RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 2004
SOSSIO GIAMETTA
[

Ecce Homo Così Nietzsche cerca la sintesi

 

Una rassegna critica di sé

 

 

 


Arriva oggi nelle librerie, pubblicata dalla casa editrice BvS (Biblioteca di via Senato) una nuova edizione di “Ecce Homo” di Friedrich Nietzsche, a cura e con la traduzione di Sossio Giametta. Per gentile concessione, pubblichiamo qui una parte dell’introduzione.
di Sossio Giametta



Nietzsche si sentiva a un punto estremo della sua vita. Sgomenta vedere con quanta alacrità si dà da fare per chiudere i conti con tutto e con tutti. Ci riesce appena, sfruttando fino all'ultimo il pochissimo tempo che gli resta. Il 2 gennaio si occupa ancora del suo lavoro, il 3 stramazza sotto l'attacco della demenza. Poco più di un mese prima, quando, in pieno lavoro, non sapeva ciò che stava per accadergli, egli, con escamotage sorprendente, interpreta la scadenza fatale nel senso tutto diverso che è registrato all'inizio dell'opera. Nietzsche è un caso unico nella storia per la preveggenza che ha avuto del suo destino, così come per la chiarezza e giustezza di varie critiche fatte non pensando a sé, ma che si attagliano perfettamente a lui stesso e al suo pensiero: si è sentito minacciato dalla pazzia e si è visto pazzo prima di diventarlo, e ha criticato con estrema chiarezza la confusione tra moralismo e filosofia, che è anche quella che inquina il suo pensiero, per parlare solo delle due cose principali. Il rilievo che Giorgio Colli fa, di aver egli lasciato cadere il grande progetto di filosofia sistematica "covato" per tutta una vita, «senza che trapeli nessun turbamento profondo, nessuna indecisione al riguardo, senza segni di crisi», non può significare se non che, a quel punto estremo, Nietzsche abbandonò infine quella che era un'ambizione sbagliata, accettandosi e adagiandosi finalmente nella sua vera natura di moralista.
L'opera capitale tanto sognata, non era nelle sue corde. Nietzsche era un moralista applicato alla filosofia, non un filosofo in senso stretto. Il vero filosofo è un pensatore attivo, creativo, crea cioè coi concetti una nuova, originale visione del mondo; Nietzsche era invece un pensatore reattivo, a rimorchio delle realtà storiche; un pensatore che critica il pensiero altrui, pur essendo invece altamente creativo come moralista e poeta. Agiva e pensava con una base, un metodo e degli strumenti diversi da quelli con cui agisce e pensa il filosofo in senso stretto. La sua opera è una ricerca morale con base empirica e si serve, in ultima analisi, della psicologia e della poesia, non dei concetti e della logica. Questi, egli li rigetta come strumenti fallaci, come macchina autoaffermativa, inadatta a cogliere la realtà. Certo nella leggerezza e nell'euforia che dominano in Ecce homo (in alternanza con una violenza senza remore e sfumature), entra già la morbosità; ma d'altro canto Nietzsche aveva motivo di rallegrarsi dell'opera compiuta, che era, pur coi suoi difetti e soprattutto eccessi, un organismo compiuto, vivo e palpitante.
Il cacciatore che ha esaurito le sue frecce, di cui parla Colli, ci riporta all' interrogativo che si pone sempre di nuovo: che cosa avrebbero fatto i grandi che son morti anzitempo, se fossero vissuti più a lungo. È un interrogativo increscioso e inquietante perché tende a staccarsi dalla realtà; ma è impossibile scacciarlo una volta per tutte, perché non è privo di un certo fondamento oggettivo. Se i grandi, infatti, durante la loro vita, non hanno fatto altro che creare, soprattutto nel senso dello Stirb und werde (muori e diventa) goethiano, e se d'altro canto la loro fine avviene per un motivo non legato alla loro opera, è inevitabile domandarsi in che modo avrebbero continuato a creare, cioè a cambiare, se fossero vissuti più a lungo. È un interrogativo che cattura lo stesso Nietzsche quando opina che Gesù Cristo, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe avuto una crisi scettica e avrebbe onestamente rinnegato l’ infatuazione religiosa, all'incirca come Nietzsche stesso aveva rinnegato quella che aveva avuta per Wagner. Qui si procede tuttavia sulle sabbie mobili, per cui il meglio è di fare come se il problema non esistesse, sapendo in particolare che le vie della natura sono imperscrutabili e che molte cose che a noi sembrano casuali possono ben essere causali.
Il destino di Nietzsche, così come si è compiuto, sembra qualcosa di talmente rotondo, che appare inutile pensare a come sarebbe stato se Nietzsche fosse vissuto, in possesso delle sue facoltà, più a lungo. Sta di fatto che la sua vita e la sua opera non fanno sentire la mancanza di una prosecuzione, neanche se si pensa che la dottrina di Nietzsche è la rilevazione, l'analisi e l'accelerazione di una crisi storica fatale, in realtà il suo compimento spirituale. Ma se Nietzsche ha detto tutto quello che aveva da dire, è giusto parlare a suo riguardo di impotenza o di frustrazione, come fa Colli, che pure altrove, e proprio a proposito di Nietzsche, non manca di distinguerne il grande moralismo dalla filosofia, per lui pressoché inesistente (secondo lui la filosofia di Nietzsche è quella di Schopenhauer con segno cambiato).
Evidentemente, però, Colli non si era soffermato abbastanza su questo problema per trarne le ultime conclusioni. È comunque strano che egli usi qui in senso negativo il termine misticismo, dato che per lui il misticismo era il massimo a cui la filosofia poteva e doveva portare. Qui ad ogni modo il misticismo consisterebbe semplicemente nel sostituire la propria persona ai problemi. Ma al riguardo vale quel che sulla persona abbiamo già detto per Croce: tra la persona e i problemi, come tra la persona e le opere, c'è una priorità logica della prima rispetto ai secondi, per cui non c'è bisogno di parlare di misticismo. La lotta filosofica non si è arenata: fin là dove poteva e forse doveva arrivare, si è conclusa. È per questo, e per la follia incalzante, che "il tormento si muta in baldanzosa lievità".
Qui si celebra una festa, alla quale Nietzsche aveva ben diritto. L'oggetto arcigno non è soppresso, come dice Colli: Nietzsche lo affronta per l'ultima volta in pieno, con rinnovata energia e straordinario potere di sintesi, anche se sotto una forma euforicamente assertiva. E il soggetto si lascia raccontare non perché è diventato docile, ma perché Nietzsche può infine stringerlo nella sua unità e compiutezza. È questa la ricerca originale di Nietzsche in Ecce homo : una rassegna critica del proprio pensiero e dei suoi capisaldi, e un tentativo di chiarire a sé e agli altri il senso di una vita votata alla conoscenza. Nonostante i toni tempestosi, ad ogni modo, quella di Nietzsche è una ricerca condotta insieme al lettore. E il lettore farà bene ad approfittarne, perché Nietzsche è, a tutt'oggi, tutt'altro che capito o facile da capire, ingarbugliato com'è di moralismo, filosofia, psicologia, poesia, critica del cristianesimo e della civiltà. In questo senso Ecce homo, pur essendo nella forma un monologo, è nella sostanza un'opera dialogica.

 
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