![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 NOVEMBRE 2004 |
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Ruolo del metodo geometrico nella
conoscenza scientifica
HERMANN J. DE VLEESCHAUWER More seu ordine geometrico demonstratum Armando
Siciliano editore pagine 286 - euro 19
Gli inizi del Seicento hanno visto la nascita del fenomeno culturale
più influente degli ultimi trecento anni: la scienza dell'età moderna. Anche se
oggi nuovi approcci scientifici e nuovi paradigmi epistemologici, accomunati
dal'etichetta di scienza e pensiero della complessità, si stanno sostituendo
ineluttabilmente alla scienza nata con Galileo e all'epistemologia che la ha
accompagnata è innegabile l'importanza che esse hanno avuto nella cultura
occidentale e in quella mondiale (dimostrandosi, forse, alla fine una delle
prime e meno contrastate forme di globalizzazione). Il ruolo egemone assunto
dalla scienza di impostazione galileiano-newtoniana rispetto a tutte le altre
forme di conoscenza, che avrebbero dovuto su di essa modellarsi – si pensi al
Positivismo, acme ottocentesco del paradigma razionalista classico –, è stato
spesso fondato sulla cogenza della coerenza (e verità) del ragionamento matematico-geometrico-
Sul momento del passaggio della dimostrazione di tipo geometrico da strumento e
struttura portante in altri campi del sapere, si sofferma l'attenzione di
Hermann J. De Vleeschauwer, il noto studioso di Kant, in un suo lavoro del
1961, More seu ordine geometrico demonstratum, tradotto per la prima volta in
italiano da Nunzio Allocca, e che si avvale di una premessa di Giuseppe Gembillo.
La scienza dell'età moderna nasce «riducendo» la complessità del mondo
materiale al solo aspetto quantitativo. De Vleeschauwer, partendo da questa
«operazione» iniziale, ci mostra il mutamento di significato che il metodo
matematico-geometrico ha avuto, in un breve arco temporale, man mano che la
scienza veniva ad assumere quel ruolo di sapere egemone, sul quale plasmare
tutti gli altri, che essa talvolta continua a pretendere anche oggi. Tre sono i
protagonisti del libro: Cartesio, Geulincx e Spinoza. Ma si potrebbe anche dire
che il vero protagonista è uno solo: il metodo geometrico. Sui rapporti infatti
fra metodo geometrico e filosofia si sofferma nell'introduzione all'edizione
italiana il curatore e traduttore Nunzio Allocca, proprio per mettere in
rilievo quale sia la prospettiva da cui muove l'autore nella sua analisi. «De
Vleeschauwer – scrive Allocca – sembra abbracciare integralmente i presupposti
teorici della critica demolitrice kantiana ai tentativi di estensione in campo
filosofico della "macchina" dimostrativa euclidea». Nel fare ciò egli
parte da un'analisi generale del metodo matematico-geometrico, l'uso del quale,
in età moderna, è evidentemente collegato alla riduzione del conoscere
scientifico del reale alla mera misura di quantità (in una prospettiva
filosofica antiaristotelica). Prendendo in considerazione il metodo
geometrico-matematico, l'autore mette in rilievo come la demonstratio
rationalis si biforchi nella diade resolutio/compositio, che si trasforma a sua
volta in un «bimetodismo», una distinzione cioè tra metodo di invenzione e
metodo di esposizione. È sull'uso differente del mos geometricus, se in senso
espositivo o in senso dimostrativo, che vuole muoversi il saggio di De
Vleeschauwer. In questa prospettiva, appare necessario prendere le mosse da
René Descartes, il «padre» della discussione sul metodo in età moderna. Una
puntuale ricognizione testuale permette all'autore di mettere in evidenza come
sia vero che per Cartesio esistono delle regole le quali, se seguite,
consentirebbero di ragionare correttamente; è però altrettanto vero che queste
regole non coincidono con il modello geometrico-matematico, che per il filosofo
francese «non ha altro valore se non quello di essere una forma espositiva, che
ha forse il vantaggio di obbligarci ad osservare un grande rigore nel pensiero,
ma che non deve essere per questo considerato come un metodo scientifico
propriamente detto». Nell'ottica di Cartesio, dunque, il mos geometricus è un
procedimento e non un metodo. De Vleeschauwer passa quindi a occuparsi di
alcuni cartesiani, i quali non avrebbero colto come per Descartes, il vero
metodo sia, in un certo senso, opposto al mos geometricus. I «cartesiani» di
cui si occupa sono il poco noto Arnold Geulincx e il ben noto Baruch Spinoza.
