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I giornalisti parlamentari si divertivano con lui. E lui,
Lucio Colletti, sembrava compiacersi dei suoi stessi fuochi d’artificio in
cui la battuta sarcastica, il motto mordace, la sentenza caustica camuffavano
malamente l’amarezza dell’ennesima delusione, regolarmente interpretata dai
cronisti come una presa di distanze dal suo schieramento da parte del
professore voluto dal «Berlusca» (lo chiamava solo così) sui banchi della
Camera. Ma Colletti aveva preso quei divani del Transatlantico come le
bettole di San Casciano per il Machiavelli costretto all’esilio: un luogo in
cui volontariamente «ingaglioffirsi», lontano dal mondo togato dei classici e
degli studi. Una manifestazione di estremo disincanto autodistruttivo di un
intellettuale che del disincanto filosofico era stato maestro e (suo
malgrado) profeta. Oggi il filosofo scomparso tre anni fa, e a cui la casa
editrice «Ideazione» dedica un monumento biografico e intellettuale a cura di
Pino Bongiorno e Aldo G. Ricci, può essere finalmente restituito al suo ruolo
particolarissimo nella storia culturale italiana. Riportato al «collettismo»
metodologico ed esistenziale che distillò nella sinistra come nella destra. A
quella lezione di anti-ideologismo radicale, di chiarezza teorica
insofferente delle formule elettrizzanti e autoconsolatorie che è stata la
cifra vera di Lucio Colletti. Protagonista di una minoranza culturale che per
vie sotterranee si ritrova al di là degli schieramenti politici in cui il
collettismo (raramente) ha fruttificato. Un maestro della demolizione dei
luoghi comuni e del conformismo dominante.
Per guadagnarsi un posto nel Pantheon dei padri della
patria filosofica occorre mettersi in sintonia profonda con lo spirito di una
comunità. Ma lo stile mentale di Colletti si esaltava piuttosto nella pars
destruens del discorso, nella denuncia delle falle e delle aporie della
vacillante argomentazione altrui. Allievo del Galvano Della Volpe feroce
antagonista della versione scolastico-umanistica del marxismo, Colletti,
giusto trent’anni fa, uscì fragorosamente dall’orbita marxista con la sua Intervista
politico-filosofica, pubblicata da Laterza nel 1974, dopo aver demolito
mattone per mattone il sontuoso ma intimamente fragile edificio concettuale
che pretendeva di conferire al marxismo uno statuto scientifico. Il marxismo
ne usciva a pezzi, e a pezzi ne uscirono tanti suoi studenti che si erano
abbeverati alla lezione collettiana nelle aule dell’Università di Roma e che
ora, se volevano restare collettiani, non potevano che condividerne l’uscita
dalla casa madre, senza la possibilità di incontrare più nessun’altra
appartenenza filosofica. Forse politica, ma non politico-filosofica.
Paolo Flores d’Arcais (che era uno dei giovani dioscuri
della cattedra romana di Colletti, l’altro era Tito Magri) compirà in seguito
un percorso politico diametralmente opposto a quello del maestro. Ma, sul
piano filosofico, basta leggere un qualunque fascicolo della sua rivista MicroMega
dedicato alla filosofia redatto assieme a un altro collettiano doc come
Angelo Bolaffi, oppure la predilezione di Flores per una esponente di punta
del pensiero anti-totalitario come Hannah Arendt, per accorgersi che l’aura
di disincanto è la stessa che si respirava nelle stanze fumose ma
intellettualmente trasparenti di Lucio Colletti. Bongiorno e Aldo G. Ricci
raccontano bene come l’itinerario filosofico di Colletti abbia condotto alla
teorizzazione disperata della «fine della filosofia». Un disincanto estremo,
che spiega anche come mai Colletti, per questo criticatissimo dai suoi colleghi
di accademia, abbia scritto pochissimo di filosofia dopo quell’Intervista che
aveva segnato un punto di non ritorno nella sua stessa esistenza umana,
intellettuale e politica.
L’uscita dal marxismo coincideva anche necessariamente
con l’uscita dal comunismo. Con una differenza: che se l’addio al marxismo
non è mai approdato a una forma di antimarxismo militante («studiate il Capitale,
come da sempre vi invita a fare Alberto Ronchey, inascoltato dagli stessi
comunisti», era l’esortazione di Colletti fino alla fine dei suoi giorni),
l’addio al comunismo divenne subito la base di un radicale e intransigente
anticomunismo di stampo liberale. Però Colletti, forse anche a causa del suo
corrosivo snobismo, non volle mai mischiarsi con gli intellettuali che in
Francia avevano voltato le spalle alla Chiesa comunista dopo la lettura
sconvolgente dell’Arcipelago Gulag.
