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QUALCHE tempo fa mi è capitato di fare su questo giornale un veloce bilancio dell'eredità
del pensiero kantiano a duecento anni dalla morte. Mi sono concentrato sul
suo pensiero politico, e in particolare sul suo breve saggio «Per la pace
perpetua», per indicare come Kant concili mirabilmente un giudizio non
«annacquato» da considerazioni «multiculturaliste» su quali sono gli assetti
costituzionali universalmente buoni (le libere democrazie) con il netto
rifiuto dell'idea di esportare questo credo democratico con la violenza.
Ritorno sull'argomento per segnalare al lettore interessato il bel saggio di
Angela Taraborrelli «Cosmopolitismo» (Asterios 2004) in cui il pensiero di
Kant viene analizzato con una rara combinazione di chiarezza e profondità.
L'autrice si sofferma sull'idea kantiana del «foedus pacificum» tra gli stati
(imperfettamente incarnato dalle Nazioni Unite), sulla forma che tale
«foedus» dovrebbe assumere (stato mondiale, federazione con libera e
volontaria adesione, confederazione), e soprattutto su quel diritto
cosmopolitico che nel saggio la Taraborrelli articola molto opportunamente in
tre sottoconcetti. Innanzi tutto, il diritto di visita di ciascun cittadino
in qualsiasi stato. Con questo Kant si preoccupa di permettere la nascita
di quella che oggi chiameremmo opinione pubblica mondiale, che non potrebbe
sorgere in condizioni di isolazionismo culturale. In secondo luogo, Kant
parla nella «Metafisica dei costumi» di uno «ius cosmopoliticum», come parte
del diritto pubblico, che garantisce ad ogni individuo lo statuto giuridico
di cittadino del mondo e una rappresentanza politica indipendente da quella
goduta in qualità di cittadino di un determinato stato. Infine, diritto
cosmopolitico in Kant significa anche rifarsi ad una ideale costituzione
cosmopolitica, come se uno stato mondiale di uomini effettivamente esistesse.
Secondo l'autrice, tale idea di stato mondiale deve essere intesa in senso
regolativo, come punto di riferimento ideale a cui l'azione politica deve
tendere, anche se non è possibile e neanche auspicabile (si pensi al rischio
di un "dispotismo mondiale") giungervi.
Non so se posso sposare l'interpretazione della Taraborrelli su quest'ultimo
punto, visto che a volte Kant sembra considerare lo stato mondiale come molto
desiderabile (anche se forse non realizzabile). D'altra parte, su questo le
opinioni possono divergere perché è proprio il testo di Kant a permettere
varie letture. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che l'autrice, al di là di
marginali disaccordi, ci regali un testo utilissimo e, per la felice
combinazione di cui dicevo sopra, in qualche modo esemplare.
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