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La
parabola del Cassinate
Un convegno ricorda
la figura di Antonio Labriola. Dai primi studi su Spinoza alla scoperta
di Marx
Studi aperti Di questa figura di rilievo nel
panorama culturale del primo Novecento è stata proposta l'edizione
critica delle opere
«Perché Labriola e
la sua impostazione del problema filosofico, hanno avuto così scarsa
fortuna?». Così scrive nella penultima pagina del Quaderno 11 Antonio Gramsci, in
carcere, all'inizio degli anni Trenta. Molto tempo è passato da allora e
nella storia della cultura italiana del Novecento non si può dire che
Antonio Labriola sia rimasto uno sconosciuto. Dopo che i primi segnali di
rivisitazione erano venuti in quegli stessi anni Trenta, con intenti
diversi, da Luigi Dal Pane a Benedetto Croce, proprio il ripetuto, anche
se non univoco richiamo al filosofo di Cassino che di trova nei Quaderni del carcere prima e nell'opera
teorico-politica di Togliatti poi è stato il viatico per una maggiore
diffusione del pensiero labrioliano. Il primo, Gramsci, ne riscopriva
l'importanza del nesso marxismo-filosofia in evidente contiguità con la
tematica dell'egemonia; il secondo, Togliatti, lo recuperava nella
costruzione di quella tradizione democratico-socialista nazionale che, se
era certo in buona parte una forzatura sul piano storiografico, serviva
politicamente a dare un ancoraggio progressista all'intelligenza
italiana, che per la prima volta con la Resistenza sembrava aver
abbandonato le sue storiche posizioni di «separatezza» e insieme di
«protagonismo» rispetto al gramsciano «popolo-nazione».
Così l'Italia colta iniziò a conoscere pian piano la
figura del Cassinate, specie del suo marxismo, teoria alla quale era
approdato dopo un ricco percorso filosofico, fornendone una versione a un
tempo fedele al dettato dei fondatori (con Engels egli fu per almeno un
lustro in fervido contatto epistolare), ma per alcuni aspetti anche originale,
problematica, tormentata persino, poiché egli respingeva a un tempo sia
la versione più deterministico-fatalistica sorta nell'ambito della
Seconda Internazionale, sia la disinvoltura di chi - come i suoi amici
Croce e Sorel - si abbandonò repentinamente alla corrente che considerò
definitiva la prima «crisi del marxismo», tra Otto e Novecento.
Ma Labriola non è stato solo «il primo marxista
italiano». Formatosi nella cerchia degli hegeliani di Napoli, più
esattamente dei fratelli Spaventa, autore di saggi importanti su alcuni
grandi autori (Socrate, Spinoza), egli approda poi alla filosofia di
Herbart e alla «psicologia dei popoli», prima di scoprire infine il
«materialismo storico». Ugualmente vasta la gamma dei suoi interessi
politici, dalla militanza in quella Destra storica contraddistinta da un
forte senso dello stato, alla parentesi radical-democratica, alla vera e
propria militanza nel nascente movimento socialista, in una posizione
molto impegnata e appassionata, ma anche sempre un po' a latere, almeno
formalmente, per il giudizio via via più critico che egli dava di Turati
e in genere del socialismo italiano.
Il centenario della morte di Antonio Labriola,
avvenuta nel 1904, è servito per fare il punto sullo stato odierno degli
studi e anche per farne circolare nuovamente il pensiero e la figura,
dopo un certo oblio, forse connesso alla recente «sfortuna» del pensiero
marxista tutto, con le parziali eccezioni di Marx stesso e di Gramsci.
Dopo vari appuntamenti commemorativi, susseguitisi a
partire da febbraio, a Roma e a Napoli, e dopo alcuni interessanti
incontri di riflessione e confronto, presso le università di Bologna e di
Bari, nei giorni scorso si è svolto a Cassino - organizzato dal locale
ateneo, con il contributo della Federico II di Napoli, della Sapienza di
Roma e degli enti locali, e aperto da Fulvio Tessitore - un ampio e denso
convegno di studi che è riuscito a indagare tanti degli aspetti della
variegata attività politica e filosofica di Labriola. In primo luogo la
sua riflessione sulla storia d'Italia (Galasso), sul Risorgimento
(Agrimi), il suo rapporto con la storia del movimento operaio, italiano e
non (Cortesi, Bravo), i numerosi fili che lo legano a tanti momenti della
cultura europea del tempo (Maria Donzelli, De Pascale, Centi, Volpicelli,
Bondì), all'idealismo italiano (Di Giovanni, Savorelli), al marxismo
(Fortunato Cacciatore, Liguori, Maggi, Medici, Nave), alle tematiche
economiche (Favilli); gli aspetti più rilevanti della sua filosofia
(Lissa, Punzo, Sicliani de Cumis); ma anche il tema della sua ricezione
(d'Orsi, Rizzo), o gli studi da lui dedicati a Socrate o a Spinoza
(Cambiano, Spinelli, Zanantoni), o il rapporto con Graf (de Liguori), o
l'attenzione per la sua prosa, per il suo stile (D'Antuono, Guaragnella),
questione a lungo sottovalutata ma già specificatamente al centro,
insieme alla prosa e allo stile di Gramsci, del convegno di Bari di
qualche giorno precedente. Di tutto questo e di altro ancora si è
discusso a lungo, nei tre giorni di Cassino, grazie anche all'attenta
presenza e al contributo di interlocutori del calibro di Giuseppe
Cacciatore, Stefano Poggi, Gennaro Sasso, con una passione e anche un
seguito di pubblico oggi non usuali.
Infine, da più parti è stato espresso motivato
rammarico perché ancora non esiste una edizione critica delle opere di
Labriola, dopo che il primo tentativo in questo senso, ormai molti anni
or sono, tra il 1959 e il 1962 presso l'editore Feltrinelli, venne
interrotto bruscamente. Luigi Punzo, «padrone di casa» dell'incontro di Cassino,
ha avanzato la proposta che proprio le forze impegnate in queste
celebrazioni labrioliane - università ed enti locali - continuino il loro
sodalizio per impegnarsi in una edizione critica delle opere, che le
porti all'altezza dell'epistolario, già quasi completato grazie al lavoro
(più volte richiamato) di Stefano Miccolis, e contribuisca dunque a
ridare a una figura così complessa e ricca tutta l'attenzione che merita.
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