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JACQUES
DERRIDA
Il radical chic delle
penne anglosassoni
Pettegolezzi sulla sua
vita privata, accuse al «suo» pensiero perché corruttore delle «giovani menti».
I giudizi sprezzanti della stampa inglese e statunitense per la morte del
filosofo francese
Un esame, sia pure
frettoloso, delle reazioni della stampa internazionale alla notizia della
morte di Jacques Derrida, suggerisce qualche considerazione. Mi ha colpito,
anzitutto, accanto all'approssimazione delle notizie sulla sua vita privata e
la sua famiglia (effetto, credo, della grande discrezione con cui egli ha
sempre protetto questa parte di sé) la presenza di non pochi articoli e
commenti che vanno contro la tradizione e le caratteristiche di genere del
necrologio giornalistico. Alla notizia della morte di un personaggio pubblico
e noto (e in particolare di una morte crudele come quella del cancro al
pancreas che ha aggredito Derrida), è buona abitudine reagire soffermandosi
sulle caratteristiche positive dell'essere umano deceduto: di fronte alla
morte risultiamo tutti abbastanza bravi e buoni. Non è stato così nel caso
del filosofo francese: accanto a necrologi (soprattutto italiani, ma anche tedeschi
e spagnoli, e ovviamente francesi) pieni di umana partecipazione, di
ammirazione per le doti intellettuali, la straordinaria coerenza politica e
morale del personaggio e il suo amore per la vita (così, in Italia, filosofi
che gli sono stati vicini, come Maurizio Ferraris sul Sole 24 ore o Pier Aldo Rovatti su Repubblica, o seguaci e ammiratori
competenti come coloro che ne hanno parlato su questo e anche su altri
giornali) sono stati molti i giornali, soprattutto inglesi e americani, che
hanno ritirato fuori, per l'occasione, gli aspetti controversi del
personaggio, echeggiato gli attacchi mossigli da tante parti in vita e
riesumato la storia delle «guerre» filosofiche da lui provocate. Molti hanno
ricordato la battaglia scoppiata a Cambridge quando è stato proposto di
conferirgli una laurea honoris causa, ma mentre la Süddeutsche Zeitung ha scritto che quattro
professori di Cambridge si sono opposti alla decisione, accusandolo di
«ciarlataneria», il Guardian ha parlato di 20 filosofi contrari, mentre il Los Angeles Times ha correttamente ricostruito
l'episodio del 1992, citando le strenue obiezioni mosse rumorosamente da un
gruppo di professori contro una filosofia giudicata «assurda», «perversa»,
«negatrice di qualsiasi importanza della scienza, della tecnologia e della
medicina», ma ricordando anche che alla fine, costretti a un irrituale voto
dell'intero corpo insegnante di Cambridge, i sostenitori prevalsero con 336
volti positivi contro 204.
Pochi hanno ricordato alcuni dei momenti esistenzialmente
e politicamente significativi della vita di Derrida: il fatto che nel 1940,
quando aveva 10 anni, il governo collaborazionista francese in Algeria lo
espulse dalla scuola in quanto ebreo e tolse alla sua famiglia sefardita,
radicata in Algeria da cinque generazioni, la cittadinanza; o il fatto che
nel 1982, quando si recò a Praga per sostenere la battaglia degli
intellettuali dissidenti di Carta 77, trascorse alcuni giorni nelle prigioni
ceche; o il fatto che si è sempre schierato a sinistra e nel 1995 ha fatto
parte del comitato dei sostenitori di Lionel Jospin. In compenso i giornali
hanno fatto non poca confusione, e alimentato qualche pettegolezzo, sulla sua
vita privata: il rapporto con Sylvanie Agacinski, moglie attuale di Jospin e
madre di un figlio di Derrida, definita «psicoanalista» da El Mundo, il matrimonio con la vera psicoanalista
Marguerite Aaucouturier, sposata nel `57, da cui ha avuto due figli, Pierre e
Jean, ecc. ecc.. E tutti si sono ampiamente gettati (nonostante che lui si
sia a lungo rifiutato di lasciarsi fotografare e si sia tenuto il più lontano
possibile dalla televisione) sui suoi molto decorativi capelli bianchi, sul
suo viso mediterraneo, sui suoi vestiti sempre eleganti, sulla sua
aspirazione giovanile a divenire un grande giocatore di calcio, con evidente
allusione nostalgica («nostalgerica», avrebbe detto lui) a Zidane.
Quello che colpisce è un'esplicita animosità e antipatia
presente in alcuni dei giornali inglesi e americani. Il Sunday Times, per esempio, ha intitolato la notizia: «Un
filosofo francese radical chic muore all'età di 74 anni», con una definizione
che mi pare ingiusta, oltre che offensiva, e in stridente contrasto con
quanto scrive Maurizio Ferraris sul Sole 24 ore:
«Derrida ha realizzato il singolare paradosso di essere il più parigino dei
filosofi ma anche il più cosmopolita, e insieme il più immune da qualsiasi
atteggiamento radical chic, che poi significa semplicemente mancanza di
analisi, semplicismo, dogmatismo». Il New York
Times ha intitolato il necrologio firmato dal giornalista Jonathan
Kandell «Jacques Derida, teorico astruso [Abstruse
Theorist], muore a 74 anni», che è definizione altrettanto dura e
offensiva. Viene da domandarsi? A cosa si deve tanta animosità, che quasi
confina con il livore? È forse un segno della tradizionale contrapposizione
tra analisti del linguaggio anglosassoni e philosophes
francesi o continentali (già avvertita a suo tempo quando scomparvero
Foucault o Paul De Man)? C'è addirittura da sospettare un effetto dell'ondata
di odio anti-intellettualistico e anti-francese che è montata negli Usa al
tempo della decisione di Bush di gettarsi nell'avventura irachena, contro il
parere dell'Europa?
Qualche spia si può cogliere dall'articolo del New York Times. Per due volte Kandell allude all'«enorme
seguito» che Derrida ha avuto nel suo paese (anzi, paradossalmente, più nel
suo paese che in Europa). È questo che sembra dargli particolarmente sui
nervi. Egli parla delle basi «ingannevoli» e «infide» (slippery) di altre filosofie arrivate dalla Francia e
divenute di moda negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Parla del
linguaggio oscuro (murky) usato nei suoi
libri da Derrida. E riprende la tesi, che ha molto circolato fra i critici
tradizionalisti e conservatori di destra, del potenziale di corruzione che si
nasconde in quei libri oscuri e allude ai tanti giovani critici ambiziosi che
usarono il decostruzionismo come trampolino di lancio per ottenere posti di
ruolo in dipartimenti in cui sopravvivevano professori anziani, bolsi e
sfiancati dalla routine.
Nella frase con cui conclude il necrologio si coglie un
misto di ammirazione e di irritazione, oltre che di presa di posizione
politica: «Per molti studenti il decostruzionismo [di Derrida] è stato un
rito di passaggio per entrare nel mondo dell'intellettualità ribelle».
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