RASSEGNA STAMPA

9 APRILE 2004
GIOVANNI FORMICHELLA
[

Kant e Rosmini a confronto
QUEL «BENE» INNATO NELL’UOMO

 

 

 

  

La questione dell’essere umano è uno dei nodi teoretici più difficili da sciogliere, in quanto esso non si può risolvere in una sola dimensione, ma implica la presenza di diverse componenti, non sempre in armonia tra di loro. Già Socrate mette in evidenza tale complessità dell’uomo, parlando di due realtà esistenti nella natura umana: quella corporale e quella spirituale. Il pensiero occidentale si è dovuto cimentare con questo enigma, cercando di capire il vero senso del rapporto tra anima e corpo, di cogliere la nostra autentica cifra e, di conseguenza, di comprendere il significato dell’agire umano e dei suoi valori fondanti. Nell’età moderna, tra i filosofi più rilevanti che affrontano questo tema, incontriamo Kant e Rosmini, che, con la loro elaborazione teoretica, ci offrono due risposte imponenti, dandoci la possibilità di interrogarci sul nostro essere e sul nostro agire. Secondo il pensatore tedesco, solo dalla razionalità può scaturire la legge morale, che, in quanto tale, per Kant, appartiene a tutti gli uomini, come una cifra impressa nel loro essere. Su queste basi, secondo il filosofo tedesco, può nascere una morale universale, che vada al di là delle differenze culturali delle civiltà, in grado di porre basi comuni per l’umanità. Kant, inoltre, afferma che la volontà può essere guidata da alcune «regole», che sono gli «imperativi categorici», cioè quelle leggi che, essendo razionali, ci possono orientare moralmente: essi non sono legati ad uno scopo pratico, ad un obiettivo materiale, ma valgono per se stessi, nella loro pura razionalità, perciò sono universali. Si tratta di un dovere, che, in quanto assoluto, ci può, secondo il pensatore tedesco, far agire bene. Proprio in relazione al dovere, per Kant, noi ci scopriamo liberi: infatti, se in noi esiste una legge morale e se essa ci spinge ad un dovere assoluto, allora vuol dire che noi possiamo seguirlo, quindi siamo liberi. Per il filosofo tedesco, la libertà ci fa vedere una dimensione particolare dell’uomo, che si differenzia dal mondo fisico: noi non siamo solo corporeità e sensibilità, ma abbiamo anche una dimensione intelligibile, «noumenica». Per Rosmini, l’uomo, prima di tutto, si caratterizza per le sue capacità di conoscere la realtà: esso ha un’idea innata dell’essere, che gli permette di cogliere i significati del reale. Da quest’idea, per il filosofo di Rovereto, possiamo capire che esiste, nella natura umana, una dimensione immortale, l’anima, perché l’idea dell’essere non può provenire da noi, ma può nascere solo da una realtà assoluta ed eterna. Secondo Rosmini, il perno dell’uomo è l’anima, che denota una tensione verso l’infinito, quindi una cifra non esauribile nell’ambito meramente terreno. Il Nostro, però, aggiunge che non siamo fatti solo di anima: infatti, attraverso un sentimento interno, che egli chiama «fondamentale», noi percepiamo la nostra corporeità, intimamente unita alla nostra spiritualità. Per Rosmini, anima e corpo sono un plesso unitario, non due realtà del tutto separate e incomunicabili. Da questa definizione di uomo scaturisce, secondo il pensatore di Rovereto, la morale: noi, cogliendo l’essere, capiamo che dobbiamo rispettarlo; il suo imperativo categorico è il seguente: «Riconosci praticamente l’essere che hai conosciuto speculativamente». La morale, per Rosmini, deve basarsi sull’essere e sulla nostra capacità di coglierlo: l’uomo, rispettando l’essere e attuando le proprie qualità, diventa persona. Secondo il Nostro, nell’atto morale, mettiamo in gioco tutte le nostre facoltà: sia quelle intellettive sia quelle sentimentali sia quelle volitive. Nel momento in cui conosciamo l’essere delle cose, per il pensatore di Rovereto, noi lo desideriamo come un bene, quindi lo amiamo. Proprio nella morale, l’uomo si realizza integralmente, in una sintesi di idealità e realtà, di soggettività e oggettività, di spiritualità e fisicità. Tutt’e due i filosofi vedono nell’essere umano un’eccedenza, che va al di là della sfera meramente corporale: Kant parla di una ragione, che ci rivela una legge morale, quindi la libertà, come cifra della nostra interiorità; Rosmini indica un’intelligenza umana, capace di cogliere l’essere, quindi individua una realtà spirituale, che tende all’eternità. Per entrambi, il destino dell’uomo non si risolve nella materia effimera. Le loro impostazioni teoretiche si differenziano, quando i due cercano di fondare la morale: Kant la colloca sul terreno della ragione pura, che dev’essere legge a se stessa, senza alcun «bene» esterno; Rosmini la basa sull’essere, che è il fine unico dell’azione umana. Il pensiero di Kant, parlando solo di ragione e di dovere, rischia di cadere in una dimensione soggettiva, in cui non ci sia posto per un bene oggettivo e assoluto; la filosofia di Rosmini, fondandosi sull’essere, costruisce la morale sul terreno solido del bene, e non sulle sabbie mobili di una razionalità che pretende di essere assoluta.

 

 

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