![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 DICEMBRE 2004 |
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Da dove comincia la natura umana? Una
risposta alla questione che divide laici e cattolici, alla luce della
filosofia |
L’embrione e la vita, il paradosso di Aristotele
Che l’embrione
prodotto dal seme dell’uomo e dall’ovulo della donna sia essere umano in
potenza - ossia qualcosa che in condizioni «normali» ha la capacità di
diventare un essere umano - è un principio accettato sia da coloro che
sostengono, sia da coloro che negano che l’embrione sia già un essere
umano. I due opposti schieramenti si scontrano infatti in relazione a un ulteriore
carattere della «potenza». Gli uni (ad esempio i cattolici) intendono che
l’embrione sia un esser-già-uomo , ma, appunto, un esserlo già «in
potenza». Gli altri intendono che l’embrione, sebbene sia «in potenza» un
essere umano, sia tuttavia un non-essere-ancora-uomo . In questo secondo
caso la sua soppressione non è omicidio; nel primo caso sì, è omicidio - e
questo primo caso esprime la compiuta concezione aristotelica della «potenza».
Ma nel secondo caso ci si limita ad esprimere un dogma, o una tesi scientifica,
che, appunto perché scientifica, non può essere più che un’ipotesi sia pure
altamente confermata. Ciò nonostante la Chiesa fa dipendere dalle ipotesi della
scienza quella che dovrebbe essere la verità assoluta, cioè non ipotetica, del
proprio insegnamento. In favore del carattere umano dell’embrione suona invece
il principio che il suo esser uomo «in potenza» è il suo esser-già-uomo ,
sebbene, appunto, «in potenza». E se già un modo di esser uomo, la sua
soppressione è un omicidio.
Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell’embrione sostengono anche
che il processo che conduce dall’embrione all’uomo compiutamente esistente
(uomo «in atto», dice Aristotele) non è garantito, non è inevitabile, non ha un
carattere deterministico , ossia tale da non ammettere deviazioni o
alternative. Ancora una volta, è Aristotele a rilevare che «ciò che è in
potenza è in potenza gli opposti». Questo vuol dire che, se l’embrione può diventare
un uomo in atto , allora, proprio perché «lo può» (e non lo diventa
ineluttabilmente), proprio per questo può anche diventare non-uomo ,
cioè qualcosa che uomo non è. E siamo al tratto decisivo del discorso (che
andrebbe letto al rallentatore). L’embrione - si dice - è in potenza un-esser-già-uomo
. Ma, si è visto, proprio perché è «in potenza» uomo, l’embrione è in
potenza anche non-uomo. Pertanto è in potenza anche un esser-già-non-uomo
. È già uomo e, anche, è già non uomo. Nell’embrione questi due opposti
sono uniti necessariamente.
Proprio per questo, l’embrione non è un esser uomo . Infatti - anche per
coloro che pensano alla luce dell’idea di «potenza» - l’uomo autentico è uomo,
e non è insieme non-uomo. Se un colore è insieme un rosso e un
non-rosso, tale (mostruoso) colore non è il color rosso. Analogamente, se
l’embrione è, in potenza, quell’esser già uomo che è necessariamente unito all’esser
già non-uomo, ne viene che l’embrione non è già un uomo - non è cioè
quell’esser autenticamente uomo che rifiuta di unirsi all’esser
non-uomo. Questo autentico esser uomo non è pertanto «contenuto» nell’unità
potenziale dell’esser uomo e del non esser uomo: così come lo scapolo - l’uomo
che non è unito a una donna - non è «contenuto» nell’ammogliato - cioè
nell’uomo che invece è unito a una donna.
Non essendo, l’uomo, «contenuto» nell’embrione, non si può quindi dire che
sopprimendo l’embrione si uccide l’uomo. Sia pure inconsapevolmente, ad
affermare che l’embrione non è un essere umano, e che la sua
soppressione a fini terapeutici o eugenetici non è omicidio, son dunque proprio
coloro che dell’embrione, alla luce dell’idea di «potenza», intendono essere
gli amici più fedeli.