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Con un’iniziativa politica i deputati repubblicani
avevano tentato di bloccare la sospensione dell’alimentazione forzata
chiamando la donna e il marito a comparire davanti a due commissioni di
Capitol Hill. Ma il magistrato ha ordinato di procedere
Terri
Schiavo, staccato il tubo Un giudice sfida il Congresso
L’escamotage a tre ore della scadenza dell’ordinanza
che porterà entro pochi giorni al decesso della quarantunenne
Bush: «Quando ci sono interrogativi gravi le nostre leggi e i nostri
tribunali dovrebbero avere una presunzione a favore della vita»
Il tubo per l'alimentazione
artificiale di Terri Schiavo è stato rimosso. E ora potrebbe morire in
«sette-dieci giorni». La decisione è stata presa nella serata di ieri, dopo
una giornata di ordini e contro-ordini, di tentativi e dopo un'estenuante
lotta contro il tempo per "salvarla". E ha colto di sorpresa,
riferiscono fonti a lui vicine, anche il presidente Bush.
Ci hanno provato, fino all'ultimo, alcuni deputati repubblicani: hanno convocato
la donna, insieme al marito, a «comparire» davanti al Congresso degli Stati
Uniti, che ha aperto un'inchiesta sulla sua vicenda. Sono le 10 del mattino
dell'ultima giornata di lavoro in Parlamento prima delle feste di Pasqua
quando il senatore Bill Frist annuncia l'escamotage con il quale a
Washington si tenta di fermare l'ordinanza che appena tre ore dopo, alle 13
locali, avrebbe imposto di staccare il tubo che porta acqua e nutrimento a
Terri Schiavo, in un ospedale della Florida. Dopo il Senato, stessa decisione
arriva anche dalla Camera: Terri, 41 anni, da 15 in stato vegetativo, e il
marito Michael sono attesi a Capitol Hill: il 25 marzo, Venerdì Santo, alla
Camera e il lunedì di Pasqua davanti a una commissione di senatori. Per la
legge federale nessuno può impedire a un testimone di apparire davanti al
Congresso.
Così, quando tutti i ricorsi alla Corte suprema e a quella della Florida
erano falliti, e il destino della donna sembrava deciso, un colpo di astuzia
aveva la sentenza di morte. Almeno così poteva sembrare fino alla decisione
più terribile. Anche se si attendono ricorsi annunciati dai deputati (il
primo è già stato rigettato ieri sera dalla Corte suprema della Florida) e
Terri potrebbe farcela ancora: perché quel tubo le è già stato staccato e
riattaccato altre due volte.
Alle 13 (le 19 in Italia), dopo il pronunciamento dei deputati era stato un
giudice della Contea di Pinella, vicino a Tampa (Florida) dove sorge la
clinica, David Demers, a ordinare che il tubo rimanesse al suo posto finché
il giudice George Greer - che segue il caso - non avesse «definito i problemi
legali connessi alle convocazioni» di Terri, suo marito Michael e altri
dipendenti della clinica di Clearwater, dove Terri è ricoverata, da parte del
Congresso. Un'ora dopo, però, Greer ribadiva la sua decisione: «Il tubo va
staccato».
Il tutto poche ore dopo l'appello di Bush contro l'eutanasia della Schiavo. E
proprio mentre si discute, per il suo secondo mandato, una normativa bioetica
più marcatamente pro-life: quel tubo staccato, adesso, potrebbe apparire per
il presidente come una sorta di sconfitta. Bush era stato chiaro: il caso è
«complesso», aveva detto, ma in situazioni come queste «in cui ci sono
interrogativi gravi e dubbi di sostanza, la nostra società, le nostre leggi e
i nostri tribunali dovrebbero avere una presunzione a favore della vita».
E la folla di militanti pro-life che da giorni presidiava l'ospedale di
Pinellas aveva esultato. Tuttavia, con l'espediente del Congresso e la
decisione del giudice di attuare la procedura si è innescato un macabro
braccio di ferro che ha ormai raggiunto i massimi vertici istituzionali.
L'odissea di Terri Schiavo è lunghissima. Tutto comincia in un giorno di
febbraio del 1990. Un improvviso svenimento, pare una cosa da niente. Ma per
troppi minuti il sangue non raggiunge il cervello. La donna, che all'epoca ha
26 anni, non si riprende più. Stato vegetativo permanente. Respira, però, da
sola. È inerte, incosciente, ma non c'è nessuna spina da staccare.
Basta idratarla e nutrirla con delle sonde, per mantenerla in vita. La
sospensione del nutrimento è ciò che dal 1998 comincia a chiedere il marito,
convinto che la moglie non avrebbe voluto vivere in quel modo. Di tutt'altro
parere i genitori Bob e Mary, ormai acerrimi nemici del genero, e in continua
battaglia legale con lui: per loro, la figlia deve vivere. Nemmeno i
consulenti medici delle due parti trovano un accordo: per quelli di Michael
lo stato vegetativo è irreversib ile, per quello dei genitori, no. La
giustizia dello Stato della Florida dà ripetutamente ragione al marito di
Terri. Nell'aprile 2001 il giudice George W. Greer sentenzia: rimuovete il
tubo che alimenta quella donna. Il tubo viene rimosso, Terri inizia a morire.
Per due giorni, finché il giudice Frank Quesada, cui la famiglia di lei si è
appellata, ordina: riapplicatelo.
Il giudice Greer insiste: il 15 ottobre 2003 ordina ancora la rimozione della
sonda. Sei giorni dopo lo Stato della Florida approva la «legge Terri
Schiavo» e il governatore Jeb Bush, fratello di George, a due ore
dall'emanazione fa reinstallare il tubo. Questa volta per la vita di Terri
Schiavo è stata davvero questione di ore. Un anno dopo, quella legge sarà
proclamata incostituzionale dalla Corte suprema della Florida. Sentenza poi
rigettata dalla Corte suprema Usa.
«Andrà in carrozzella al congresso - aveva ribadito il suo avvocato prima del
nuovo colpo di scena giudiziario - non è una malata terminale, può farcela
benissimo». L'America resta in ansia per Terri, incosciente, ma col suo proprio
regolare respiro. Nessuna spina da staccare. Se non farla morire lentamente.
Di sete e di fame.
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