![]() RASSEGNA STAMPA |
![]() 26 SETTEMBRE 2004 |
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Va detto innanzitutto che non è stata svolta
alcuna ricerca sistematica sulla creatività e sul suo rapporto con
l'organizzazione e con il funzionamento del cervello. Con lo sviluppo delle tecniche di imaging tuttavia, riusciamo a
studiare l'attività cerebrale negli esseri umani, in condizioni normali e
patologiche, per cui si è aperto un nuovo capitolo delle neuroscienze: è diventato
possibile affrontare il problema generale degli stati mentali soggettivi, della
creatività, della valutazione estetica. come non era mai stato possibile fare
finora. E le ricerche degli ultimi
anni, in particolare sulla parte visiva che costituisce forse un terzo
dell'intero cervello, ci hanno portato a considerarlo un organo creativo.
Il cervello crea un concetto di oggetto o di
situazione che dipende dalle sue esperienze di molti oggetti e situazioni,
esperienze che riunisce in una sintesi di oggetto o di situazione
"ideale". Tuttavia
l'esperienza quotidiana di singoli oggetti o situazioni possono anche non
soddisfare il concetto sintetico più globale e, per il cervello, ne consegue
un'insoddisfazione permanente.
L'impresa creativa può fare e ha fatto buon
uso di tale insoddisfazione. Un modo
per avvicinarsi al concetto presente nel cervello è quello di non finire
l'opera d'arte, come succedeva spesso a Michelangelo che lasciò incompiuti tre
quinti delle proprie opere. Il vantaggio, in questo caso, è che il cervello
dell'osservatore può terminarla in svariate maniere. Schopenhauer scrisse una
volta che bisogna lasciare qualche cosa da fare alla mente, meglio se l'ultima
cosa, ed è per questo che ammiriamo le sculture incompiute di Michelangelo e tanti
quadri di Cézanne.
Trovo interessante che, quale esempio della
perfezione raggiunta dall'arte ellenica, Wincklemann avesse scelto un
frammento: il Torso del Belvedere nei Musei vaticani. Anche qui, il fatto rilevante è che il cervello può darne interpretazioni
diverse. Va notato che sciamo coscienti di una sola interpretazione per volta e
ciò introduce un importante elemento di ambiguità. Quest'ultima è una caratteristica preziosa nelle opere dell'arte
e della creatività. Nella sua
definizione neurologica, l'ambiguità non è la vaghezza o l'incertezza che
ritroviamo nei dizionari, ma l'esatto contrario. E' certezza, nel senso di
certezza di molte interpretazioni differenti ognuna della quale è sovrana per
un attimo. Non esiste una risposta
definita quindi, perché tutte le risposte egualmente plausibili. Perchè
l'ambiguo e il non finito possono soddisfare il cervello più di una compiutezza
estrema. Gli studi di imaging mostrano
che quando guardiamo figure ambigue. il fuoco dell'attività cerebrale si
sposta da un'area sotto il controllo dei lobi frontali.
La musica fornisce un altro esempio
affascinante dell'uso di concetti cerebrali, o meglio di un concetto cerebrale
insoddisfatto dall'esperienza quotidiana.
Wagner scrisse Tristan und Isolde con in mente uno scopo preciso che
confidò a Liszt: «Siccome in tutta la mia vita non sono stato capace di provare
la vera felicità dell'amore intendo comporre il più grande dei monumenti alla
più grande di tutte le illusioni».
L'illusione è, come si sa, una creazione del cervello. L'opera presenta parecchi aspetti
interessanti per un neurobiologo, anche se voglio soltanto richiamare qui
l'attenzione sulle stringhe irrisolte - lo saranno soltanto alla fine - e sui
lunghi silenzi che hanno portato un critico a chiedersi «chi mai ha composto
silenzi più belli di quelli di Wagner?». Dal punto di vista della neurobiologia
sono due caratteristiche che consentono all'immaginazione e alla creatività
dell'ascoltatore di essere coinvolte nell'opera.
Per concludere, vorrei citare un esempio che
ne riassume molti altri ed è tratto dalla Divina Commedia. Molti sono convinti
che Dante l'abbia scritta per Beatrice. Non è così. Beatrice era mutevole, un
giorno gli sorrideva, il giorno dopo lo ignorava facendolo sprofondare nella disperazione.
Dante spiegò invece nella Vita Nova che intendeva scrivere della «gloriosa
donna della mia mente», del concetto di Beatrice formato dal suo cervello. Ancora una volta, come nel caso di Wagner,
di Cézanne e di Michelangelo, vediamo la facoltà creatrice nascere
dall'insoddisfazione, dall'incapacità di trovare nella vita reale il concetto
generato dal cervello. E Dante
raggiunge nuove vette creative nel Canto XXXI e nel Canto XXXIII del Paradiso, laddove
non solo ammette di non essere riuscito a esprimere il proprio concetto. ma
coinvolge attivamente l'immaginazione del lettore. Alla fine quel concetto
risulta ineffabile. Dante non trova le
parole per descriverlo: «Al'alte fantasia qui mancò possa» e indirizza allora
la propria volontà e il proprio desiderio verso «quell'amor che move il sole e
l'altre stelle», una descrizione la cui bellezza è pari alla vaghezza. Quanto a Sandro Botticelli che illustrò ogni
altro canto della Commedia, lasciò questi due privi di immagini quasi
intendesse demandarle alla creatività del lettore.
Le ricerche sulla creatività sono all'inizio,
ma sono ricche di promesse. La
neurobiologia ci parteciperà sfruttando le tecnologie più avanzate
insieme ai paradigmi scientifici consolidati, e anche includendo nei propri studi
le opere d'arte; la letteratura e la musica che sono esse stesse manifestazione della potenza creatrice del
cervello.