![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 LUGLIO 2004 |
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A Lisbona
convegno dei maggiori ricercatori europei sulla neurobiologia delle emozioni
Amore? Fa rima con cervello
Sono sempre
più numerose le indagini cognitive sui sentimenti
L’IO e il suo cervello : sotto questo titolo sono trascritti i dialoghi
che Karl Popper e John Eccles intrecciarono a metà degli anni Settanta nella
quiete di Villa Serbelloni sul lago di Como. Questo rimane certo un tentativo
fra i più alti per l’incontro fra la filosofia dell’io e la biologia del
cervello; ma da quelle pagine emerge la consapevolezza del filosofo e del
neurobiologo che l’enigma del rapporto fra mente e cervello rimaneva ben
lontano dall’essere risolto, se mai fosse risolvibile.
Eppure, come accade nelle fasi cruciali dei processi culturali, il tema del
rapporto mente-cervello viene ora riproposto con frequenza sempre maggiore,
quasi con urgenza. L’impressione è che il desiderio di incontro, se non di
riconciliazione, tra gli studiosi di entrambi i versanti sia ormai forte. A
metà dello scorso novembre a Roma il Centro Italiano di Psicologia Analitica ha
promosso il convegno “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi,
affetti, neuroscienze”, e poco prima, a Pisa, a conclusione del convegno della
Società Italiana di Neuroscienze, una tavola rotonda sul tema “Psicanalisi e neuroscienze:
elementi di conflittualità e di integrazione” aveva fatto trovare insieme
neurobiologi e psicoanalisti. Forse ha giocato un ruolo la crescente
penetrazione che gli studi sulle funzioni cerebrali hanno nella cultura
generale: sono continue le nuove acquisizioni circa il modo in cui, l’una dopo
l’altra, le attività quotidiane della nostra vita, le nostre emozioni, vengono
tradotte nel linguaggio delle cellule nervose. Non sono sfuggite nemmeno le
esperienze mistiche, l’estetica; è di questi giorni la pubblicazione della
ricerca che indica le basi neurobiologiche per gli sconvolgimenti mentali che
talvolta accompagnano il sentimento d’amore, e certo non è per caso che oggi a
Lisbona il Convegno della Federazione della Società Europee di Neuroscienze si
apra con una relazione di Antonio Damasio sul tema “Neurobiologia delle
emozioni”: giorno dopo giorno, le neuroscienze si candidano al ruolo di ponte
naturale fra cultura scientifica e umanistica.
E dal versante degli studiosi della psiche, è ormai attiva a Londra, con sede
presso il Centro Anna Freud, la Società Internazionale di Neuropsicoanalisi,
che ha dato vita alla sua rivista scientifica ufficiale Neuro-psychoanalysis
, il cui programma editoriale dichiara l’intenzione di “costruire ponti tra
psicoanalisi, neuroscienze, scienze cognitive e psichiatria biologica”. Proprio
a Roma, a settembre, questa società scientifica promuoverà un convegno sul tema
“Negazione, difese e narcisismo: prospettive neuropsicoanalitiche sull’emisfero
destro”. In fondo, si sottolinea sempre più spesso, lo stesso Sigmund Freud
aveva una formazione biologica, e all’inizio della sua carriera si dedicò a
studi di fisiologia, anatomia e zoologia. Nel suo scritto Progetto per una
psicologia scientifica cercava basi biologiche per le sue teorie
psicologiche. Il tentativo fu poi abbandonato, nella espressa consapevolezza
che le conoscenze scientifiche sul cervello erano allora troppo limitate.
Oggi il quadro sembra cambiato. Grazie a tecniche sofisticate anche di uso
clinico, come la risonanza magnetica funzionale, che proprio lo scorso anno ha
consegnato il premio Nobel per la medicina a Paul Lauterbur e Peter Mansfield,
è ormai possibile seguire momento per momento il coinvolgimento dei diversi
sistemi funzionali del cervello durante varie attività mentali. E gli
psicoanalisti appaiono attratti da concetti derivati dalla indagine scientifica
sperimentale delle funzioni cerebrali, come la memoria implicita. A questa
forma di memoria, di cui non siamo consapevoli, vengono attribuite tra l’altro
le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Ne sarebbero responsabili
strutture cerebrali già attive nei primissimi anni dello sviluppo, quando non
sono ancora mature le strutture che presiedono alla memoria esplicita,
consapevole, quella che offre ad ognuno di noi una autobiografia. Questo - si è
detto - potrebbe avere rilievo per lo studio dell’inconscio. E si fa anche
strada l’idea unificante che qualunque stimolo agisca sul nostro cervello, un
farmaco, una situazione ambientale, ma anche le parole di un genitore, di un
amico, dello psicoterapeuta, si traduce momento per momento in modificazioni
chimiche e talvolta anche microstrutturali nel nostro cervello. Ecco un
passaggio comune per l’effetto di psicofarmaci e per il colloquio psicoterapeutico.
Insomma, sono ormai tanti i tasselli che sembrano ricomporsi nel puzzl e;
ma è ancora difficile prevedere se i fenomeni neurobiologici, catturabili dal
metodo scientifico dell’esperimento misurabile, e gli eventi mentali, originati
e conclusi nella sfuggente sfera del nostro vissuto, sono davvero destinati a
trovare un’unica chiave comune che ne apra le porte.