RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2004
SERGIO ROMANO
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A sessant’anni dall’uccisione, due convegni ricordano il pensatore che sostenne fino all’ultimo il regime fascista

Gentile, testimone scomodo anche a destra

Il convegno su Giovanni Gentile, aperto ieri a Firenze nel sessantesimo anniversario della morte, non è «di destra». La direzione scientifica di Daniela Coli (autrice di un profilo biografico del filosofo apparso ora presso Il Mulino) e i temi affidati ai relatori hanno dato all’incontro un taglio prevalentemente filosofico e accademico. Ma la commemorazione organizzata da Alleanza nazionale quasi in contemporanea è certamente l’occasione che la destra italiana aspetta da anni come una rivincita intellettuale. Mentre Julius Evola piace alla destra apocalittica, ma è troppo esoterico per essere considerato il patrono intellettuale di un partito di massa, Gentile è sempre stato, per il Msi e successivamente per Alleanza nazionale, l’antenato ideale. E’ stato fascista, rispettato interlocutore di Mussolini, presidente dell’Accademia d’Italia agli inizi della Repubblica sociale italiana. Ma è anche un grande filosofo del Novecento, riconosciuto e apprezzato dai maggiori pensatori del secolo.
E’ il riformatore della scuola italiana. E’ il creatore o l’animatore di alcune fra le maggiori istituzioni culturali del Paese, dalla Scuola Normale all’Enciclopedia Treccani. Quasi tutte le sue creature sopravvivono e hanno contribuito a educare e formare quattro generazioni di cittadini italiani. Non basta. E’ stato ucciso a tradimento di fronte alla porta della sua casa da un gruppo partigiano ed è quindi una vittima, un martire. Sono queste le ragioni per cui la destra ha bisogno di Gentile.
Riconoscerne i meriti significa riconoscere implicitamente che l’esperienza fascista fu almeno in parte positiva e non può essere gettata nella pattumiera della storia.
Accade tuttavia che i desideri vengano appagati troppo tardi, quando le situazioni sono cambiate e le attese appaiono ormai superate dagli avvenimenti. La filosofia dell’ultima fase della vita di Gentile potrebbe piacere forse agli eredi della politica sociale della repubblica di Mussolini e alla sinistra del Msi, ma non ha nulla a che vedere con Alleanza nazionale, soprattutto dopo la svolta di Fiuggi e le trasformazioni subite sotto la guida di Gianfranco Fini.
Per un lungo periodo, durante gli anni Venti e Trenta, Gentile abbandonò di fatto gli studi filosofici. Pubblicava i suoi vecchi trattati con nuove introduzioni e approfondiva qua e là i temi su cui aveva lavorato fino ai cinquant’anni. Ma era diventato principalmente impresario di iniziative culturali, editore e organizzatore degli studi e delle ricerche dei suoi allievi.
Il ritorno alla filosofia avvenne nel momento in cui lo sbarco degli Alleati in Sicilia, la caduta di Mussolini e il pericolo di morte che minacciava la patria gli ispirarono una riflessione conclusiva sul senso dell’esistenza. Il breve libro che scrisse nell’agosto del 1943 s’intitola Genesi e struttura della società . Il suo protagonista non è più l’«atto puro», vale a dire quel concetto idealistico della prassi con cui Gentile aveva fatto il suo clamoroso ingresso nel clima positivista degli studi italiani agli inizi del secolo. Il protagonista è l’«io sociale», un essere umano unito ai suoi simili da un rapporto organico, un uomo che sopravvive, indipendentemente dalla sua sorte personale, nella vita dei suoi compagni e familiari.
Il libro aveva toni profetici. Giunto alla fine dei suoi studi Gentile intravedeva l’umanesimo del lavoro, un mondo in cui lo «Stato dei cittadini», nato dalla Rivoluzione francese, sarebbe stato sostituito da uno Stato «del lavoratore, quale esso è, con i suoi interessi differenziati secondo le naturali categorie che a mano a mano si vengono costituendo».
Non è ancora lo Stato leninista dei lavoratori, ma è una forma molto avanzata dello Stato corporativo, il segno di una svolta che Ugo Spirito, il più corporativista dei filosofi gentiliani, definì per l’appunto il «comunismo di Giovanni Gentile». Si comprende meglio in tal modo un passaggio del discorso patriottico che il vecchio filosofo pronunciò in Campidoglio il 24 giugno 1943. Rivolgendosi idealmente ai giovani comunisti che avevano ascoltato le sue lezioni a Roma e a Pisa, dette la sensazione di comprendere le loro idee e le loro passioni. «Chi parla oggi di comunismo in Italia - disse in quella occasione - è un corporativista impaziente delle more necessarie dello sviluppo di una idea che è la correzione tempestiva dell’utopia comunista e l’affermazione più logica e perciò più vera di quello che si può attendere dal comunismo».
Interrogarsi sul ruolo che Gentile avrebbe avuto nella cultura italiana se un colpo di pistola non lo avesse abbattuto di fronte alla sua villa fiorentina nell’aprile del 1944 è un esercizio inutile. Ma non è difficile comprendere perché gli intellettuali comunisti abbiano sempre avuto con la sua memoria un rapporto scomodo e imbarazzante. Per disciplina di partito non potevano ripudiare le parole sprezzanti con cui Togliatti aveva approvato l’assassinio del filosofo. Ma non potevano neppure ignorare il debito che avevano contratto con il suo insegnamento. I loro maestri non erano stati Marx, Engels e Lenin, ma Gramsci e Gentile. Potevano onorare il primo, ma erano costretti a conservare verso il secondo un atteggiamento riservato, se non addirittura sospettoso e diffidente. E i loro eredi oggi preferiscono abbandonarlo al bagaglio culturale della destra postfascista: una famiglia politica che rende omaggio a Gentile, ma non ha alcuna intenzione di leggerlo.

 

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