|
Discende
sulla terra l'umano universale
Nella sua conferenza
del 1946 Il primato della percezione e le sue conseguenze filosofiche, uscita ora in italiano per
Medusa, Maurice Merleau-Ponty individua nell'esperienza l'unico strumento per
pensare il mondo. Ma quale spazio resta allora per la filosofia?
Il 23 novembre 1946
Maurice Merleau-Ponty tenne una conferenza presso la Société française de
Philosophie, in cui presentava i risultati del volume La fenomenologia della
percezione
che aveva pubblicato l'anno precedente. Il testo di quella relazione, seguito
dalla preziosa trascrizione dell'animata discussione che ne scaturì, viene
ora pubblicato in italiano: Il primato della percezione e le sue conseguenze
filosofiche (Medusa). La tesi di Merleau-Ponty è netta: «Il mondo percepito
costituirebbe lo sfondo sempre presupposto da ogni razionalità, da ogni
valore ed esistenza. Una concezione di questo tipo non distrugge né la
razionalità né l'assoluto. Cerca di farli discendere sulla terra». Una tesi
netta, appunto, attuale oggi forse più di allora. La posta in gioco è quella
di un materialismo capace di rendere conto dell'umano senza rinunciare a ciò
che lo rende umano, appunto «la razionalità e l'assoluto». Una questione di stretta
attualità perché il materialismo delle scienze cognitive prima, e quello
delle biotecnologie poi, hanno sì cercato di far «discendere sulla terra» l'essere
umano, ma al prezzo di privarlo proprio di tutto ciò che lo rende umano. Per
le scienze cognitive classiche, infatti, il pensiero è un calcolo incorporeo
e astratto, per le biotecnologie è l'effetto più o meno mediato del suo
genoma: in entrambe le opzioni, è evidente, non c'è spazio per l'umano,
almeno come l'abbiamo pensato dal mondo greco a oggi. Che c'è di male, si
potrebbe osservare, la scienza ha fatto piazza pulita delle streghe e della
generazione spontanea, e non c'è proprio nulla da rimpiangere. Può darsi, ma
nel caso dell'umano la questione è più rischiosa. Se questo è l'unico materialismo che
abbiamo a disposizione, ci rimangono solo due alternative, entrambe
insoddisfacenti: rinunciare all'umano, appunto, e considerarlo come un
insieme di moduli elementari, più complesso di un cristallo o una formica, ma
sostanzialmente non diverso, se non appunto per il suo grado di complessità, da queste
entità; oppure rinunciare alla descrizione scientifica dell'umano, e
costruire per questo oggetto una categoria a sé, diversa da quelle usate per
tutte le altre entità del mondo. Questa è la strada scelta da ogni forma di
dualismo, che appunto prevede un posto speciale per l'umano ed il suo mondo, quello della
«razionalità» e dell'«assoluto». La conferenza di Merleau-Ponty è una
perfetta rappresentazione dei problemi posti da ogni materialismo: già la sua
formulazione ce lo mostra chiaramente, quando si pone il curioso compito di
far «discendere sulla terra» il mondo umano. Ora, una esigenza del genere può
porsi soltanto se si ritiene che, di suo, quel mondo sarebbe sospeso per
aria, sarebbe privo di connessioni con la vita reale. Per Merleau-Ponty è
proprio così, il mondo umano ha bisogno di un fondamento, e questo fondamento
non può che essere il «mondo percepito», il mondo del corpo e dei suoi sensi:
«Possiamo pensare il mondo solo per il fatto che ne abbiamo avuto prima
l'esperienza, è grazie a questa esperienza che i termini di razionale e di
reale ricevono contemporaneamente un senso». È una strada antica, che va però
incontro a un problema apparentemente insormontabile: se è il mio corpo la base e la misura
delle mie esperienze, e se invece è il tuo corpo la base e la misura delle tue esperienze,
come faremo a costruire un mondo comune, in cui incontrarsi, in cui
discutere, in cui fare scienza? Come scrisse un grande logico, c'è un unico teorema di Pitagora, non il
mio teorema e il tuo teorema. La scienza, l'etica, l'esperienza quotidiana
presuppongono l'esistenza di un mondo comune e pubblico, oggettivo. È
l'osservazione, applicata al campo etico, di uno dei partecipanti alla
discussione che segue la relazione di Merleau-Ponty, Bréhier: «L'altro
"mi è reciproco" in ragione di una norma universale. Dove è la sua norma?».
