RASSEGNA STAMPA

19 MARZO 2005
editoriale
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Con un’iniziativa politica i deputati repubblicani avevano tentato di bloccare la sospensione dell’alimentazione forzata chiamando la donna e il marito a comparire davanti a due commissioni di Capitol Hill. Ma il magistrato ha ordinato di procedere

Terri Schiavo, staccato il tubo Un giudice sfida il Congresso

L’escamotage a tre ore della scadenza dell’ordinanza che porterà entro pochi giorni al decesso della quarantunenne

Bush: «Quando ci sono interrogativi gravi le nostre leggi e i nostri tribunali dovrebbero avere una presunzione a favore della vita»

 

Il tubo per l'alimentazione artificiale di Terri Schiavo è stato rimosso. E ora potrebbe morire in «sette-dieci giorni». La decisione è stata presa nella serata di ieri, dopo una giornata di ordini e contro-ordini, di tentativi e dopo un'estenuante lotta contro il tempo per "salvarla". E ha colto di sorpresa, riferiscono fonti a lui vicine, anche il presidente Bush.
Ci hanno provato, fino all'ultimo, alcuni deputati repubblicani: hanno convocato la donna, insieme al marito, a «comparire» davanti al Congresso degli Stati Uniti, che ha aperto un'inchiesta sulla sua vicenda. Sono le 10 del mattino dell'ultima giornata di lavoro in Parlamento prima delle feste di Pasqua quando il senatore Bill Frist annuncia l'escamotage con il quale a Washington si tenta di fermare l'ordinanza che appena tre ore dopo, alle 13 locali, avrebbe imposto di staccare il tubo che porta acqua e nutrimento a Terri Schiavo, in un ospedale della Florida. Dopo il Senato, stessa decisione arriva anche dalla Camera: Terri, 41 anni, da 15 in stato vegetativo, e il marito Michael sono attesi a Capitol Hill: il 25 marzo, Venerdì Santo, alla Camera e il lunedì di Pasqua davanti a una commissione di senatori. Per la legge federale nessuno può impedire a un testimone di apparire davanti al Congresso.
Così, quando tutti i ricorsi alla Corte suprema e a quella della Florida erano falliti, e il destino della donna sembrava deciso, un colpo di astuzia aveva la sentenza di morte. Almeno così poteva sembrare fino alla decisione più terribile. Anche se si attendono ricorsi annunciati dai deputati (il primo è già stato rigettato ieri sera dalla Corte suprema della Florida) e Terri potrebbe farcela ancora: perché quel tubo le è già stato staccato e riattaccato altre due volte.
Alle 13 (le 19 in Italia), dopo il pronunciamento dei deputati era stato un giudice della Contea di Pinella, vicino a Tampa (Florida) dove sorge la clinica, David Demers, a ordinare che il tubo rimanesse al suo posto finché il giudice George Greer - che segue il caso - non avesse «definito i problemi legali connessi alle convocazioni» di Terri, suo marito Michael e altri dipendenti della clinica di Clearwater, dove Terri è ricoverata, da parte del Congresso. Un'ora dopo, però, Greer ribadiva la sua decisione: «Il tubo va staccato».
Il tutto poche ore dopo l'appello di Bush contro l'eutanasia della Schiavo. E proprio mentre si discute, per il suo secondo mandato, una normativa bioetica più marcatamente pro-life: quel tubo staccato, adesso, potrebbe apparire per il presidente come una sorta di sconfitta. Bush era stato chiaro: il caso è «complesso», aveva detto, ma in situazioni come queste «in cui ci sono interrogativi gravi e dubbi di sostanza, la nostra società, le nostre leggi e i nostri tribunali dovrebbero avere una presunzione a favore della vita».
E la folla di militanti pro-life che da giorni presidiava l'ospedale di Pinellas aveva esultato. Tuttavia, con l'espediente del Congresso e la decisione del giudice di attuare la procedura si è innescato un macabro braccio di ferro che ha ormai raggiunto i massimi vertici istituzionali.
L'odissea di Terri Schiavo è lunghissima. Tutto comincia in un giorno di febbraio del 1990. Un improvviso svenimento, pare una cosa da niente. Ma per troppi minuti il sangue non raggiunge il cervello. La donna, che all'epoca ha 26 anni, non si riprende più. Stato vegetativo permanente. Respira, però, da sola. È inerte, incosciente, ma non c'è nessuna spina da staccare.
Basta idratarla e nutrirla con delle sonde, per mantenerla in vita. La sospensione del nutrimento è ciò che dal 1998 comincia a chiedere il marito, convinto che la moglie non avrebbe voluto vivere in quel modo. Di tutt'altro parere i genitori Bob e Mary, ormai acerrimi nemici del genero, e in continua battaglia legale con lui: per loro, la figlia deve vivere. Nemmeno i consulenti medici delle due parti trovano un accordo: per quelli di Michael lo stato vegetativo è irreversib ile, per quello dei genitori, no. La giustizia dello Stato della Florida dà ripetutamente ragione al marito di Terri. Nell'aprile 2001 il giudice George W. Greer sentenzia: rimuovete il tubo che alimenta quella donna. Il tubo viene rimosso, Terri inizia a morire. Per due giorni, finché il giudice Frank Quesada, cui la famiglia di lei si è appellata, ordina: riapplicatelo.
Il giudice Greer insiste: il 15 ottobre 2003 ordina ancora la rimozione della sonda. Sei giorni dopo lo Stato della Florida approva la «legge Terri Schiavo» e il governatore Jeb Bush, fratello di George, a due ore dall'emanazione fa reinstallare il tubo. Questa volta per la vita di Terri Schiavo è stata davvero questione di ore. Un anno dopo, quella legge sarà proclamata incostituzionale dalla Corte suprema della Florida. Sentenza poi rigettata dalla Corte suprema Usa.
«Andrà in carrozzella al congresso - aveva ribadito il suo avvocato prima del nuovo colpo di scena giudiziario - non è una malata terminale, può farcela benissimo». L'America resta in ansia per Terri, incosciente, ma col suo proprio regolare respiro. Nessuna spina da staccare. Se non farla morire lentamente. Di sete e di fame.

 

 

 

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