RASSEGNA STAMPA

24 SETTEMBRE 2004
PAOLO ANDRUCCIOLI
[

La signora del libero mercato
La democrazia aiuta il capitalismo nel correggere le diseguaglianze che produce. E' la tesi di Jean Paul Fitoussi nel volume «Democrazia e mercato»
Uno dei punti fermi di questo periodo turbolento riguarda il mercato, inteso come l'insieme degli scambi economici che producono la ricchezza. Il mercato - recita il luogo comune - deve essere lasciato libero di agire, non deve avere freni, né troppi controlli. Qualche anno fa si sarebbe detto: tagliare i lacci e i lacciuoli. Così la democrazia, con tutto il suo fardello di storie e con tutte le sue complicazioni (tempi lunghi per prendere le decisioni, voto universale, ruolo degli stati e del governo, diritti delle persone e via dicendo) diventa quasi un ostacolo per il vorticoso fluire del mercato capitalistico. Una volta era lo stato che si sarebbe dovuto mettere da parte, ritirare in buon ordine per lasciare completo sfogo agli «spiriti animali». Ora tocca alla democrazia. La vecchia signora è divenuta un peso e siamo quindi preparati ad assistere a una scena stupefacente: «Nelle centenarie democrazie occidentali si manifesta una tendenza alla regressione "pacifica" della democrazia, che segue schemi diversi sulle due sponde dell'Atlantico». E' questo il presupposto, o meglio i «prolegomeni» su cui poggia l'ultimo saggio breve, ma molto intenso, dell'economista francese Jean-Paul Fitoussi, pubblicato nella Nuova Serie Feltrinelli con il titolo La democrazia e il mercato (pp. 88, € 8). La constatazione di un lento riflusso della democrazia a favore dei puri rapporti di mercato si accompagna a una domanda: la giustizia sociale, i diritti e le questioni dell'eguaglianza tra gli uomini sono diventate di per se un ostacolo non tanto al mercato, quando al rendimento economico e quindi allo sviluppo? Fitoussi cerca di rispondere a questa domanda con argomentazioni analitiche raffinate. Sceglie un metodo preciso per sviluppare il suo discorso: rinuncia alla polemica diretta, allo scontro tra ideologie, e preferisce prendere sul serio le argomentazioni dell'avversario (in questo caso gli ultras del libero mercato) per metterle alla prova dei fatti e arrivare quindi a conclusioni anche teoriche (dal punto di vista economico) fondate.

La constatazione banale riguarda il fatto che la globalizzazione economica ha alimentato le diseguaglianze sociali. Il mercato potrebbe cioè anche essere il migliore dei sistemi possibili, ma non c'è dubbio che lasciato a se stesso produce varie patologie. Negli Stati Uniti, scrive Fitoussi citando Edward Wolff, si assiste a uno strano ritorno ai tempi di Maria Antonietta: il 50 per cento del surplus di ricchezza prodotto tra il 1983 e il 1998 ha beneficiato all'1 per cento delle gestioni più agevoli e il 90 per cento di tale ricchezza è andato al 20 per cento delle gestioni più favorite. Il calcolo degli interessi composti rischia di aprire un abisso tra gli strati sociali, «tanto che l'andamento del sistema economico diventerebbe incompatibile con il normale funzionamento della democrazia».

La denuncia non è nuova e ormai siamo abituati a leggere le cifre della grande redistribuzione della ricchezza mondiale a favore dei pochi più ricchi. E siamo anche abituati a sentirci dire che le priorità individuate da Keynes all'inizio del secolo passato devono essere ribaltate. Il professore di Cambridge diceva infatti che i «vizi capitali» sono la mancanza di un impiego sicuro e la ripartizione del benessere e del reddito, arbitraria e priva di equità. Sappiamo - perché ce lo hanno spiegato anche parecchi esponenti della sinistra - che ora le priorità sono ribaltate e che l'impiego non deve essere più sicuro, mentre il reddito non si deve più redistribuire come una volta, con le pensioni pubbliche per esempio, ma creando dei mix tra pubblico e privato, tra Stato e mercato anche per i problemi della salute delle persone.

La tesi di Fitoussi è a questo punto molto semplice: la democrazia non è affatto un ostacolo al mercato, ma al contrario è un sistema che conviene. Non esiste, storicamente, nessuna prova che la democrazia, nelle società occidentali sviluppate, abbia creato ostacali e sia stata da freno allo sviluppo economico. Caso mai si potrebbe sostenere l'esatto contrario. Soltanto le forme dinamiche di governo possono permanere (l'Urss, evidentemente, non era un sistema dinamico ed elastico). «In altre parole - scrive Fitoussi - la tesi secondo cui il capitalismo è sopravvissuto come forma dominante di organizzazione solo grazie e non malgrado la democrazia a livello intuitivo sembra molto convincente».

Prendendo il problema dall'altro corno, cioè attraverso la teoria economica del mercato e in particolare la teora pura dell'equilibrio generale della concorrenza perfetta, si scopre che il mercato non solo - lasciato a se stesso - produce parecchi guai, ma che non è in grado di assicurare neppure la sopravvivenza della popolazione. Ha senso ritenere ottimale (l'ottimo paretiamo e l'equilibrio di Walras) un sistema economico che potrebbe adattarsi alla definitiva «esclusione» di una parte della popolazione? Il fatto ancora più sorprendente però riguarda la vittoria dell'ideologia del mercato che pare sia stata introiettata anche da chi non la condivide. Si legittima un capitalismo dominante che considera la democrazia e la politica come ostacoli allo sviluppo, in «flagrante contraddizione con i fatti». Il saggio breve di Fitoussi non intende essere una difesa filosofica e politica del welfare, né un'apologia della superiorità della vecchia Europa. E' piuttosto un invito secco a smetterla di perdersi nelle false diatribe e ricominciare invece a inventare un nuovo futuro. Luogo della discussione: la pubblica piazza.

inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica