[Darwin sospeso dalla scuola
Dopo aver conquistato gli
Stati uniti la follia creazionista approda anche in Italia. La ministra Letizia
Moratti abolisce la teoria dell'evoluzione dai programmi scolastici di base. Ma
il naturalista inglese è il «buon maestro» che ha cambiato per sempre la
comprensione del vivente e del sapere scientifico
«Questo libro contiene
materiali sull'evoluzione. L'evoluzione è una teoria, non un fatto, a proposito
dell'origine della vita. Questo materiale deve essere considerato con una mente
aperta, studiato con cura e considerato criticamente». Nei libri di testo della
Contea di Cobb, nello stato americano della Georgia, compare questo avviso,
inserito nella seconda pagina di copertina. Nei giorni scorsi un giudice di
Atlanta ha deciso che l'opposizione a questo sticker da parte di sei genitori
della piccola contea può essere portata in giudizio. Le famiglie ricorrenti
sostengono che quell'avviso restringe l'insegnamento dell'evoluzione e promuove
quello del creazionismo. In questo senso sarebbe contro la costituzione
americana che richiede una netta separazione tra stato e chiesa; è la
cosiddetta «Establishment Clause», in base alla quale la Corte suprema già in
passato ha negato che il creazionismo possa essere insegnato nelle scuole
pubbliche. Il creazionismo sostiene che all'origine della vita c'è appunto un
atto creativo di Dio, e fin qui sarebbe una normale credenza, comune a molte
religioni. Ma nella versione americana, esso viene presentato come una teoria
scientifica, contrapposta all'evoluzione, ed è stato negli ultimi venti anni
oggetto di intense campagne di opinione, con molte iniziative di base volte a
ottenere che nelle scuole l'insegnamento dell'evoluzione venga eliminato o
almeno messo sullo stesso piano delle idee religiose. Sono 37 gli stati
americani che in qualche modo hanno introdotto delle norme del genere. La
decisione più recente è quella presa in Ohio dove il consiglio scolastico ha
deciso nel marzo scorso di introdurre lezioni di biologia intitolate «Analisi
critica dell'evoluzione».
In Italia le cose vanno diversamente. A parte alcune frange
all'interno di Alleanza nazionale, nessuno mette in discussione frontalmente
l'evoluzione, e la Chiesa, nelle sue espressioni più alte, non considera che
contro di essa si debba fare battaglia culturale o religiosa. Si procede invece
per vie traverse: come hanno documentato molti giornali, i nuovi programmi per
la scuola media del ministro Moratti hanno semplicemente eliminato la parola e
l'idea di evoluzione dall'insegnamento («Indicazioni nazionali per i piani di
studio personalizzati nella scuola secondaria di primo grado», www.istruzione.it/prehome/comunicati/2004/allegati/all_c.doc).
La cosa ha suscitato un po' di proteste (nemmeno troppe) e
uno sgarbato silenzio da parte del ministro manager la cui dimestichezza con il
pensiero scientifico sembra minima, malgrado l'enfasi che il suo ufficio stampa
ha messo sul recente viaggio nelle più importanti università americane per
allacciare rapporti di collaborazione.
Il silenzio del ministro e dei suoi funzionari è insieme
democristiano e arrogante; corrisponde a un principio di maggioranza, in base
al quale prima si decide senza consultazione e poi si scrolla le spalle
spazientiti alle critiche, atteggiandosi a vittime. Ma si basa anche
sull'appoggio trasversale e ipocrita di una parte del mondo cattolico.
Nei giorni scorsi per esempio, Roberto Righetto, capo dei
servizi culturali del quotidiano Avvenire, ha
voluto introdurre una sottile e furbesca distinzione: un conto è l'evoluzione -
ha detto dai microfoni di Radio3 Rai - altro è l'evoluzionismo. La prima va
bene, perché nessuno può ormai mettere in dubbio che le specie evolvano nel
tempo, ma il secondo è criticabile perché sarebbe una vera e propria ideologia
scientista. Tra i sostenitori di simili varianti ci sono diversi studiosi
italiani. Per esempio Giuseppe Sermonti, collaboratore della Pontificia
Accademia per la Vita, autore di un libro intitolato Dimenticare
Darwin. Del coro dei creazionisti italiani fanno parte anche il fisico
Antonino Zichichi e il giornalista dell'Avvenire
Maurizio Blondet che nel suo libro L'uccellosauro
ed altri animali sembra prendere le distanze persino dalla moderata e
tranquilla posizione del Vaticano.
Scrive Blondet: «Il darwinismo si trova ormai vicino al
collasso in cui si trovò, dopo Copernico e Galileo, la teoria eliocentrica». Un
enunciato che è davvero uno splendido esempio di rovesciamento dei fatti.
