RASSEGNA STAMPA

4 GIUGNO 1998
I filosofi? Simpatici e antipatici
Quella linea sottile tra la logica e le emozioni
di BRUNO GRAVAGNUOLO
Destra e sinistra? Analitici e continentali? Deboli e forti? Scientisti e umanisti? Razionalisti e irrazionalisti? Materialisti e idealisti? Macché, quelle tradizionalmente adottate per i filosofi sono tutte distinzioni logore. Che a guardar bene non reggono. Vincolate come sono a famiglie accademiche e di scuola, a etichette ideologiche. Urge una distinzione diversa tra filosofi e tra filosofie. Anche perché il sovrapporsi di tendenze, e il diffondersi mediatico dell'amor filosofico oltre i recinti specialistici, hanno fatto della filosofia un genere letterario di consumo, ubiquo negli altri «saperi»
Intendiamoci, anche questo è un epilogo possibile, preconizzato del resto (e incoraggiato) dalle filosofie post-moderniste e pragmatiche come quelle di Rorty in America, di Vattimo in Italia, e persino dallo scetticismo antidebolista di un Carlo Augusto Viano che nella filosofia vede da molti anni ormai un genere un po' dogmatico e inclassificabile di resoconti storici sull'universo mondo. E allora un modo per fare chiarezza, e allora un modo per fare chiarezza nel magma odierno della filosofia è quello di introdurre un «discrimen» più perspicuo di quelli elencati all'inizio, capace di radiografare temperamento e indole dei vari sistemi di pensiero. Quale? Questo: i filosofi si distinguono in simpatici e antipatici. Non è una boutade, avete letto bene: simpatici e antipatici! I primi, grosso modo, sono quelli «patici», che fanno agire l'emotività, e l'intuizione simpatetica con la realtà. I secondi invece sono quelli «controintuitivi», che si muovono con la lama inflessibile dell'intelletto tra i concetti, raggelando il «pathos», l'emozione, in sequenze logiche. Il «tanto peggio per i fatti» di Hegel, che per tanti aspetti era pure «simpatico», allude a questo rovesciamento, a questa torsione mentale francamente antipatica, ma rigorosa a guardar bene, perché non si accontenta della «certezza sensibile», ma vuole ancorarla a un che di sovrasensibile e di «vero»
Cominciamo dai «simpatici». Simpatici erano sicuramente alcuni presocratici: Talete, Anassimandro, Eraclito. Cercavano nel fluire degli elementi un principio razionale che fosse al contempo vitale, dinamico, cangiante come gli stati d'animo e il flusso della natura. L'unità del tutto era in essi presagita e sperimentata, sebbene già il «Nous», la mente, o il «divenire» mostrassero un nucleo logico minaccioso e inarrivabile. Ma è Parmenide a convrtire l'iridescenza del mito e dei colori cangianti in un fermo antipatico altolà: la via del non-essere, dunque del divenire, è sbarrata ai mortali e agli dei. Perché l'assurdo «nulla» che logicamente ne deriverebbe è follia, come del resto l'antipaticissimo allievo di Parmenide, Emanuele Severino, oggi ribadisce
«Quando le cose sono e quando non sono», sentenzierà invece un secolo dopo Aristotele, decretando che gli enti «cambian di stato» ma non per questo si annullano. E in pieno rispetto del principio di (non) contraddizione che esclude e dirime il qualcosa dal qualcosaltro. Del resto lo stesso Platone aveva fatto, antipatico «parriciddio» di Parmenide, spaccando l'Essere nelle sue eterogeneità e cercando di riaddurre il tutto all'unità dell'Uno-molteplice, non senza antipaticissimi ragionamenti dialettici tra scogli di ipotesi logiche escludentisi a vicenda. Dunque, Platone e Aristotele. Antipatici. Perché pronti alla sfida logica, al certame delle aporie in vista della certezza logica. Ma non per questo privi di simpatia. Come quando il primo dichiara che Eros è la molla della vita. Anche di quell'amore per l'Uno pluriforme che è la ginnastica filosofica. 0 come quando lo stagirita, si dedica amorevolmente a capire il gioco delle passioni nella tragedia, oppure cerca di prescrivere la «medietà» delle passioni per evitare che l'uomo lasciato a se medesimo divenga, contro la società, un animale o un dio. Certo nell'uno o nell'altro l'accento batte sull'«antipatia» logica del conoscere, sia pur favorita dal legame del dialogo, o da quello delle passioni governate e addestrate alla contemplazione
Ma è tempo di tornare ai veri filosofi simpatici. Certo gli epicurei lo erano, non perché non coerenti, ma perché il loro problema era quello del «piacere» e del dolore, da trasformare in saggezza in «sintonia» non distruttiva con le cose. E lo erano gli stoici, simpatici. Perché come Seneca parlavano «ad personam», ma in vista, lo spiega bene Foucault, della «cura del sé» come di un tempio puro e inattacabile. Antipatici per il senso comune. Ma di conio filosofico «simpatico», poiché mentalmente rivolti alle passioni
