RASSEGNA STAMPA

14 GIUGNO 1998
ARMANDO MASSARENTI
Questa filosofia è tutta da rifare
L'esigenza di una svolta in un libro del neopragmatista Hilary Putnam
Scientismo e irrazionalismo sarebbero le «malattie» complementari che affliggono analitici e continentali
Hilary Putnam, «Rinnovare la filosofia», Garzanti Milano 1998, pagg. 218, L. 36.000.
La copertina dell'edizione italiana di Renewing phillosophy di Hilary Putnam, che sarà in libreria nei prossimi giorni, propone a mo' di sottotitolo alcune domande avvincenti e dirette: A che cosa serve oggi la filosofia? Di quali "malattie" soffre? Quale deve essere il suo compito? Per Putnam la filosofia, oggi, dovrebbe essere innanzitutto utile per la conduzione delle nostre vite. Le "malattie" di cui soffre - quelle, speculari, dello scientismo di molti "analitici" e dell'irrazionalismo dei continentali "alla francese", - fanno sì che essa, appunto, si allontani sempre più dalla vita, rifugiandosi in nuove forme di esoterismo, o rimanendo bloccata da quei crampi mentali e metafisici dai quali Wittgenstein aveva cercato di liberarci. Il suo "compito" allora è quello di ritrovarsi, con freschezza rinnovata, ad affrontare in modo intelligente - come suggeriva John Dewey - i problemi che riguardano tutti
Wittgenstein e Dewey non sono stati citati a caso. Sono i due veri eroi del volume. Di Dewey, il caso ha voluto che sia uscita ora la prima traduzione di un libro del 1919, scritto con intenti simili a quelli, di Putnam, e che ha mantenuto tutta la sua attualità. L'editore Donzelli lo ha intitolato Rifare la filosofia (anziché letteralmente, da Reconstruction of Philosophy, la ricostruzione della filosofia) proprio sottolineare il carattere radicale della proposta di Dewey. Putnam non è meno radicale. Nell'ultimo capitolo egli ripropone in contrasto con Rorty, il primo artefice di un ritorno a Dewey - la sua «giustificazione epistemologica della democrazia». Come Putnam ha ribadito sul «Times Literary Supplement» recensendo l'ultimo libro di Rorty sui mali della sinistra americana (vedi anche «Il Sole-24 Ore» del 10 maggio), ciò che li divide è proprio l'interpretazione di Dewey e del pragmatismo. Rorty sostiene che abbiamo bisogno di storie e non di principi. Putnam risponde che le storie possono avere morali ambigue e per questo è meglio affidarsi, per esempio, ai principi del suo collega di Harvard John Rawls
Il modello per la discussione pubblica democratica proposto da Dewey, sostiene Putnam, è quello di una comunità di ricercatori scientifici sinceramente impegnati a risolvere un problema. Nella scienza l'intelligenza e la qualità delle soluzioni dei problemi emergenti sono direttamente collegati alla democraticità della ricerca, cioè alla possibilità da parte di tutte le persone coinvolte di scambiarsi informazioni e avanzare critiche e considerazioni in modo libero e aperto. Lo stesso dovrebbe valere per i problemi sociali. Di qui la necessità di costituire una sfera per la discussione pubblica, in cui non ci sia una separazione artificiale tra filosofi o esperti da una parte e cittadini dall'altra. Una società che accetta questa separazione escludendo dì fatto i cittadini comuni dalla discussione dei problemi pubblici che li riguardano, non solo non è una società democratica, ma tende a produrre un sapere filosofico scadente e inadeguato, e proporre, invece di soluzioni ragionevoli, nazionalizzazioni pompose e posticce. Il rinnovamento della filosofia, dunque, non può non passare per la sua democratizzazione