Geulincx, prima di Spinoza, decide di esporre la sua logica more geometrico;
egli si sforza di attuare «il programma di una logica purista resa possibile
dal rigoroso trattamento more geometrico di questa disciplina». Geulincx è
convinto – così lo presenta De Vleeschauwer – nel ritenere essenziale alle
proprie tesi logiche la trattazione sulla base del modello geometrico. Ma qui,
pur ritenendo il metodo geometrico-matematico il migliore, egli si avvicina a
Cartesio più di quanto non farà Spinoza. Infatti, «egli non ha formalmente
considerato la forma geometrica come una forma assolutamente universale e
indispensabile per ogni pensiero scientifico». Geulincx, cioè, come Cartesio,
non ha legato indissolubilmente mos geometricus e correttezza scientifica. Con
Spinoza le cose si presentano diversamente: egli, infatti, applica, anche dove
esteriormente non sembrerebbe, il mos gemetricus, e per questo motivo tale
metodo in filosofia è con il pensatore olandese che si identifica. De
Vleeschauwer ricostruisce con attenzione la presenza del metodo
geometrico-matematico nelle opere spinoziane; si interroga su questioni di cronologia
(importanti per la relazione con Cartesio e Geulincx); si pone, infine, quella
che ai suoi occhi è la domanda cruciale ai fini del suo lavoro: Spinoza è
giunto autonomamente ad attribuire il senso che dà al mos geometricus o ha
subito influenze «straniere»? La risposta dell'autore è chiaramente la seconda.
In primo luogo, appare innegabile l'influenza cartesiana su Spinoza. Ma – è
questa la tesi forte di De Vleeschauwer – è anche congetturabile in modo
realistico una influenza (più o meno diretta) di Geulincx sul filosofo del
Trattato teologico-politico. La dimostrazione di questa congettura passa anche
per analisi di tipo sociologico, che meritano una puntuale lettura, e che
riguardano i rapporti fra classi sociali nell'Europa del Nord della seconda metà
del Seicento. L'originalità del saggio di De Vleeschauwer risiede dunque nella
ricostruzione della genesi della trasformazione di un modo di trattazione – per
cui la materia discussa veniva «ordine geometrico disposita» – in una
esposizione quasi ontologicamente strutturata, attraverso la quale l'argomento
veniva «more geometrico demonstratum». Da Cartesio a Spinoza, passando per il
meno noto Geulincx, De Vleeschauwer ci offre uno scorcio visivo su un momento
peculiare della storia del pensiero; il momento in cui quella che Edmund
Husserl, in riferimento a Galilei, aveva chiamato «matematizzazione della
natura» si trasforma in una sorta di matematizzazione metodologica della
filosofia. Quali siano stati gli esiti di questa vicenda è storia abbastanza nota,
ma che travalica i confini del libro e, quindi, anche di queste considerazioni.
Ma pur occupandosi di un breve periodo, di pochi autori, di un preciso
problema, il lavoro di De Vleeschauwer illumina di una chiara luce ermeneutica
uno snodo essenziale della cultura europea dell'età moderna, nel momento in cui
i due rami della ragione, quella scientifica astratta e quella storica, si
separavano. Ora, che la parabola del paradigma scientifico classico volge al
termine, considerazioni sulle sue fasi iniziali, di «esportazione» ad altri
ambiti del sapere del suo modello, ci aiutano a comprendere pienamente quello
che, nel bene e nel male, deve essere considerato, se non il più importante,
sicuramente uno dei più importanti fenomeni culturali degli ultimi trecento
anni.