![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2004 |
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«La tecnica distrugge il tempo dell'anima»
Galimberti: non ci importa più
nulla della bellezza o della verità, ma solo dell'efficacia strumentale Il
filosofo al Festival di Modena: i cristiani hanno dimenticato la necessità di
un linguaggio del rito
N ell'affollato vagone del treno
che porta da Modena a Carpi (quindici chilometri in tutto) fa caldo, ma non si
rinuncia a filosofare. «Professore – chiede una ragazza –, perché lei dice che
la tecnica avrebbe deformato il nostro modo di vedere il mondo?».
Umberto Galimberti, classe 1942, docente di Filosofia della Storia
all'Università di Venezia, prende sul serio questa singolare lezione
ferroviaria (uno dei tanti appuntamenti del Festivalfilosofia che si è svolto
da venerdì a domenica scorsi a Modena, Carpi e Sassuolo): «Perché, per lo
strapotere della tecnica il nostro modo di pensare è divenuto un “pensiero calcolante”:
non ci importa più nulla della bellezza o della verità delle cose, ci interessa
solo l'aspetto dell'“efficacia”, della strumentalità».
Il dibattito prosegue mentre ci si avvia, tutti insieme, a piedi, nel centro di
Carpi, dove una folla trabocchevole attende la «lezione magistrale» del
filosofo. Che si sofferma poi anche con noi, in privato, sulla questione della
sua personale «nostalgia antropologica» – così la chiama: «Perché mi pare che
gli esseri umani stiano cambiando, si stiano trasformando in qualcos'altro: e
di questo passo, temo di non incontrarne più, in un prossimo futuro. Non è una
battuta a effetto, la mia è una preoccupazione reale».
Partiamo dal ruolo della tecnica. Gli antichi greci non ne dicevano tanto
male: è la tèchne, affermavano, che permette all'uomo, in mancanza di
mezzi naturali di difesa, di sopravvivere all'interno del cosmo.
«Ma quella dei greci era una tecnica modesta. Essi pensavano che l'ingegno
dell'uomo potesse operare molti portenti, ma non imporsi in modo decisivo sulla
natura. In una tragedia di Eschilo, Prometeo incatenato , il
protagonista è il Titano punito da Zeus per aver sottratto agli dèi il fuoco,
donandolo agli uomini: bene, a un certo punto, egli riconosce che la tèchne
“è di gran lunga più debole di Anànke ”, la “Necessità”, il destino che
regola l'universo e la vita umana».
Quando è cambiato, allora, il nostro rapporto con la tecnica?
«Non in un solo istante. Un cambiamento si è avuto con la rivoluzione
scientifica del XVI e del XVII secolo. Per Galileo, per Keplero, e poi per
Newton, lo scienziato non deve più limitarsi a osservare o a catalogare i
fenomeni naturali: deve formulare delle ipotesi, e poi verificarle con degli
esperimenti scientifici. Si tratta ora di vedere se il mondo risponda, si conformi
alle ideazioni della mente umana. E ai suoi progetti».
Per questo, Bacone affermava che «alla natura si comanda solo ubbidendole»:
si tratta di conoscerne le leggi per dominarla.
«In seguito, abbiamo un ulteriore salto di qualità. L'idea che ora si afferma,
come principio-guida della nostra civiltà occidentale, è: se la tecnica è il
mezzo con cui possiamo ottenere tutti i nostri scopi, allora essa è
precisamente ciò che tutti desideriamo, costituisce uno scopo in sé. Così, se
per i greci essa era una prerogativa dell'uomo, possiamo dire che attualmente
il rapporto si è ribaltato: la tecnica è divenuta la sostanza, l'uomo un suo
attributo. Mi spiego: oggi, concretamente, nessuno di noi è in grado di
comprendere il senso del progresso tecnico, di dire a che cosa esso tenda, di
prevedere gli effetti remoti di una certa innovazione tecnologica. Soprattutto,
è da ingenui pensare che la tecnica passi, per così dire, sopra le nostre
teste, lasciando immutata la nostra qualità umana: che cosa significano i concetti-chiave
dell'umanesimo, le parole “libertà”, “responsabilità”, “democrazia” in un'epoca
in cui l'uomo è ridotto a un funzionario dell'apparato? Sa che cosa ricordava
l'ex poliziotto austriaco Franz Stangl, della sua attività di comandante del
campo di sterminio di Treblinka? “Per me era sempre e soltanto un'enorme massa
– affermava, riferendosi agli ebrei che aveva inviato al gas –: raramente li
vedevo come individui. Credo che inconsciamente cominciai a considerarli come
bestiame”. Questo, direi, è l'atteggiamento di un funzionario efficiente,
attento a espletare il suo incarico nei tempi e modi prescritti. In un mondo
dominato dalla tecnica, in cui la stessa domanda sui fini sembra insensata, ciò
che si richiede ai singoli esseri umani non è una particolare creatività, o
capacità d'empatia nei confronti del prossimo, ma la “professionalità”, per
usare un termine orribile, oggi divenuto sinonimo di virtù».
Limitandosi a constatare o a descrivere «oggettivamente» questo stato di
cose, non si rischia di finire per assecondarlo, in modo fatalistico?
«La cosa più terribile è che oggi non siamo neppure capaci di un pensiero
alternativo rispetto a quello che la tecnica sembra imporci: su questo punto,
Heidegger aveva visto benissimo. Io, semplicemente, sento la necessità di
descrivere questa situazione, tenendo viva la “nostalgia antropologica” di cui
parlavo. La stragrande maggioranza degli esseri umani oggi soffre enormemente,
sente di essere stata spossessata della propria esistenza: ma non riesce a
tradurre in parole, a condividere questo malessere».
Soprattutto, sembra che il nostro «tempo moderno» si sia accorciato e
frantumato, rispetto a quello delle società tradizionali.
«Ed è vero. Io non sono cristiano, e in generale la categoria della
“salvezza” è lontana dalla mia sensibilità: condivido semmai l'idea di tante
possibili “salvezze parziali”, provvisorie, entro dei margini che non possiamo
valicare, pena la caduta in ciò che i greci chiamavano hybris ,
“arroganza”. Tuttavia, non posso non riconoscere che proprio il cristianesimo
ha conferito alla dimensione temporale un valore fondamentale, come teatro di
una vicenda cosmica di caduta e redenzione. Nel tempo, per i cristiani, Dio si
rivela e si incarna, al termine del tempo si realizzerà la salvezza, individuale
e collettiva. In Agostino abbiamo una formidabile descrizione della
temporalità, intesa come il luogo d'incontro privilegiato tra Dio e l'uomo:
anzi, Dio, l'anima umana e il tempo costituiscono una sorta di triade, in cui
ogni termine sembra rimandare agli altri due. Ma appunto, oggi la tecnica erode
le fondamenta del trono di Dio, proprio riducendo la nostra esperienza del
tempo: se tutto si risolve nella scelta dei mezzi più idonei in vista di un
fine immediato, se le nostre aspettative si estendono su un arco di poche ore o
giorni, questo presente assoluto sostituisce l'attesa dell'éschaton , di
un compimento definitivo della storia».
Senza voler battezzare a tutti i costi il suo pensiero: si ha come
l'impressione che lei rimpianga la ricchezza dell'antico linguaggio religioso
sull'anima.
«La teologia cristiana ha prodotto immagini potenti per esprimere la nostra
dimensione interiore, molto più pregnanti dei termini con cui la psicoanalisi
ha poi cercato di descrivere la nostra struttura personale. E credo che, tra le
colpe più gravi degli uomini di religione, vi sia quella di aver dimenticato la
necessità di un linguaggio del rito, che consenta anche agli uomini
contemporanei di condividere le occasioni gioiose e funeste delle vita, di
riconoscere ed esprimere i loro sentimenti. Oggi si impara a piangere, ad
essere felici, ad amare dalla televisione: ed è come se la nostra anima venisse
invasa, riempita dalle immagini del mondo esterno. Diventiamo sempre più enti
seriali, dimenticando la nostra individualità. Un antico testo gnostico, il
Vangelo di Eva, immaginava che gli uomini, sprofondati nelle tenebre, avessero
finito per dimenticare la propria identità; per rimediare, Dio Padre avrebbe
inviato loro un “Messaggero di luce”, che li richiamasse alla salvezza. “Ma
come potranno ascoltare il mio richiamo e salvarsi – si chiede a un certo punto
questo Messaggero –, se neppure ricordano il loro proprio nome?”».