RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2004
FULVIO CAMMARANO
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SUBITO dopo l’uccisione di Giovanni ...

 

 

 

 

 

 

 




SUBITO dopo l’uccisione di Giovanni Gentile ad opera di quattro gappisti, il 15 aprile 1944 a Firenze, Radio Londra ne parlò come del “maestro che ha tradito la sua missione”. Insomma un cattivo maestro ante litteram ma d’altronde non era il momento del cordoglio e della riflessione bensì della furia della guerra civile. Il fatto che Gentile fosse un grande maestro non è mai stato messo in dubbio da nessuno. Dopo aver compiuto gli studi universitari alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove conobbe la filosofia dell’idealismo, fu professore all’università di Palermo, Pisa e Roma. Negli anni a ridosso della Prima Guerra mondiale Gentile ebbe un forte sodalizio intellettuale con Croce e cominciò ad elaborare il principio dell’attualismo che riduce tutta la realtà all’atto del pensiero pensante.
Nel 1920, quando ormai le divergenze con Croce erano diventate insuperabili, abbandonò la direzione della rassegna filosofica “La Critica” e, dopo la marcia su Roma, entrò nel governo Mussolini come Ministro della Pubblica Istruzione. A Gentile si deve la riforma della scuola che, nella sua essenza, ha rappresentato la base su cui si è retto il sistema scolastico italiano sino ad oggi. Dal momento che non riconosceva valore formativo alla scienza bensì alla filosofia, Gentile volle dare grande importanza, nell’ambito scolastico, al liceo classico (come luogo di formazione per le classi “alte” della nazione) e in esso l’insegnamento della filosofia, della storia e della letteratura. La cultura tecnica e “positiva” ebbe invece un ruolo secondario destinato alle classi inferiori. Primo senatore fascista, nel 1922, Gentile si allontanò definitivamente dal liberalismo proponendo una visione dello stato etico depositario di una missione culturale e morale attraverso cui “fare” finalmente gli italiani. Per il filosofo siciliano il fascismo non rappresentava una cesura con il passato ma era il compimento di un lungo percorso storico. La sua adesione al fascismo fu dunque anche l’adesione ad una forza politica realizzatrice.
A conferma di ciò, dopo il delitto Matteotti, si dimise dal governo per rafforzare la posizione di Mussolini tanto che Croce notò con preoccupazione come ormai si stesse trasformando nel “filosofo del fascismo”. Non a caso, dunque, al Manifesto degli intellettuali fascisti elaborato da Gentile nel 1925 per smentire quella che il duce aveva definito “la stolta leggenda di una pretesa incompatibilità tra intelligenza e fascismo”, Croce rispose con un “contromanifesto” polemico nei confronti dell’“imparaticcio scolaresco” gentiliano e della commistione tra sfera politica e culturale. Forte del suo ascendente presso gli intellettuali Gentile fu messo a capo del progetto della controversa Enciclopedia italiana che doveva raccogliere il meglio della cultura nazionale, “monumento” del sapere apolitico.
Questo era per lui un modo attraverso cui trasformare il fascismo da “partito” in “nazione”. In questo senso poteva essere accettato, in ambito culturale, anche un certo dissenso tanto che attorno a Gentile si costruì presto l’immagine di “tollerante” verso gli antifascisti. Nulla però fece pubblicamente quando il regime promulgò le leggi razziali. Pur avversando personalmente il razzismo come superstizione naturalistica, il filosofo si adeguò alla marea antisemita tanto da dover aggiornare la voce “razza” sull’Enciclopedia, anche se poi non mancò di dimostrare concretamente la propria solidarietà a molti amici ebrei.
Fu tuttavia la formazione della Repubblica di Salò, dopo la firma dell’armistizio nel settembre ’43, a rilanciare l’impegno politico-culturale di Gentile. Nominato presidente dell’Accademia d’Italia, dopo un lungo colloquio con Mussolini (“tu dunque sei sempre col duce, con la stessa fede che è anche la mia” gli scrive il figlio Federico), il filosofo sperava di trasformarla in strumento per la concordia nazionale. Era ormai tardi per “smobilitare gli animi” (anche quelli dei fascisti più radicali che ne diffidavano) e comunque, come aveva affermato dopo il delitto Matteotti, “indietro non si deve tornare”. Non resta che essere “barbaramente ammazzato per giustizia o vendetta dai partigiani” come annotò, sconvolto, Croce nel suo diario.

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