![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 APRILE 2004 |
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Così è possibile la «manutenzione» dell’elica
della vita che va trasmessa integra
Il sesso? Serve anche a riparare il nostro Dna
A che serve il sesso? Per la riproduzione (e
per il piacere) di chi lo pratica, si dice. Si sa che possono farne a meno
quasi tutti gli organismi inferiori, molte piante e su 43 mila specie note di
vertebrati solo pochi pesci, rettili, anfibi; ma non i mammiferi. Perché? Due
le spiegazioni a confronto: la prima che il sesso serve a rimescolare i geni e
favorire l’evoluzione e la salvaguardia della specie, la seconda - più recente
- è quella che vede il sesso come momento di «riparazione» del Dna. Secondo il
modello finora accettato, quello di Lucrezio-Weismann-Fisher-Muller, la
riproduzione per via sessuale favorisce il rimescolamento dei geni e quindi
delle caratteristiche che ne sono codificate, cioè aumenta la biodiversità (la
possibilità di «rimescolare» i geni in modo da annullare i rischi letali per la
specie). In altri termini, i cambiamenti ambientali sfavorevoli ai genitori
potrebbero non esserlo più per alcuni dei figli selezionati in base al
rimescolamento dei geni. Sarebbe questo il segreto dell’evoluzione?
Oggi però prevale un secondo modello: intuito da Platone, ripreso da Freud,
sviluppato da Maynard Smith e divulgato da Michod in Eros and evolution propone che il sesso
serve a... riparare il Dna (gli effetti sull’evoluzione ci sono tutti, ma indiretti).
Si tratta di un «tagliando» al Dna, tale da consentire una «sana» riproduzione,
che avviene ogni volta che entrano in campo le cellule sessuali (i gameti). Ad
ogni atto sessuale si «riprogramma» il Dna, si sana, si ripara rispetto ai
rischi ambientali e, se tutto funziona, nascerà un figlio con un Dna più
«forte». Con questo nuovo modello si sanerebbero diversi paradossi, come la
diffusione del sesso contro i suoi costi (la ricerca del partner è solo
l’inizio!); l’insensatezza di scompaginare genomi (Dna) di successo in omaggio
a biodiversificazioni (combinazioni di geni diverse e vincenti) vantaggiose in
nuovi ambienti tanto ipotetici quanto generazionalmente lontani; la continuità
evolutiva delle specie asessuate contro la discontinuità delle sessuate
(persino Darwin era turbato dagli «anelli mancanti»).
Anni fa il Nobel Jacob notò che la natura fa bricolage, ma più che riparare,
ricicla. L’uomo è fatto da miliardi di cellule, differenziate in circa 200 tipi
riconducibili a due linee: la somatica (sangue, cuore, cervello, pelle,
eccetera) e la sessuale (gameti: spermatozoi nei maschi, ovuli nelle femmine).
Le cellule somatiche servono alla vita dell’organismo, le sessuali (i gameti)
alla sua riproduzione. Ogni cellula abbonda di proteine, Rna, etc, ma ha un
unico Dna: di norma dopo l’avvio si mette a riposo e fa lavorare le sue copie
di scorta che ne assicurano le funzioni. Il Dna è a termine e dura al più una
vita, almeno nelle cellule somatiche.
Nei gameti invece passa da una generazione all’altra: è perpetuo.
Il Dna di ogni cellula umana contiene tre miliardi di «lettere» combinate in
parole diverse: quattro basi azotate, A, C, G e T, in un’infinità di
combinazioni diverse. Sono tutti siti sensibili: radiazioni e sostanze chimiche
ne colpiscono un migliaio al giorno. Danni, o alterazioni di struttura, e
mutazioni, o alterazioni di sequenza, s’accumulano, causano malattie genetiche
e accelerano l’invecchiamento. Sbagli che la cellula somatica ripara senza
strafare, se sono pochi. Se sono tanti, e ripararli crea scompiglio, attiva un
programma di suicidio cellulare, ma l’organismo si salva: anche le cellule
abbondano. Se sono troppi gli sbagli, è il caos: salta pure il programma di
suicidio e si rischia il cancro.
