![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 APRILE 2004 |
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Secondo un pregiudizio
diffuso la filosofia si occuperebbe solo di grandi cose, di cui dovrebbe
parlare con l'enfasi appropriata, un filosofo avrebbe qualcosa in comune con il
profeta che, dall'alto di una montagna, scruta l'orizzonte in attesa di cose
importanti, epocali, se possibile ultime. Il nuovo libro di Francesca Rigotti
non mette in discussione questo pregiudizio attraverso l'argomentazione
diretta, cercando di mostrare che esso sia infondato, ma accompagnando il
lettore
in un percorso di meditazione su piccole cose,
oggetti della vita quotidiana, che impieghiamo, o con i quali abbiamo altrimenti
a che fare, quando ci prendiamo cura di noi stessi o degli altri, cucinando,
tenendo in ordine la casa, facendo pulizia o rimuovendo il superfluo. Una brocca, un ferro da stiro, un secchio
dei rifiuti, delle forbici, un fiore o un pezzo di pane vengono proposti
all'attenzione del lettore, richiamandone i vari aspetti in cui si presentano,
l'uso e la forma.
Si tratta di cose che il
pregiudizio considera senza peso e importanza, insignificanti, su cui la
Rigotti ci invita invece a soffermarci non solo con lo sguardo, ma anche con
gli altri modi in cui si esplica la sensibilità. L'autrice sembra suggerire che
il pregiudizio di cui si è detto riposi proprio sull'idea che lo sguardo sia
sufficiente per conoscere, che il sapere sia in ultima analisi riducibile al
vedere che le cose stiano in un certo modo. Guardare non basta. Bisogna anche
ascoltare, palpare, annusare e assaggiare, funzioni che contribuiscono alla
formazione della capacità di giudicare quanto il vedere.
Leggendo questo libro le
basi su cui riposa il pregiudizio vengono lentamente erose, aiutando chi vi si
era appoggiato a vedere meglio, a non fermarsi al primo sguardo, imparando dunque
a riconoscere il peso e l'importanza di cose che prima apparivano senza valore.
L'insignificante dischiude in questo modo il proprio senso.
Forse non è casuale che
Francesca Rigotti abbia lavorato in passato su dimensioni relativamente
neglette del senso come quelle che si manifestano nella metafora. Anche in
questo libro le metafore sono presenti e aiutano il lettore a sentire la salienza
di oggetti su cui raramente si sofferma l'attenzione della filosofia. La figura
metaforica è un parlar per cose attraverso il quale - per riprendere una felice
espressione di Roberta de Monticelli fatta propria dalla Rigotti - il profilo dell'apparenza
"suggerisce" quello della trascendenza. C'è più di un'eco nel modo di
procedere della Rigotti della fenomenologia e del suo richiamo alle cose
stesse. L'attenzione alle cose educa il giudizio perché esse dettano le
condizioni del loro impiego, hanno una natura che non è oggetto di decisione da
parte degli esseri umani. Come sosteneva Aurel Kolnai, c'è nel realismo fenomenologico
un'esortazione implicita all’umiltà, un invito alla sobrietà nel pensare come
nel parlare, a non coltivare l'illusione della propria importanza, alimentando la
fantasia di vivere alla fine dei tempi.
Le piccole cose hanno
una permanenza che potrebbe aiutare ciascuno a riconoscere quei tratti generali
della vita umana di cui un certo relativismo in voga vorrebbe liberarsi per i
limiti che esse pongono alla decisione. L'esercizio dell'attenzione per le
piccole cose avrebbe dunque anche un senso morale, contribuendo ad affinare la
capacità di distinguere il bene dal male. Sullo sfondo c'è Aristotele, che ci
ha mostrato come si possa far filosofia proprio partendo dalle piccole cose.