![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 OTTOBRE 2004 |
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Pensavamo di averne 100 mila, invece sono 20
mila. L’importante è la combinazione
L’uomo ha meno geni del rospo, ma li usa meglio
«Il cervello è più grande del cielo - dice
Emily Dickinson - perché lo contiene senza sforzo e, in aggiunta, contiene
anche te». Il nostro cervello è il gioiello dell'evoluzione biologica, la perla
più pura emersa dalla creta originaria, contenente tanta acqua e una certa
quantità di detriti inorganici. Eppure sembra che il nostro cervello, in tutta
la sua potenza, non sia che il prodotto di ventimila geni.
Ventimila geni, più o meno quanti ne ha il vermiciattolo Caenorhabditis
elegans , il cui corpo è costituito di solo mille cellule, e decisamente
meno di quanti ne abbia una piantina alta una diecina di centimetri, la Arabidopsis
. Insomma, il romanzo del nostro patrimonio genetico non ha più di
ventimila capitoli. Quindici anni fa pensavamo di averne centomila; tre anni fa
capimmo di averne circa trentamila; la valutazione finale, pubblicata adesso
sulla rivista Nature , dice più o meno ventimila.
Ci dobbiamo preoccupare? Ci dobbiamo sentire umiliati? Dobbiamo cominciare ad
adorare i rospi, il frumento o il riso, che ne hanno almeno cinquanta volte
tanti? Nemmeno per idea. Ventimila possono bastare, se utilizzati
giudiziosamente, ovvero se la relativa scarsezza di geni è compensata da una
grande ricchezza, se non un'esuberanza, di processi regolativi. Un gene
specifica la struttura di un prodotto biologico, in genere una proteina. Ma poi
occorre stabilire quanta farne, in che tessuti farla e quando farla. I circuiti
regolativi, che a questo punto ci aspettiamo sempre più complessi e
interconnessi, servono proprio a specificare questi parametri. Sapevamo che
anche la differenza fondamentale fra noi e gli scimpanzé risiedeva
primariamente in una diversa capacità regolativa dei circuiti genici,
decisamente più alta in noi che in loro, e il dato odierno non fa che
rafforzare questa impressione.
Quanti e quali sono questi meccanismi regolativi? Una concisa ma
aggiornatissima esposizione di tali temi si può trovare in un libro pubblicato
da poco negli Stati Uniti e che uscirà il 28 di questo mese in traduzione
italiana da Codice Edizioni. Si tratta de La nascita della mente. Come un
piccolo numero di geni crea la complessità della mente del ricercatore
della New York University Gary Marcus, che il 31 sarà al Festival della
Scienza di Genova. Il problema che il nostro autore si pone è proprio quello di
cui stiamo parlando: le poche migliaia di geni che possediamo sono sufficienti
a formare, oltre al nostro corpo, anche un cervello funzionante, dotato di
tutte le sue facoltà mentali, o dobbiamo al contrario invocare meccanismi
diversi? Fermo restando che meccanismi diversi possono sempre essere dietro
l'angolo e comparire da un momento all'altro, ci sono buone ragioni per
ritenere che se ne possa anche fare a meno. I geni che abbiamo possono in
sostanza benissimo bastare. E Marcus ci spiega perché, basandosi su ciò che
sappiamo oggi sulla regolazione genica e sullo sviluppo embrionale degli
animali superiori e dell'uomo. Attraverso quali vie, in sostanza, le istruzioni
genetiche contenute nel nostro genoma e le vicende della nostra vita giungono a
formare e modellare la nostra mente, nei suoi aspetti conoscitivi e
razionalizzanti e in quelli più propriamente emotivi? La domanda ha una storia
molto lunga. Si tratta del famoso dilemma innato-appreso, che nei Paesi di
lingua inglese prende il nome di dilemma nature-nurture , che possiamo
rendere con «natura o educazione?».
Come accade per tutte le domande di grande momento, si tende a proporre
risposte basate su convinzioni a priori. Alcuni tendono ad affermare che tutto
dipende dai geni che un individuo possiede; altri tendono ad attribuire tutto
il merito alle sue esperienze di vita, come se i geni contassero poco o niente.
Nell’uno e nell'altro campo si giunge spesso ad affermazioni assurde. Alcuni
autori, fra cui il nostro, affrontano invece il problema in maniera seria e
informata.
Non sono mai riuscito veramente a capire perché secondo alcuni trentamila (o
ventimila) geni sono pochi. Su quale criterio si basa questa affermazione? Per
coloro che credono che la mente sia una cosa diversa dal cervello, per produrla
non basterebbero neppure un milione di geni. Per coloro che invece credono che
i geni abbiano un ruolo nella costruzione della mente, non vedo perché
ventimila dovrebbero essere pochi. Quanti dovrebbero essere per essere
abbastanza? Il nostro autore salta a piè pari questa domanda e fa del suo
meglio per persuaderci del fatto che partendo da un numero non grandissimo di
geni si può giungere alla formazione di un numero enorme di caratteristiche
biologiche, nel corpo e nel cervello.
Leggendo quest'opera ci si rende conto che quello che viene detto della
formazione e del funzionamento del cervello potrebbe essere detto, quasi parola
per parola, della formazione e del funzionamento di qualsiasi struttura
biologica o parte del nostro corpo. I geni non «sanno» se stanno facendo un
cervello o una milza. I meccanismi sono assolutamente gli stessi e spiegare
come si forma il cervello è solo un pochino più complicato che spiegare come si
forma la milza. Marcus avrebbe potuto parlare alla stesso modo della formazione
di un arto o di un capillare, ma non c'è dubbio che sarebbe stato meno
interessante. Dobbiamo comunque apprezzare lo sforzo di questo e di pochi altri
autori per fare arrivare al grande pubblico almeno il sapore delle più recenti
scoperte della biologia molecolare dello sviluppo dei mammiferi, un campo nel
quale sono state fatte più scoperte negli ultimi venticinque anni che in tutta
la storia precedente. E questo non per magia o per una supposta superiorità dei
contemporanei, ma semplicemente perché ci sono oggi nel mondo più persone che
si dedicano alla ricerca in questo campo di quante ce ne siano state mai in
tutte le epoche passate messe insieme. La ricerca la fanno gli uomini, anche se
l'apporto di apparecchiature e metodologie nuove è d'importanza fondamentale, e
gli uomini sono più numerosi che mai. Chi ignora a bella posta e con
compiacimento quello che la biologia moderna sta scoprendo, «perché tanto non
potrà poi essere così importante», che cosa direbbe se gli facessero notare che
in questo momento stanno operando tre Aristotele, due Platone, quattro Galileo,
cinque Pascal e una manciata di Malpighi e di Spallanzani?