![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 GIUGNO 2004 |
|
/ Remo Bodei ne spiega
la grande attualità Il DIALOGO strumento di vita
|
|
|
Ho l'impressione che siamo
di fronte ad una vera svolta. Dopo una fase di generalizzato unilateralismo a
tutti i livelli, si è finalmente capito che non si può fare tutto da soli.
Questo vale sia per la maggioranza di governo, in una dimensione nazionale, sia
per quanto riguarda i rapporti di forza che si sono creati sulla scena
mondiale, soprattutto in riferimento alla spinosa questione irachena. Il
dialogo sta riprendendo piede anche se, probabilmente per motivi
utilitaristici. La consapevolezza, la maturità potrebbero subentrare
successivamente. Ora è importante che le parti in campo ricomincino a parlarsi,
anche in modo critico e spigoloso». Queste parole di Remo Bodei, illustre
filosofo contemporaneo, fotografano l'evoluzione rapida e mutevole della scena
politica e sociale dell'oggi, individuando un unico filo conduttore, finalmente
positivo, ovvero il ritorno al dialogo come modus operandi in diversi contesti.
A Bodei, oggi docente di Storia della filosofia all'Università di Pisa, abbiamo
chiesto proprio una riflessione a tutto tondo su questa ripresa del confronto e
della concertazione. Professor Bodei, perché il ritorno al dialogo deve essere
considerato un fatto positivo a tutti i livelli? Prendiamo ad esempio la
situazione internazionale. Con l'atteggiamento di forza ed intransigenza
dimostrato fino a qui dall'amministrazione americana e dagli alleati non si è
fatto altro che rafforzare il terrorismo e quelle concezioni di indisponibilità
al dialogo e al confronto che sono la base per ogni risoluzione pacifica di un
conflitto. Il peggiorare della situazione ora porta a rivalutare scelte
diverse, di mediazione, come il ricorso alla risoluzione Onu. Potrebbe sembrare
una scelta dettata solo dalle urgenze del momento, una strada obbligata. Che ne
pensa? Indubbiamente si sceglie questa via perché ci si è resi conto di essere
finiti in un vicolo cieco ma l'importante è che questo percorso abbia inizio.
Quali sono, anche da un punto di vista filosofico, i punti di forza della
tecnica del dialogo? Perché dobbiamo preferirlo ai rapporti basati
esclusivamente sulla forza? La differenza tra questi due diversi approcci al
confronto è fondamentale. In una situazione di rapporti di forza vince chi ha
più strumenti, più risorse. Dal dialogo invece non emergono né vincitori né
vinti ma prevale il convincimento, ovvero si afferma una decisione che deve essere
condivisa dai contendenti, perché nasce da un percorso intellettuale e non
dalla supremazia del più forte. Questo però non significa che il dialogo non
sia esente da momenti di criticità. L'incontro tra parti che hanno punti di
vista diversi può essere irto di difficoltà, visto che entrambe devono poter
mettere sul tavolo tutte le proprie carte, per un confronto profondo.
Ricordiamo che in un contesto dialogico non esiste una verità data e
precostituita. La verità si costruisce insieme, passando anche dallo scontro.
Entriamo nell'attualità. Penso, ad esempio, al tema della concertazione che il
nuovo presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo ha presentato
nel suo primo discorso. Da dove nasce questo ritorno alle trattative tra le
parti sociali? Dal punto di vista di comune cittadino, ho l'impressione che la
gestione D'Amato si sia rivelata un fallimento e che Montezemolo, uomo
intelligente, pur non rinunciando a rappresentare ben definiti interessi
economici, abbia compreso che si possono costruire molti risultati non
escludendo gli altri partecipanti al confronto. Passando alla politica
nazionale, che analisi si può proporre delle capacità di dialogo del presidente
del Consiglio, Silvio Berlusconi? Berlusconi è una figura autoreferenziale, il
padre padrone della coalizione di governo. Per motivi personali più o meno
condivisibili, si sente perseguitato e vuole fare tutto da solo. Purtroppo
questo non è possibile perché anche il carisma personale, a lungo andare è
destinato a logorarsi. Si è mostrato poco incline al dialogo e ha cercato di
imporre il modello neocraxiano nella volontà di dividere la sinistra dai
sindacati e quello dello Stato come azienda. Questo giudizio è da estendersi a
tutto l'esecutivo? In parte, anche se salverei personaggi come il ministro
degli Interni Pisanu. Questo dimostra come, in fondo, si possano rivalutare i
rappresentanti della vecchia Dc, non come esempio di consociativismo, ma come
personalità politiche inclini alla concertazione. Per tornare alla questione internazionale
e all'Iraq, lei crede che gli americani debbano fare un passo indietro e
ritornare a fare affidamento sulle Nazioni Unite, tanto criticate e
sottovalutate fino a ieri? Non farei dell'Onu un "santino". Gli
americani, colpiti dal terrorismo hanno reagito bene, almeno in Afghanistan.
L'Onu, d'altra parte, si regge ancora sugli equilibri immediatamente successivi
alla seconda guerra mondiale, anche se oggi ha acquisito un valore etico
maggiore. È saggio ora che i riformisti, anche in America trovino soluzioni di
compromesso internazionale, portando davvero la democrazia e non solo dove fa
comodo.