![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 GIUGNO 1998 |
SalvatoreVeca, come deve configurarsi, oggi, il lavoro teorico di un filosofo che non si accontenti della vaga e usurata petizione sull'impegno politico dell'intellettuale? «Tanto per cominciare, vorrei porre una questione di metodo, che argomento nel mio nuovo libro, e riguarda proprio il rapporto fra intellettuali e politica. Ho cercato di capire intanto quali fossero le ragioni a favore di un diverso rapporto fra chi fa teoria, fa filosofia, e chi fa politica. Mi sono chiesto in che senso le circostanze siano oggi differenti rispetto a quelle in cui la questione venne affrontata da Norberto Bobbio in "Politica e cultura"» Quali sono secondo lei le novità che inducono a rivedere quel rapporto? «I cambiamenti più significativi riguardano l'ambito dei sistemi di comunicazione, l'aumento vertiginoso del potere di costituire un "pubblico", una "opinione pubblica" (questioni di tv, Internet e via dicendo), in forza degli sviluppi della "mediacrazia", nell'ultimo ventennio; e i cambiamenti che riguardano l'ambito dei partiti politici e dei sistemi istituzionali e rappresentativi. Ma per tornare alla questione preliminare di metodo di cui parlavo prima, per dirla con una battuta, la mia impressione è che chi non prenda sul serio il fatto che fare teoria richiede un gesto di autonomia rischia di fare chiacchiera e di aumentare la confusione politica; e chi fa della cattiva teoria fa male sia alla teoria sia alla politica. Questo non significa che si debba essere solitari o, come si dice, chiusi nelle torri d'avorio; la mia tesi è che in quanto stai riflettendo, elaborando strumenti concettuali sulla società, sui modelli di istituzione, sulla convivenza, su come assegnare diritti e doveri, non devi accettare quello che chiamo il "potere di agenda" della politica, cioè la politica come competizione per il potere, come esercizio di governo. La riflessione teorica ha le sue esigenze, i suoi tempi, le sue logiche, che non coincidono con i tempi e le logiche dell'azione politica» Dopo il 1989 lei scrisse una «Lettera al Pci», sulla revisione della prospettiva socialista. Qua'è il nuovo «messaggio nella bottiglia» da inviare alla sinistra alla fine dei travagliati anni Novanta? «Negli anni Ottanta ho cercato di tratteggiare una teoria politica per una sinistra plausibile e coerente, e non smetto di farlo; in questo libro vi sono alcuni messaggi nella bottiglia che mirano a definire i principi costitutivi di una sinistra democratica che sia erede delle tradizioni socialista e liberale; però questo viene fatto - ripeto - sapendo che un conto è la politica e un conto è la filosofia politica; l'autonomia relativa dei due ambiti è fuori discussione. Un punto innovativo che credo di aver guadagnato rispetto alla mia ricerca precedente è quello che io chiamo la tesi della priorità della società sulla politica, Questo è un risultato a cui tengo moltissimo e che mi permetto di offrire all'attenzione dì chi oggi si trova ad agire sull'arena politica, proprio perché la tradizione della sinistra di questo secolo ha fatto perno sulla priorità della politica. Ritengo che nelle condizioni ordinarie, e quindi fatte salve le situazioni straordinarie di scarsità, paura, terrore, in cui si devono operare scelte tragiche, la politica non sia l'attività più importante. Nelle condizioni ordinarie, il ruolo dell'azione politica non è quello di costruire o di modellare le società, di generare il cambiamento sociale; perché la politica è un sottoinsieme della società» Quali sono i fattori che trasformano le società e, in questo, quale ruolo svolge la politica? «A cambiare le società sono fattori scientifici, tecnologicì, culturalì, tutte quelle componenti che il vecchio Marx chiamava forze produttive; possono essere i carnbiamenti etici, religiosi; un computer più l'internazionalizzazione degli scambi, più certe tecniche di bioingegneria cambiano le nostre vite... Allora, nelle condizioni ordinarie, la politica ha il prezioso compito di ridurre, se non di azzerare, i costi sociali del cambiamento; perché il cambiamento sociale distribuisce costi e benefici, genera vincenti e perdenti. Ciò a cui deve mirare l'azione politica è una riduzione del costi sociali sulla base di una prospettiva dì valori, di principi. Una buona politica democratica è semplicemente quella che minimizza la sofferenza socialmente evitabile, una politica che realizza il fine dì mantenere le società lontane da quelle situazioni insostenibili della scarsità, della paura, dello svantaggio che esclude. Naturalmente, diversa sarà la risposta che a questi processi possono dare una destra o una sinistra democratiche; ma a parte la lealtà ai valori che io continuo a pensare come fondamentali per l'identità della sinistra, resta il problema dell'innovazione, della sperimentazione riguardo ai mezzi, cioè alle politiche"» Uno dei passaggi cruciali di questa innovazione con cui devono misurarsi le scelte politiche della sinistra riguarda la questione sulla riforma dello stato sociale. Quale ricetta fornisce la filosofia? «La riflessione sul ridisegno del Welfare, dello stato del benessere, è ricorrente in questi saggi. Si tratta di combinare i valori della efficienza e della equità, di convivere con la competizione, l'innovazione e la solidarietà o responsabilità sociale. Premetto che sono tra quelli che continuano a ritenere il nucleo normativo che è alla base dello stato sociale una delle maggiori conquiste del nostro secolo. Quanto mi propongo è di avanzare un argomento a favore di un disegno nella direzione di uno "stato sociale minimo" che è pertinente entro il più ampio contesto di sfondo di una teoria normativa dell'eguale cittadinanza democratica. E' chiaro che a fronte di una variazione del lavoro, in presenza di disoccupazione permanente, con un tasso di natalità contratto, occorre ridisegnare la mappa dei bisogni, pur restando universalistici su quelli che chiamo ì "minima moralia" di cittadinanza. Io cerco di far vedere come l'idea di equità possa tradursi in un ridisegno dello stato sociale che non sia sulla base del criterio "a ciascuno secondo la sua capacità di minaccia", che ha dato luogo a stati sociali al tempo stesso inefficienti e iniqui, bensì in un ridisegno dello stato sociale concepito sulla base del principio di lealtà civile: "A ciascuno secondo quanto gli è dovuto da ciascun altro come partner di una comunità politica democratica"».
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