Per considerare l'altro qualcuno che ha diritti, qualcuno il cui punto di
vista è legittimo quanto il mio devo potermi staccare dal mio corpo, e devo
poter eguagliare la mia prospettiva alla sua all'interno di una norma
universale, oggettiva, che non è ne mia né sua. Come risponde Merleau-Ponty
a questa critica? Nel modo tradizionale, sminuendo l'universalità della norma
nel relativismo delle norme: «Non esiste una universalità data, esiste solo
un presunto universale». Ma in questo modo non si risponde alla domanda: che
la norma possa cambiare e anzi talora debba cambiare, non significa affatto
che una norma non sia oggettiva; una norma soggettiva non è più una norma. Ma
se è oggettiva, come può trovare il suo fondamento nel soggettivo corpo?
Il punto è che l'impostazione di Merleau-Ponty non sembra
disporre delle risorse interne per rispondere a questo tipo di domande.
Torniamo all'unicità del teorema di Pitagora, e al problema dell'esistenza di
un mondo oggettivo. Come può sorgere un mondo con queste caratteristiche? «Ci
troviamo - scrive Merleau-Ponty - un amico ed io, davanti a un paesaggio, e
io provo a mostrargli qualcosa che io vedo e lui ancora non vede. Esiste una
sorta di esigenza che ciò che io vedo sia visto anche da lui. Ma, allo stesso
tempo, questa comunicazione è richiesta dalla cosa stessa che io vedo, dai
riflessi del sole su di essa, dal suo colore, dalla sua evidenza sensibile.
La cosa si impone come reale per ogni soggetto che condivide la mia
situazione»; che per vedere lo stesso
paesaggio lui ed il suo amico debbano condividere la stessa situazione è evidente, ma quello che dobbiamo
spiegare è proprio come qualcosa del genere possa accadere a partire dai
soggettivi e distinti corpi dei due amici. Non è sufficiente scrivere che questa
condivisione si radica nella cosa stessa, perché non è affatto chiaro come
possa succedere, perché quella stessa cosa in realtà la vedono occhi e corpi diversi. Il fatto è che per Merleau-Ponty,
paradossalmente (perché significa che implicitamente accetta il dualismo), il
mondo della cultura - che è il mondo oggettivo che stiamo cercando - non è
veramente reale, e ha dunque bisogno di un fondamento percettivo: ancora
invischiato nel dualismo e nell'idealismo, il filosofo non arriva a
comprendere - come invece fa Hyppolite, il grande studioso di Hegel, con
un'intuizione allo stesso tempo antica (è già di Aristotele) e modernissima
(è quella della biologia che studia la coevoluzione di mente e linguaggio) -
che la relazione fra l'animale umano e il mondo della cultura ha dato forma,
ormai, a «una nuova forma di vita». L'osservazione di Hyppolite ci
permetterebbe di risolvere dalla base il problema di Merleau-Ponty: se il
mondo della cultura è - biologicamente - il
mondo naturale umano, quello in cui vive (e non soltanto pensa), allora ci potremo infine
sbarazzare dell'insanabile contrapposizione fra natura e cultura.
Il disagio della posizione di Merleau-Ponty, che vuole
difendere il corpo umano e la percezione dalle descrizioni semplificatrici
del materialismo fisiologico ma che al tempo stesso non accetta che la
salvezza di quel corpo sia in quella «nuova forma di vita» in cui si
incontrano cultura e biologia umane, è l'oggetto di un'altra critica che gli
muove Bréhier: «Vedo le sue idee esprimersi meglio attraverso il romanzo, la
pittura, piuttosto che attraverso la filosofia. La sua filosofia approda al
romanzo». Accettare il dualismo, sia pur solo per criticarlo, come fa
Merleau-Ponty, significa accettare la divisione del lavoro concettuale che il
dualismo comporta: da un lato la materia, e quindi le scienze che la
spiegano, dall'altro l'umano, che non è oggetto di scienza, e quindi può
essere descritto soltanto dal romanzo e dall'arte in genere. Rimane uno
spazio autonomo per la filosofia? Anche se Merleau-Ponty, nella discussione,
risponde positivamente, la sua stessa biografia lo smentirà, a partire dalla
difficoltà che da allora incontrerà nel pubblicare un lavoro filosofico
compiuto, e soprattutto dallo stile, che sempre più prenderà il carattere di
una scrittura allusiva e metaforica. Anche qui il problema di Merleau-Ponty è
il nostro problema: oggi soprattutto la
filosofia sembra stretta fra due alternative esiziali. Da una parte uno
scientismo di retroguardia, in cui al filosofo non rimarrebbe altro compito
che riportare i risultati di esperimenti scientifici altrui; dall'altro una
filosofia che crede di salvarsi nel ridurre sempre più le distanze con la
poesia, rinunciando a ogni forma di argomentazione rigorosa (c'è poi una
terza possibilità, che ha ormai pienamente accettato la marginalizzazione: la
scelta antiquaria, per cui la filosofia è ormai solo storia della filosofia).
|