![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 LUGLIO 1998 |
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Leopardi nichilista? Anche l'ultimo Luporini concedeva alla
formula nè sappiamo se avrebbe finito poi per accoglierla, e
come. Sapeva che bastava leggere i versi, nè solo gli idilli, per
vedersela esplodere avanti, definitivamente e inutilmente
togliendo il problema. Apposta, immagino, leggeva lo Zibaldone
La cattiva apologetica vanificante di Giovanni Gentile era pur
sempre il luogo di partenza e l'avvio polemico del suo cammino
Forse sapeva che tra il retore dei versi cattivi e impeccabili di
tante canzoni, anche tra le supreme, vate della vecchia Italia
non ancora neppur timidammente rinata, questo sì "reazionario", e
l'assolutezza del fanciullo poeta sempre ritornante dopo il
miracolo del 1819, c'è la mediazione aspra del pensiero che non
consente consolazioni.
Può essere che ogni grande poeta richieda un'estetica e una teoria della poesia per la sua comprensione e il suo uso. Il nesso tra pensiero e poesia in Leopardi è così specifico e individuale, è un tale evento essenziale alla fisionomia di una novità senza precedenti, da chiamare la teoria, e la storia, in soccorso. Come nasca, da questo prodotto artificialissimo di un'educazione mostruosamente provinciale e violentemente e arrogantemente antitempo che è il figlio di Monaldo, il poeta strepitosamente moderno e "naturale" del più alto romanticismo europeo, e il più estraneo e nemico a ogni forma di romanticismo morale, è problema che mette a dura prova ogni strumento critico.
Ci si chiede a volte se la domanda non possa essere girata fino agli strumenti dell'antropologia, nella direzione mai tentata e verosimilmente impossibile di Adelaide Antici, la madre impossibile, la pratica donna del silenzio e della durezza economica, forse l'amante con cui "fare all'amore nel telescopio". O, ancor più paradossalmente, verso "le tranquille opre dei servi", immagine di una positività del finito che è estranea alla storia e che pure è chiamata alla vita, e per la prima volta alla storia, dalla insopportabile tensione dell'eroismo signorile che nullifica se stesso. Non ci sono signori, nella poesia vera di questo conte poeta, l'orribile Consalvo sta lì a confermarlo. Solo pastori e operaie, e una natura definitivamente salvata da ogni settecentismo arcadico, anche nel sublime pastiche metastasiano del Risorgimento.
Spiegazioni soltanto suggestive, miti forse soltanto verosimili, avrebbe detto Platone, il filosofo che Leopardi voleva tradurre, il filosofo della sua poesia. Il passaggio tra artificialità e natura, o forse osando la lotta necessaria tra retorica reazionaria e musica progressiva, nella storia e nella poesia di Leopardi, è materia da indagare più fruttuosamente scavando ancora nel suo pensiero e nel suo sporgersi sulla storia più lunga.
Forse il dibattito su Leopardi poeta e Leopardi filosofo è di
quelli che non potranno finire, pena la perdita o la
vanificazione del suo oggetto. Forse il fine e il senso della
filosofia leopardiana non sono rintracciabili fuori del loro
rapporto con la più alta e definitiva verità della sua poesia
Che non si intende, reciprocamente, e anzi si impoverisce
tragicamente nel ritorno retorico della purezza dell'idillio,
fuori di un contesto storico e di pensiero che non è solo quello
di una provincia italiana del diciannovesimo secolo, nè tanto
meno, orribilmente, quello di una biografia peraltro insondabile
fuori dell'opera che ha prodotto.
Leopardi nichilista? Leopardi spregiatore dell'umanità e delle sue illusioni? Leopardi aristocratico e reazionario, magari nella chiave illusoriamente postmoderna di una qualche dialettica dell'illuminismo che ne tronca ogni rapporto con la storia?
E' fin troppo facile chiedere a chi risponde troppo frettolosamente a queste domande e persino qui tenta goffi revisionismi, nella zona più critica e più criticamente scavata di una cultura che si è interrogata da tempo, in Leopardi, sulle contraddizioni del materialismo e dei suoi sbocchi rivoluzionari, di leggere semplicemente Leopardi, reggendo almeno la prova non esauriente ma essenziale del gusto. Quando lo si è letto, allora sorge il problema, per noi e per il nostro tempo, non soltanto per le nostre accademiche sistemazioni.
Chi torna a leggere Leopardi e torna ad amarlo cerca e trova, non
so se il poeta o il filosofo, certo il testimone e la prova
irrecusabile della verità di un'idea di compassione, e di un
ritorno dell'uomo su se stesso e sulla propria natura, materiale
e creaturale, che è la forma più alta e intransigente di una
religiosità laica capace di mettersi alla prova della storia. Si
potrebbe dire, addirittura, di una religiosità che si vuole e
cerca la via per esser vissuta libera dalla costrizione del servo
e di quella del signore. Ci sono tante direzioni in cui si può
spingere, e in effetti si sta spingendo questo nuovo amore per un
Leopardi ritrovato. Leopardi e la lingua, forse prima di tutto,
il luogo materno in cui risorge ogni volta la ricchezza del mondo
e l'amore che lo consacra. Leopardi e la scienza, della natura e
dell'eterna verità e novità delle idee. Leopardi e la storia,
anche quella del suo paese italiano e dei suoi risorgimenti
Leopardi e l'uomo moderno, con la sua noia e la sua depressione
ormai mali di massa, estraneità a se stesso come ai suoi simili e
alla società e alla diversità della natura.
Non credo si possa capire la storia d'Italia di questi due secoli, che è una grande storia, anche attraverso errori ed orrori, e parte essenziale del mondo contemporaneo così ricco di centri diversi, senza Leopardi. Non se ne capisce certo la storia letteraria, e certo soprattutto la più recente, e gli ermetici e Gadda, il leopardiano e manzoniano Gadda, senza questa presenza non a caso fattasi più decisiva e radicale dopo la grande guerra e i suoi esiti.
Forse, in Leopardi e con Leopardi è risorta e si è cercata e si cerca ancora in Italia quella che Francesco De Sanctis chiamava la pianta uomo, contro i mali antichi e tutt'altro che morti della retorica e dell'assenza di spirito religioso. Provocazione per provocazione, perchè non dire che Leopardi è il più antifascista tra i padri di questo paese, il meno sospettabile di anche involontarie e retroattive complicità?
Finalmente potremmo aggiungere un merito forse non secondario a questo nostro tragico fratello di religione. Con lui, più ancora che con Alessandro Manzoni, è risorto in Italia il senso dell'umorismo, dalla terra uggiosa della tetraggine controriformista. Dobbiamo essergliene particolarmente grati, di questi tempi. Rileggiamo le Operette, di tanto in tanto, la più formidabile opera comica della nostra letteratura. Ci farà solo del bene, contro i rischi di lagna.
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