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A lezione di morale da Rawls
JOHN Rawls insegnò a Harvard dal 1962 al 1991. Dal 1971, anno di
pubblicazione del monumentale Una teoria della giustizia, il giudizio
unanime su di lui, almeno negli Stati Uniti, era che si trattasse di uno dei
maggiori filosofi viventi. Ma quest'uomo schivo e modesto non si montava la
testa e continuava diligentemente a fare il suo lavoro di insegnante, in
particolare ad avvicinare i suoi studenti ad alcuni degli autori più importanti
della storia della filosofia morale. Nel suo corso introduttivo di etica
leggeva fra gli altri Aristotele, Hume, Kant e Mill; ma dal 1977 il corso si
accentra intorno a Kant, con il quale Rawls sta sviluppando un rapporto
intellettuale sempre più stretto (sono del 1980 le sue «Dewey Lectures» alla
Columbia University, intitolate Kantian Constructivism in Moral Theory).
Impietosito dall'affanno con cui gli studenti prendono appunti, decide presto
di mettere a loro disposizione il testo delle sue lezioni, e il testo comincia
a circolare, nella sua versione originaria e in quelle riviste del 1979, 1987 e
1991. Si crea così una comunità sommersa, costituita da quanti hanno un amico a
Harvard dal quale ottenere una copia delle lezioni di Rawls. Che non erano
intese per la pubblicazione; il Nostro non le considerava un lavoro accademico
serio. A fargli cambiare opinione, verso la fine della sua vita, fu un
ragionamento che applicava alla lettera i principi del suo capolavoro: era
ingiusto, si convinse, che a chi non faceva parte del giro fosse negata
l'opportunità di procurarsele. Oggi le lezioni di Rawls sono disponibili anche
in italiano (e Salvatore Veca ci ricorda, nella sua nota iniziale, che con esse
il lettore italiano può accedere a quasi tutto Rawls). Chi le leggerà imparerà
parecchio su Kant e sui filosofi fra cui Rawls lo ha incastonato: Hume, Leibniz
e Hegel. Potrà seguire le vicissitudini della deliberazione razionale nel Trattato
sulla natura umana, i misteri del fatto della ragione nella seconda Critica,
la contestazione del liberalismo nei Lineamenti della filosofia del
diritto. Imparerà però, anche e soprattutto, un metodo di lavoro umile e
prezioso. Io spesso non sono d'accordo con Rawls su punti specifici; per fare
un solo esempio, non mi convince la sua lettura della seconda formulazione
dell'imperativo categorico («Agisci in modo da trattare l'umanità, così nella
tua persona come nella persona di ogni altro, sempre insieme come fine, mai
semplicemente come mezzo»). Non credo cioè che essa voglia (come propone Rawls)
introdurre un punto di vista diverso sull'imperativo stesso, ma che si tratti
invece (secondo le dichiarazioni dello stesso Kant) di un diverso modo di
esprimere un contenuto identico a quello delle altre formulazioni. A mettersi
così in luce, però, è un tipo di disaccordo non solo inevitabile ma anzi
desiderabile, nella filosofia e nella vita: un tipo di contrasto argomentato
che dovrebbe fondare la nostra civile convivenza. Dietro di esso si annuncia
l'accordo di fondo che sostiene argomentazioni e civiltà; e in questo caso
sostiene la possibilità stessa di una storiografia filosofica seria. L'accordo
su come procedere, con professionalità e senso di responsabilità, per arrivare
eventualmente a conclusioni opposte. Rawls non si limita a ripetere gli
insegnamenti del passato; vuole capirli adesso, in quel che adesso hanno da
offrire. Il che vuol dire due cose fra loro complementari. Vuol dire capirli
come espressione dei loro autori, mantenendosene cautamente a distanza,
rifuggendo da sbrigative e sommarie identificazioni, evitando di usarli come
slogan o come pretesti e cercando invece di coglierli nella loro natura
specifica. E poi vuol dire, senza nessuna banalità, capirli, o almeno provarci:
riconoscerne le difficoltà, evitare le scorciatoie, ammettere le proprie insufficienze
interpretative, ritornare ripetutamente sugli stessi passi o temi per
illuminarne ancora qualche angolo. Tutto il contrario, insomma, delle profezie
tautologiche con cui spesso, dalle nostre parti, si dà mostra di conoscere la
tradizione filosofica.
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