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SUBITO dopo l’uccisione di Giovanni Gentile ad opera di quattro gappisti,
il 15 aprile 1944 a Firenze, Radio Londra ne parlò come del “maestro che ha tradito
la sua missione”. Insomma un cattivo maestro ante litteram ma d’altronde non
era il momento del cordoglio e della riflessione bensì della furia della
guerra civile. Il fatto che Gentile fosse un grande maestro non è mai stato
messo in dubbio da nessuno. Dopo aver compiuto gli studi universitari alla
Scuola Normale Superiore di Pisa, dove conobbe la filosofia dell’idealismo,
fu professore all’università di Palermo, Pisa e Roma. Negli anni a ridosso
della Prima Guerra mondiale Gentile ebbe un forte sodalizio intellettuale con
Croce e cominciò ad elaborare il principio dell’attualismo che riduce tutta
la realtà all’atto del pensiero pensante.
Nel 1920, quando ormai le divergenze con Croce erano diventate insuperabili,
abbandonò la direzione della rassegna filosofica “La Critica” e, dopo la
marcia su Roma, entrò nel governo Mussolini come Ministro della Pubblica
Istruzione. A Gentile si deve la riforma della scuola che, nella sua essenza,
ha rappresentato la base su cui si è retto il sistema scolastico italiano
sino ad oggi. Dal momento che non riconosceva valore formativo alla scienza
bensì alla filosofia, Gentile volle dare grande importanza, nell’ambito
scolastico, al liceo classico (come luogo di formazione per le classi “alte”
della nazione) e in esso l’insegnamento della filosofia, della storia e della
letteratura. La cultura tecnica e “positiva” ebbe invece un ruolo secondario
destinato alle classi inferiori. Primo senatore fascista, nel 1922, Gentile
si allontanò definitivamente dal liberalismo proponendo una visione dello
stato etico depositario di una missione culturale e morale attraverso cui
“fare” finalmente gli italiani. Per il filosofo siciliano il fascismo non
rappresentava una cesura con il passato ma era il compimento di un lungo
percorso storico. La sua adesione al fascismo fu dunque anche l’adesione ad
una forza politica realizzatrice.
A conferma di ciò, dopo il delitto Matteotti, si dimise dal governo per
rafforzare la posizione di Mussolini tanto che Croce notò con preoccupazione
come ormai si stesse trasformando nel “filosofo del fascismo”. Non a caso,
dunque, al Manifesto degli intellettuali fascisti elaborato da Gentile nel
1925 per smentire quella che il duce aveva definito “la stolta leggenda di
una pretesa incompatibilità tra intelligenza e fascismo”, Croce rispose con
un “contromanifesto” polemico nei confronti dell’“imparaticcio scolaresco”
gentiliano e della commistione tra sfera politica e culturale. Forte del suo
ascendente presso gli intellettuali Gentile fu messo a capo del progetto
della controversa Enciclopedia italiana che doveva raccogliere il meglio
della cultura nazionale, “monumento” del sapere apolitico.
Questo era per lui un modo attraverso cui trasformare il fascismo da
“partito” in “nazione”. In questo senso poteva essere accettato, in ambito
culturale, anche un certo dissenso tanto che attorno a Gentile si costruì
presto l’immagine di “tollerante” verso gli antifascisti. Nulla però fece
pubblicamente quando il regime promulgò le leggi razziali. Pur avversando personalmente
il razzismo come superstizione naturalistica, il filosofo si adeguò alla
marea antisemita tanto da dover aggiornare la voce “razza” sull’Enciclopedia,
anche se poi non mancò di dimostrare concretamente la propria solidarietà a
molti amici ebrei.
Fu tuttavia la formazione della Repubblica di Salò, dopo la firma
dell’armistizio nel settembre ’43, a rilanciare l’impegno politico-culturale
di Gentile. Nominato presidente dell’Accademia d’Italia, dopo un lungo
colloquio con Mussolini (“tu dunque sei sempre col duce, con la stessa fede
che è anche la mia” gli scrive il figlio Federico), il filosofo sperava di
trasformarla in strumento per la concordia nazionale. Era ormai tardi per
“smobilitare gli animi” (anche quelli dei fascisti più radicali che ne diffidavano)
e comunque, come aveva affermato dopo il delitto Matteotti, “indietro non si
deve tornare”. Non resta che essere “barbaramente ammazzato per giustizia o
vendetta dai partigiani” come annotò, sconvolto, Croce nel suo diario.
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