RASSEGNA STAMPA

28 LUGLIO 2004
FRANCESCO FISTETTI
[L'etica del finito oltre la dismisura
Lessico del pensiero In Parole della filosofia,o dell'arte di meditare, edito da Feltrinelli, Salvatore Natoli propone una trama di «temi e variazioni» che mettono a confronto coppie di concetti opposti e complementari per una nuova comprensione del presente
 Una volta venute meno le grandi narrazioni della modernità, che avevano preteso di esaurire la complessità del mondo e perfino di prevedere il corso futuro della storia, che cosa può significare fare filosofia? A questa domanda storicamente ricorrente, gli esponenti del postmodernismo, a partire dagli anni `80 del `900, hanno risposto da un lato con la retorica d'intonazione heideggeriana sulla «fine» della metafisica in quanto ontoteologia, e dall'altro con la celebrazione del frammento e del bricolage. Queste due modalità di rapportarsi a una situazione epocale di scissione quale è la nostra sono simmetriche l'una all'altra, non foss'altro perché condannano la filosofia a una sorta di «ruminazione» fine a se stessa, vale a dire a una storia antiquaria, come avrebbe detto Nietzsche, oppure al gioco autocompiaciuto di una scrittura estetizzante (come nel Derrida prima della sua svolta etico-politica). Tanto meno è riproponibile l'alternativa, improntata ora a uno storicismo ora a un positivismo più o meno felici, di prendere congedo dalla filosofia o a favore delle scienze storico-sociali o, come accade oggi nel mondo anglosassone, a favore delle neuroscienze e delle scienze della vita. Ma l'antico sogno parmenideo e cartesiano di costruire un modello di razionalità come sinonimo di esattezza e calcolo è sempre stato contrastato da un paradigma rivale che fin dal nascere, a cominciare da Platone e Aristotele, ha assegnato alla filosofia la capacità di stupirsi di fronte all'insolito, di meravigliarsi davanti all'imprevedibile. Filosofare è esattamente l'assunzione di un siffatto atteggiamento socratico di lasciarsi afferrare dalla vertigine verso ciò che non conosciamo, verso il «perturbante» rappresentato dai segni del nuovo, verso gli eventi che risultano inabituali alle nostre certezze e aspettative.

È questa disposizione d'animo aperta alle sfide dell'enigma che ha caratterizzato fin dalle origini lo sguardo filosofico sul mondo come uno sguardo ogni volta inaugurale, guidato dal desiderio di ricercare la verità e svelare l'ignoto, di concettualizzare la realtà proteiforme e aprirci un cammino là dove vi sono delle impasses che impediscono di procedere oltre. In questa prospettiva, anche le parole più consunte del vocabolario che la filosofia ha elaborato nel corso della sua storia - apparenza/realtà, luce/ombra, Dio/mondo, intelligenza/pensiero, metafore/teorie, armonia/discordia, luoghi/forme, misura/dismisura, responsabilità/alterità - possono, se riattivate nella loro originaria pregnanza semantica, aiutarci a comprendere noi stessi e il nostro presente. È questa la convinzione di Salvatore Natoli nel suo ultimo libro, Parole della filosofia o dell'arte di meditare (Feltrinelli, pp. 174, € 15), in cui mostra come si possa fare filosofia - e perfino buona storia della filosofia - con le parole utilizzate dalla filosofia, in particolare con le coppie opposizionali prima richiamate, dove però i significati di un termine sono anche reciprocamente complementari e slittano gli uni negli altri per metamorfosi interna.

Il lavoro di Natoli ci restituisce, così, non tanto un lessico di carattere tecnico quanto piuttosto un «canone», una «trama» filosofica, fatta, come egli dice, di «temi» e «variazioni», una sorta di archivio di «sapienza trattenuta nelle parole», a cui ognuno può attingere per filosofare da sé. Soprattutto in un tempo come il nostro segnato dalla deflagrazione delle forme identitarie elaborate dalla modernità - dall'appartenenza alla classe a quella nazionale, dall'affiliazione ai partiti alla coscienza di un nesso forte tra società e storia che veniva trasmesso attraverso la fiducia generale nei confronti del futuro -, si acuisce la domanda su come è possibile ancora per ognuno di noi comprendere se stesso e le proprie origini a partire da dimensioni storiche più ampie.

Ha ragione Christian Meier (Da Atene ad Auschwitz, il Mulino, 2004) quando afferma che l'antichità greco-romana attraverso la mediazione del cristianesimo ha svolto un ruolo decisivo nella formazione dell'Europa, del Sonderweg europeo. Ma, spiega Natoli, questo assunto non ci dice ancora niente sulla costituzione interna della razionalità occidentale e sulle sue trasformazioni strutturali (che sono anche trasformazioni semantiche delle sue parole-chiave). Basterà allora leggere uno dei lemmi proposti da Natoli per rendersi conto di quanto la terminologia filosofica, seguìta nelle sue scansioni storiche, sia stata e sia insostituibile nel cogliere in che modo l'antichità sia parte integrante della nostra autocomprensione storico-culturale e antropologica.

Nell'approccio alla problematica della «misura/dismisura», ad esempio, Natoli mostra come si tenga insieme il tema classico dell'ontologia, risemantizzato attraverso il giovane Heidegger come «esistenza» e «stare al mondo», e quello ebraico-cristiano della creazione del mondo pondere et mensura (con il peso e la misura). Due modalità diverse di intendere la «finitezza» umana che alludono a due concezioni totalmente differenti di considerare la natura, l'essere umano, il suo rapporto con l'ordine dell'universo e, quindi, con l'«infinito» e lo smisurato. Nell'ontoteologia cristiana - da Agostino a Tommaso d'Aquino, seppur con accenti dissimili - l'ordine cosmico è una struttura teleologica data fin dalla creazione divina, a cui il soggetto deve solo conformarsi e obbedire: la «misura» è un complesso di leggi che governano tutto ciò che esiste. In ciò emerge una prima fondamentale differenza con i greci che assegnavano alla «misura» un'altra cifra filosofica: essa si identifica con la ragione stessa - il logos - concepita come un agone incessante con l'incommensurabile, cioè con il disordine della natura (la phusis), con il chaos che essa racchiude in sé e che è sinonimo di eccedenza mai definitivamente dominabile, di un gioco di forze creativo-distruttivo di forme, di una potenza dotata di una vita immortale (zoé) rispetto alla quale l'individualità biografica del singolo (bios), come avevano intuito Nietzsche e Leopardi, è un «sognare sapendo di sognare».

In questo contesto la «misura» è anche razionalità pratica, quel «giusto mezzo» (mesotes) che è la capacità decisionale e costruttiva all'interno della comunità politica della polis, che, nonostante le sue limitazioni (l'esclusione degli schiavi, delle donne e dei barbari), si autorappresentava ideologicamente come comunità isonomica, vale a dire di liberi e uguali. Con il cristianesimo e l'egemonia della tradizione ebraico-cristiana in Occidente tutto cambia: Dio è l'incommensurabile, è il «tutto», al di fuori del quale nulla esiste, e il «totalmente altro». In questa concezione la natura non può che diventare «materia» disanimata. All'ontologia greca dell'essere - al cui interno la verità è, come aveva sottolineato Heidegger, aletheia, cioè rivelazione di aspetti e forme sempre nuovi e diversi - subentra l'ontologia della voluntas Dei: è la volontà insondabile di Dio che ha creato il mondo, il quale risalta sullo sfondo del nulla e appare in tutta la sua infondatezza e contingenza come una delle infinite possibilità, rispetto a cui, come ricorda Natoli rinviando a Leibniz, Dio è «l'attualità di tutto il possibile». Solo con il cristianesimo, non prima con i greci, acquista senso la domanda: «Perché l'essere e non piuttosto il nulla?». L'esito del cristianesimo è stato l'acosmismo: se il Dio ebraico-cristiano, nonostante la sua infinità, aveva creato un cosmo a misura umana entro cui il posto dell'uomo, come aveva chiarito Scheler, era ben definito, oggi viviamo in uno spazio acosmico, senza più alcun Dio, in cui gli esseri umani devono «misurarsi» con la dismisura, con l'assoluta contingenza e l'imponderabile evitando di essere risucchiati nel vortice delle possibilità.

Qui si situa la proposta filosofica di Natoli: consumata con la secolarizzazione l'esperienza cristiana, si tratta, rivitalizzando molti stilemi antichi, di elaborare un'«etica del finito». La misura della nostra finitezza non è più né la nostra mortalità contemplata sullo sfondo del ciclo immutabile ed eternamente ritornante della natura (come negli antichi), né la nostra creaturalità nei confronti di un Dio che ci redime (come nella cultura del cristianesimo), ma piuttosto il «nostro essere inadeguati ad abbracciare e contenere lo sconfinato entro cui siamo immersi». È in questo spazio acosmico che abbiamo la responsabilità di individuare delle rotte efficaci per rispondere all'improbabile e all'imponderabile, e soprattutto per controllare e limitare le controfinalità o gli effetti perversi dell'intervento umano sulla natura e sulla società. In una fase della storia dell'Occidente in cui il politico e il teologico (e, più in generale, il religioso) si sono, per così dire, districati dalle relazioni reciproche in cui la modernità li aveva congelati, l'etica del finito consente anche di ritrovare un'esperienza del sacro e del divino che, al di là delle religioni universali, si configura da un lato come esperienza dell'imponderabile e dall'altro come sensibilità verso il male, cioè come capacità di percepire il limite della nostra potenza (sulla natura esterna e interna) e, in particolare, di cogliere i «costi» del progresso, che rischiano di essere sempre più disumanizzanti. Assumere consapevolmente la propria finitezza significa, dunque, sentirsi grati e in debito verso gli altri: un debito che sfocia nell'amore del mondo (come avrebbe detto Arendt) e nella conseguente responsabilità del futuro perché sia migliore del presente che abbiamo trovato.

 

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