Ben altra la cura al Dna nella linea sessuale. Non per amore della discendenza,
ma solo perché altrimenti il Dna non si replica. Grazie al sesso infatti il Dna
gratifica il suo narcisismo: si perpetua, resta discontinuo e serve
l’evoluzione. In genere le cellule subordinano la loro vita alla replicazione
del Dna, possibile solo se è integro: ma per mantenerlo tale ci vuole tempo e
energie. Ecco perché la natura ne ha reso la manutenzione così allettante che
per goderne c’è chi è pronto a morire: di «infortuni sul lavoro» sono vittime
la mantide religiosa, il topino col marsupio, il cactus centenario; l’uomo non
si ferma neppure davanti all’Aids. La nostra cultura l’ha sublimata in un
ideale (amore) e svilita in un’ossessione (sesso) nel cui nome si compiono
mirabilia e crimini.
Qui possiamo solo riassumere la logica del ruolo del sesso nella manutenzione
del Dna. Per correggere un testo occorre una copia buona di scorta: meglio se,
come in una pellicola cinematografica, c’è anche un negativo. Il Dna è fatto da
due eliche intrecciate: una è il negativo (o il complemento) dell’altra. La
sequenza di basi di un’elica, determina quella dell’altra: gli sbagli di una
sono corretti per confronto con l’altra. Qui scatta la prima riparazione.
Le cellule somatiche hanno due doppie eliche di Dna, una materna e una paterna.
Questo permette di ripararle tutte e due, purché i danni siano diversi: nella
seconda riparazione la doppia elica giusta fa da back-up alla sbagliata.
Ma ai gameti (le cellule sessuali) non basta. Hanno solo una doppia elica di
Dna e devono passarla ai discendenti: va riparata al meglio. E così è, grazie a
un terzo tagliando che le cellule progenitrici staccano prima di diventare
gameti: anch’esse, come le somatiche, hanno due doppie eliche, che però
replicano non una ma due volte. Questo evidenzia tutti gli sbagli presenti su
ogni singola elica e ne ottimizza la correzione. Che non opera a pioggia: un
capolavoro d’ingegneria riparativa allinea le doppie eliche materna e paterna e
accumula le parti giuste in una, quelle sbagliate nell’altra. Le nuove doppie
eliche, miste materne/paterne, finiscono ciascuna in un gamete: quella meglio
riparata avrà una maggiore probabilità di successo nella fecondazione naturale.
I gameti si mobilitano a milioni e anche se revisione (specie su ovuli) e selezione
(di spermatozoi) sono severe, su cento nascite registriamo quattrocento aborti
e quattro malformazioni congenite.
In vitro il rischio sale: c’è revisione, non selezione. E ancor di più con la
clonazione: manca anche la revisione. Sulla riproduzione resta molto da
imparare: ad esempio perché è facile clonare piante, ma non animali.
«Conoscenza è potenza», ammoniva F. Bacone.
Queste transazioni spiegano anche perché nei figli ricompaiono tratti presenti
nei nonni e non nei genitori (e viceversa). Lo notò Lucrezio nel De rerum
natura , ma forse fuorviato dalla sua vena poetica mancò il modello giusto.
Peccato, perché l’aveva già abbozzato quattro secoli prima Platone nel Simposio
.
Il sesso è tabù e lo si esorcizza in favole. Dopo cavoli e cicogne archiviamo
lotta a parassiti, biodiversità, etc, come sottoprodotti del sesso: della vita
toccano l’hardware (cellule, organismi) più che il software (Dna).
Infine: perché il Dna? Se siamo strumenti di un disegno divino, amen. Alcuni
cercano ragioni scientifiche: il Nobel Monod, e prima Democrito, ci vedono
figli di caso e necessità. Si sa ancora ben poco della termodinamica di un
processo che mira essenzialmente al Dna.
Ma su Marte, o altrove, con chimica e fisica simili alle nostre, c’è una
molecola così egoista da asservire la biosfera e bella da rispettare la sezione
aurea?
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