno qualcosa le parole dei bambini, dei giovani, dei vecchi e dei folli, parole sempre rinviate a se stesse e sempre ripetute per nessun ascolto. Parole che circolano da sole, senza destinatario, quindi senza importanza, senza effetto, senza conseguenze, puro rumore. Si dirà che tutto questo oggi è finito o sta per finire. Niente di più falso. Perché finché le parole del bambino saranno ascoltate dall'attenzione pedagogica, quelle dei giovani dall'attenzione sociologica, quelle dei vecchi dall'attenzione medico-assistenziale, e quelle dei folli decifrate dalla psichiatria, queste parole vengono rigettate su se stesse senza risposta, al massimo servono all'accumulo del sapere, all'economia della scienza. Non parole dette per essere ascoltate, ma pura raccolta di dati. Ancora una volta il capitale e la sua legge. Ma contro questa legge che condiziona il modo di procedere della ragione, del linguaggio e dell'economia, almeno in Occidente, Rovatti ci ricorda che il paiolo è bucato, e quando il contenitore è un colabrodo è difficile accumulare, e chi ci prova s uscita il riso per non aver saputo preventivamente sorridere della "serietà" del discorso, per aver voluto tenersi al riparo, timoroso della paradossalità in cui abitualmente si muove la sua come la nostra vita. Accettare i paradossi significa allargare le cornici strette delle premesse che regolano i nostri discorsi, non racchiudere le opere d'arte nei musei, le poesie negli scantinati delle case editrici, il gioco nelle case da gioco, il sesso nelle camere da letto, il riso davanti alla tivù. Ma come si fa a chiedere a uno di giocare, o peggio di ridere, se costui non è disposto a un contro-movimento rispetto al suo agire quotidiano, se crede nella sua identità, onorabilità, rispettabilità, perché non ha ancora capito che quando dice Io sta dicendo solo uno pseudonimo di se stesso, il risultato un po' comico della sua logica cumulativa che vuole padroneggiare tutto ciò che gli accade, e sottrarsi a ogni sorta di cambiamento e trasformazione che sono un leggero squilibrio all'interno del normale equilibrio? Non è facile né ridere né giocare, perché nell'uno e nell'altro caso si tratta di raddoppiare lo sguardo, divaricandolo in due direzioni: la ragione e il suo assetto di verità e la follia che vieta alla ragione di chiudere la nostra condizione in un recinto che solo a distanza di tempo riconosciamo che era solo un recinto. Il riso e il gioco anticipano questo riconoscimento che avviene sempre troppo in ritardo, perché ci hanno insegnato che la vita non è un gioco, mentre è dal giorno che siamo nati che siamo in gioco. Ed evitare di giocare non significa evitare di perdere, significa solo non aver preso parte alla vita che contempla certo la perdita, anzi l'estrema perdita, se è vero che la morte è il suo atto finale. Come ci ricorda Rovatti, la morte, come gioco dell'estrema perdita, e non Dio, era la puntata della scommessa di Pascal. Dio era solo la certezza della vincita assoluta che coinvolgeva la passione del giocatore, come di ogni giocatore, solo perché altrettanto assoluta è la certezza di perdere.
|