Chiamato da Valerio Riva in una tavola rotonda dell’Espresso
con i nouveaux philosophes Bernard-Henri Lévy e André Glucksmann,
Colletti non fece altro che marcare il dissenso con i giovani e baldanzosi ex
sessantottini francesi. Non nascose le sue simpatie per il nuovo autonomismo
socialista di Bettino Craxi come base per la costruzione di una cultura di
sinistra ma non comunista, progressista ma non marxista, e collaborò
volentieri al cenacolo «revisionista» di Mondoperaio, dove intrecciava
discussioni con Giuliano Amato, Luciano Cafagna e Ernesto Galli della Loggia.
Ma nel 1988, come riferiscono Bongiorno e Ricci, non lesinò commenti sferzanti
allo «stato deplorevole» in cui versava il Psi, «una vecchia e maleodorante
carretta, dedita alla piaggeria e povera di cultura». Negli Anni Settanta, il
suo anti-ideologismo ebbe il destino di incontrarsi anche con il pragmatismo
laico di Ugo La Malfa. Anzi, sebbene la circostanza non sia stata mai
rivelata, fu proprio il La Malfa della «solidarietà nazionale» con il Pci a
trovare nella conversazione con Colletti, auspice un amico e sodale culturale
di entrambi come Ronchey, una stanza di compensazione in cui la ferrea
cultura anticomunista di La Malfa poteva ritemprarsi in un libero e informale
sfogo.
Furono anni di solitudine culturale per Colletti, che
amava frequentare quei pochi intellettuali e giornalisti, da Ronchey a Enzo
Bettiza, da Gilmo Arnaldi a Rosario Romeo, da Renato Mieli a Renzo De Felice,
che non condividevano l’attrazione dominante del ceto dei colti nei confronti
dell’allora trionfante Pci. Aveva trovato nell’Espresso di Livio Zanetti (e
la scelta di Zanetti suonava come implicita polemica con la direzione di
marcia culturale impressa da Eugenio Scalfari) una tribuna per i suoi
interventi, incontrando nelle stanze del settimanale di via Po la
collaborazione di Paolo Mieli, matrice di un sodalizio che si prolungherà fin
nelle pagine del Corriere della Sera.
Colletti, maestro distruttore, destabilizzatore,
devastatore, trovò amichevole udienza in Giuliano Ferrara, la cui uscita dal
Pci coincise con la riscoperta di un vecchio amore filosofico per Leo
Strauss, ma Colletti ammoniva che non era possibile, di fronte al
soggettivismo relativistico della modernità, abbracciare una filosofia, come
quella straussiana, desiderosa di «restaurare le condizioni antiche». Nel suo
itinerario liberale incontrò anche Marcello Pera, ma due cose lo dividevano
dall’attuale presidente del Senato: il disamore per Popper, una bestemmia per
il popperiano Pera, e un rapporto distruttivo con la politica, anche questo
molto diverso da quello coltivato da Pera. Colletti era un maestro, ma un
maestro della distruzione. E così come De Felice ha rivoluzionato il modo di
fare storia del fascismo, anche se la scuola defeliciana è apparsa tutt’altro
che compatta, Colletti ha contagiato con il suo «collettismo» filosofico una
discepolanza fatta di scetticismo, di allergia anti-ideologica. Di
disincanto, appunto.
Oggi, a tre anni dalla morte, si può cominciare a
rileggere quel Colletti provocatorio e pungente che davanti a un platea di
allibiti ex dissidenti dell’Est comunista, invitati nel ‘91 a Napoli in un
convegno organizzato da Vittorio Strada, si produsse in un inusitato elogio
filosofico del Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo. Colletti
era già sospinto verso lo schieramento berlusconiano, che non fu un
«oscuramento» morale del Colletti precedente - come scrisse con lo stupore
del vecchio compagno tradito Nello Ajello su Repubblica dopo la morte
del filosofo -, ma l’ultimo capitolo di una elaborazione politica che non
doveva necessariamente coincidere con il rigore delle scelte filosofiche. Il
Colletti filosofo del disincanto e dello scetticismo, quello delle lezioni su
Kant e Hegel pronunciate a braccio e senza appunti nelle aule di filosofia, è
ancora tutto da riscoprire.
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