Copernico prima e Darwin dopo inflissero due colpi mortali alle teorie
religiose più rozze. Il primo dimostrando che l'uomo non è al centro
dell'universo: oggi sappiamo di abitare un piccolo scoglio di un sistema di
pianeti che si trova in un ramo laterale di una delle molte galassie
dell'universo. Il secondo spiegando che c'è continuità evolutiva tra le specie
animali e che l'uomo è strettamente imparentato con animali «inferiori». Le più
recenti analisi del Dna lo confermano: non solo l'uomo non è il culmine della
vita, ma avrebbe anche potuto non nascere mai; se le cose fossero andare
diversamente avremmo potuto restare Australopitechi.
Ma il vero scandalo, che tuttora permane, del pensiero di
Darwin sta nell'assenza di finalità: è questo che non viene digerito dal
pensiero religioso ed è con esso concettualmente incompatibile, malgrado i
molti generosi sforzi degli studiosi di dimostrare che tra scienza e religione
non c'è contraddizione. Da Darwin in poi abbiamo imparato che il caso governa
l'andamento della vita sulla terra: nella copiatura del Dna da una generazione
all'altra si producono dei piccoli errori, delle mutazioni; queste in larga
misura sono neutre (non portano benefici né danni agli organismi), in parte
sono nocive e in questo caso gli individui che le portano hanno minori
probabilità di vivere a lungo e dunque avranno una prole meno numerosa, in
altri casi saranno utili, nel senso che introducono (casualmente) dei caratteri
che risultano più adatti alla vita in quel particolare ambiente in cui la
specie vive in quel momento: in questo caso si propagheranno più ampiamente
alle generazioni successive, eventualmente diventando dominanti. Tutto qui, per
dirla in breve, e della grandezza umana di Darwin fa parte anche il fatto che
egli osò enunciare la sua teoria malgrado le sue profonde convinzioni
religiose, non senza interiore sofferenza.
Questo peso così forte del caso urta non solo con le religioni
(che per loro natura devono dare un senso e una direzione alla nostra presenza
sul pianeta), ma anche con un'ispirazione profonda della cultura umana: è
indubbiamente seccante pensare a noi stessi come frutto di estrazioni a sorte;
è duro ammettere che la specie umana avrebbe potuto anche non svilupparsi mai.
Basti ricordare che 65 milioni di anni fa il pianeta era popolato da un gruppo
animale, i dinosauri, che era così ben adattato all'ambiente da non lasciare
alcuno spazio ecologico ad altre specie. Ci volle un altro evento casuale, un
asteroide di 10 km di diametro, per azzerare quasi completamente la vita sulla
Terra e lasciare spazio ai piccoli mammiferi nostri progenitori.
Il disperato tentativo di Blondet e di altri studiosi
anti-darwiniani si svolge all'insegna di una variante del creazionismo chiamata
«Intelligent Design» (progetto intelligente) secondo la quale la vita non è
frutto di un caso, ma appunto di un progetto - in ultima analisi divino. Per
farlo, questi studiosi enfatizzano fino all'estremo la critica e la supposta
crisi del darwinismo, il quale al contrario, non ha mai conosciuto tante
conferme e arricchimenti, sia sperimentali che teorici. L'esempio migliore di
questa«evoluzione dell'evoluzione» è descritto in un piccolo libro già commentato
su queste pagine (Sterelny Kim, La sopravvivenza
del più adatto: Dawkins contro Gould, Cortina Raffaello editore) dove si
confrontano due punti di vista, non contrapposti, l'uno più meccanicistico
(Dawkins), l'altro più articolato e ricco (Gould). Ma è un arricchimento, altro
che crisi.
La cosa più curiosa è che mentre l'evoluzione viene
criticata (o nascosta, come nel caso di Moratti) quel modo di guardare le cose
miete successi in ogni altro campo del sapere: è divenuta infatti una grande
metafora con cui guardare ai comportamenti delle organizzazioni sociali, delle
macchine e degli oggetti, talora persino in maniera impropria o solo per
analogia. E qui viene un'altra lezione interessante - e un motivo in più per
considerare l'evoluzione un tassello culturale di base obbligatorio di ogni istruzione e cultura: a differenza
delle scienze «dure», l'evoluzione introduce il tempo e la storia e dispiega
possibili meccanismi di miglioramento e ottimizzazione. Se non si riesce a
ottenere macchine e progetti robusti, perché sono troppe le variabili in gioco,
ecco che ci si può affidare all'evoluzione basata su varianti generate e caso,
poi selezionate sulla base dei comportamenti ottenuti, rispetto a un fine
cercato. Molteplici discipline seguono questa strada, che è insieme empirica e
saggia. Darwin non poteva immaginare nulla di tutto ciò quando studiava
pazientemente insetti e piante nella sua casa di campagna, ammalato e spesso
triste, ma proprio per questo ci appare ancora più grande e meritevole di studi
appassionati, fin dalle prime classi della scuola pubblica. |