RASSEGNA STAMPA

19 LUGLIO 2004
LUIGI CARANTI
[

Come Kant vedeva il cittadino del mondo

FILOSOFIA E DIRITTO

 



QUALCHE tempo fa mi è capitato di fare su questo giornale un veloce bilancio dell'eredità del pensiero kantiano a duecento anni dalla morte. Mi sono concentrato sul suo pensiero politico, e in particolare sul suo breve saggio «Per la pace perpetua», per indicare come Kant concili mirabilmente un giudizio non «annacquato» da considerazioni «multiculturaliste» su quali sono gli assetti costituzionali universalmente buoni (le libere democrazie) con il netto rifiuto dell'idea di esportare questo credo democratico con la violenza. Ritorno sull'argomento per segnalare al lettore interessato il bel saggio di Angela Taraborrelli «Cosmopolitismo» (Asterios 2004) in cui il pensiero di Kant viene analizzato con una rara combinazione di chiarezza e profondità.
L'autrice si sofferma sull'idea kantiana del «foedus pacificum» tra gli stati (imperfettamente incarnato dalle Nazioni Unite), sulla forma che tale «foedus» dovrebbe assumere (stato mondiale, federazione con libera e volontaria adesione, confederazione), e soprattutto su quel diritto cosmopolitico che nel saggio la Taraborrelli articola molto opportunamente in tre sottoconcetti. Innanzi tutto, il diritto di visita di ciascun cittadino in qualsiasi stato. Con questo Kant si preoccupa di permettere la nascita di quella che oggi chiameremmo opinione pubblica mondiale, che non potrebbe sorgere in condizioni di isolazionismo culturale. In secondo luogo, Kant parla nella «Metafisica dei costumi» di uno «ius cosmopoliticum», come parte del diritto pubblico, che garantisce ad ogni individuo lo statuto giuridico di cittadino del mondo e una rappresentanza politica indipendente da quella goduta in qualità di cittadino di un determinato stato. Infine, diritto cosmopolitico in Kant significa anche rifarsi ad una ideale costituzione cosmopolitica, come se uno stato mondiale di uomini effettivamente esistesse. Secondo l'autrice, tale idea di stato mondiale deve essere intesa in senso regolativo, come punto di riferimento ideale a cui l'azione politica deve tendere, anche se non è possibile e neanche auspicabile (si pensi al rischio di un "dispotismo mondiale") giungervi.
Non so se posso sposare l'interpretazione della Taraborrelli su quest'ultimo punto, visto che a volte Kant sembra considerare lo stato mondiale come molto desiderabile (anche se forse non realizzabile). D'altra parte, su questo le opinioni possono divergere perché è proprio il testo di Kant a permettere varie letture. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che l'autrice, al di là di marginali disaccordi, ci regali un testo utilissimo e, per la felice combinazione di cui dicevo sopra, in qualche modo esemplare.

 

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Filosofia (e) politica