Andiamo molto avanti tra i secoli. E dirigiamoci verso un antipatico d'eccezione: Spinoza. La sua «Etica more geometrico demonstrata» era antipaticissima, come pure il suo «Amor dei intellectualis». Tutto in lui, anche il «conatus» delle passioni, veniva raccordato alla necessità degli «attributi», variazioni di potenza numerica dell'infinita potenza della Sostanza. L'abisso della natura naturata non poteva che rifluire, alla fine, nella necessità sempiterna della natura naturante, Deus sive natura. Unica passione davvero rilevante era l'autocomprensione della necessità, di cui la voce del filosofo era l'occhio cosmico, metafisicamente introspettivo. In precedenza solo l'eguale e opposta «antipatia» di Cartesio poteva decretare che pensiero ed estensione erano separati da un abisso. Perché la «perfezione», innata nella mente come idea, testitnoniava che ciò che era mortale non era che simulacro cangiante, e nemmeno tanto certo poi, quanto ad esistere realmente. Non v'è altro esempio di antipatia più metodica come quella di Cartesio (salvo quella di Kant forse), così impegnata a raccordare mondi contrapposti sulla base di idee innate eppure ritrovate nelle sequenza meccaniche del corpo e della natura. Invano il più giovane Pascal prescriveva emotiva «finesse», persino in geometria. Unico spiraglio, unico raccordo in Cartesio tra mondi, la «glandola pineale». Dove le immagini-fiammette, spinte dagli umori facevano risuonare un luogo invisibile chiamato «anima»
E veniamo adesso a un simpatico straordinario: David Hume, il miscredente scozzese. Frantuma, con metodo empirico-simpatico, il principio di causa, distrugge l'idea di un contratto originario per il bene della societas, fa a pezzi anima e sostanze. E tutto unifica sulla base della scepsi empirica addestrata dalla capacità probabilistica dell'intelletto. Infine, teorizza, manco a farlo apposta, la «Human simpathy». E affetti e sensazioni, di cui ognuno è un «fascio», il coesivo che rende benevolenti gli umani tra di loro, e che spiega le loro transazioni. Assieme ai loro odi
Ma è tempo di tornare agli antipatici: Kant Immanuel, il certosino della Ragion pura. Temperamento simpatico, conversatone, buongustaio, onnivoro di cibo e nozioni disparate. Ma antipatico in filosofia. Come altro spiegare sennò la cernita accanita di concetti e giudizi sintetici a priori, di forme della sensibilità da accordare con i primi. Di principi fondativi inattaccabili in etica, come il famoso imperativo categorico o i postulati della ragion pratica, «Dio, anima, mondo». E come spiegare sennò la furia logica con cui Kant perlustra le famose antinomie della ragione (finito-infinito, eterno-contingente, etc.) stabilendo che sono irresolubili, ma pur sempre necessarie e inevitabili per la mente che ragiona? Certo l'antipatico Kant si scioglie a contatto con il bello, con il comico, con il sublime. Nella famosa «Critica del giudizio». Ma anche qui: la legge della sensibilità deve accordarsi, magari per via fantastica, con quella della ragione. Altrimenti niente risonanza di «gusto», niente bellezza, la quale è poi per Kant «forma della finalità senza scopo». E provate voi a spiegare! Basta siamo ad Hegel. Antipatico, lo abbiamo detto, ma suo modo. Parte da giovane da temi teologici e politici. Dall'amore romantico. Dalla polis greca idealizzata contro le scissioni economico-borghesi e lo stato macchina illuminista
Ma poi, maturando, reinterpreta tutto in un ciclo più vasto e assoluto: l'Essere della metafisica occidentale, che lui trasforma in qualcosa dì mosso, articolato... e pur di eterno. Hegel riformula la domanda «meravigliata» di Aristotele: cos'è l'essere, il tutto dell'essere? E com'è? E' «esperienza della coscienza», l'essere. Ma con leggi dialettiche. L'«alterità» è contraccolpo dell'identico con sé, il quale ben per questo poi si muove, si modifica. Portando «l'altro» dentro di sé. Allora l'emozione antipaticamente si contrae in Hegel nei «ghiacciai dell'astrazione», in un viaggio silenzioso
Quello della grande Logica. Balle! dirà Marx: questa è solo una fantasmagoria dell'intelletto che lascia intatte e oscure le cose reali fuori dì sé
E siamo ripiombati nella filosofia simpatica, nella ribellione del vissuto, del «sensibile», di cui sono stati maestri Feurbach e Nietzsche. Ma quella del «sensibile», e delle angoscie vitali che vi si associano sarà pungolo di altre due filosofie nemiche: quelle di Husserl e di Heidegger. Antipatico Husserl. Eppure incapace di espellere «il-mondo-della-vita» dalla certezza «eidetica», delle essenze logiche scoperte dall'intelletto che «intenziona» apriori le cose e che però vi si riconosce. Simpatico, malgrado i tratti filistei, il filosofo di «Essere e tempo». Perché per Heidegger l'Essere è della stessa pasta dell'esserci. Cioè integralmente storico, diveniente (da sempre) tra le pieghe del linguaggio e rivelato dall'«angoscia». Non c'è filosofia più «patica » e simpatica di quella heideggeriana, non per caso paradigma cospicuo dell'emotività filosofica contemporanea. Ma, in conclusione, è meglio essere simpatici o antipatici in filosofia? E' questione di gusti o di scelta razionale? La risposta è quasi impossibile. Perché chi sceglie la «paticità» dovrà poi spiegarla raziocinando questa scelta, se mira ad affermazioni universali. Diventando così un po' «antipatico». Mentre chi sceglie la «ratio», dovrà farne una passione, se vuole esser coerente. Contaminando quella «ratio» di evidenze sensibili, o di argomenti immediati e linguisticamente persuasivi verso gli altri. Talché l'antipatico diviene a sua volta un po' simpatico. E allora, dopo aver ben distinto tra «simpatici» e «antipatici», ciascuno s'arrangi come può. E filosofeggi, se vuole, come sa. Tra opposti scogli
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04/06/98
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