Quanto a Wittgenstein, Putnam mostra che alla base di ogni "gioco linguistico", compreso quello generale della filosofia, non vi è la Ragione né un algoritmo, ma piuttosto la fiducia. «Un gioco linguistico è possibile se ci si fida di qualcosa», scrive Wittgenstein. Ciò che è difficile da accettare, aggiunge Putnam, è il fatto che non ci si possa appellare a garanzie trascendentali ma che al tempo stesso neppure lo scetticismo sia una strada percorribile. «La malattia» qui «è l'incapacità dì accettare il mondo e di accettare gli altri se non si hanno garanzie». Ma «la riflessione filosofica al suo meglio» non può far altro che «offrirci uno sguardo inaspettatamente onesto e chiaro sulla nostra situazione; non uno "sguardo da nessun luogo", ma uno sguardo attraverso gli occhi di questo o quell'essere umano saggio, pieno di difetti, profondamente individuale». Wittgenstein non ha fatto «un falò delle nostre vanità filosofiche» per puro sadismo intellettuale, ma per aiutarci a vedere con chiarezza la nostra condizione
Ma se Dewey e Wittgenstein sono gli eroi di questa nuova auspicata saggezza, il volume nel suo complesso va considerato come una risposta articolata alle tesi esposte da Bernard Williams in L'etica e i limiti della filosofia (1985): che, detto per inciso, resta uno dei migliori libri di filosofia morale in circolazione Ciò che Putnm rimprovera a Willìams è qualcosa che non riguarda solo la filosofia, ma buon parte della nostra cultura, pervasa dalla tendenza a sostenere forme disperatamente soggettivistiche e relativistiche in etica e, nello stesso tempo, posizioni assolutiste e iperoggettiviste in fisìca e nelle scìenze. Il relativismo in etica e l'iperoggettivismo in fisica per Putnam sono in realtà due facce di uno stesso problema, e rispecchiano il carattere «alienato» della nostra cultura. Derivano entrambi da una malintesa interpretazione delle nozioni di «oggettività» e di «verità». In Williams l'oggettività è definita a partire dalla possibilità di concepire quella che lui chiama una «visione assoluta del mondo»: una visione in cui è possibile pensare l'osservatore come separato dalla realtà osservata. La Scienza potrebbe, in altre parole, fare riferimento, almeno idealmente, a una realtà in sé, indipendente dall'osservatore, rispetto alla quale gli scienziati tenderebbero a «convergere», mentre in etica una tale convergenza non sarebbe mai possibile
Putnam propone di abbandonare l'idea di una conoscenza assoluta della realtà, di cui sarebbe portatrice la Scienza, a cui si contrapporrebbero le verità incerte e soggettive di tutte le altre sfere dell'esperienza umana: della realtà quotidiana del senso comune, ma anche di quella dei valori estetici e morali. Non esistono verità di serie A e di serie B. Esistono solo diversi ambiti della vita umana, scientifici, etici, estetici, filosofici, in nessuno dei quali è possibile raggiungere risposte definitive, che possano valere «al di là di ogni controversia». Il che non significa che "niente può essere vero": questa sarebbe la conclusione di chi crede ancora nel Realismo Metafisico, che non riesce a riconoscere altre verità se non quelle assolute, trascurando quelle con cui conviviamo ogni giorno nelle nostre molteplici attività umane. In realtà, in ognuno di quei campi, esistono affermazioni più o meno plausibili, più o meno vere. L'arte, la morale, la scienza parlano linguaggi diversi e «costruiscono mondi» - per dirla con Nelson Goodman - che hanno regole proprie di pertinenza e plausibilità. Ragionando all'interno di queste, in ogni singolo ambito, si può sostenere, mettendole sotto il torchio della critica, che certe idee, descrizioni, valori, sono migliori o peggiori di altri. Questo per Putnam è l'unico modo sensato di parlare di oggettività: l'unico modo umano". Esso presuppone l'idea del fallibilismo, cioè la possibilità di cambiare o modificare le proprie idee, credenze, valori, nel momento in cui queste fossero sottoposte a critiche convincenti. Nello stesso tempo però non ci fa precipitare in una situazione di incertezza cronica, perché, fino a prova contraria, possiamo mantenere le nostre credenze, idee e valori, e vivere conformemente ad esse, mettendole costantemente alla prova nelle nostre pratiche quotidiane.
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vedi anche
Filosofia politica