![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 APRILE 2004 |
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COME
INTERPRETARE LA FILOSOFIA DELLA MUSICA
L’eredità di Jankélévitch
Vi sono almeno due maniere d’interpretare la filosofia
della musica, ambedue riconducibili a quel noto luogo del Fedone platonico in
cui si narra del sogno di Socrate (Fedone 61a): “O Socrate componi ed esegui
musica. Ed io quello che facevo nel tempo precedente ritenevo proprio che fosse
questo che il sogno mi spingeva e mi invitava a fare, come quelli che incitano
coloro che stanno correndo, così anche a me il sogno ordinava di fare quello
che facevo, cioè di fare musica, come se la filosofia fosse la musica più
elevata”. Questo contesto viene ricordato all’inizio del capitolo III de “La
musica e l’ineffabile” di Vladimir Jankélévitch, uno dei maggiori filosofi
della musica del Novecento, che, per chiarire la dimensione ossimora specifica
della musica, l’espressivo inespressivo, chiama in causa proprio il noto luogo
platonico, sottolineando che il comune denoniminatore di musica e filosofia sta
nella produzione delle forme, in una condizione “poietica” in grado di fare,
contrapponendosi in tal modo al dire, al linguaggio: “Comporre musica, suonarla
interpretandola, cantarla o anche ascoltarla ricreandola - non sono queste tre
maniere di operare, tre atteggiamenti pratici più che conoscitivi?”.
L’interrogativo retorico di Jankélévitch presume una visione della correlazione
musica-filosofia egualitaria, paritetica, ambedue le posizioni stanno sullo
stesso piano. Vi è un’altra interpretazione dello stesso luogo platonico, in
cui il rapporto musica-filosofia è rovesciato rispetto alla proposta di
Jankélévitch. Il nome da ricordare è quello di Arthur Schopenhauer che, sin dal
frammento di Dresda del 1815, pur assegnando alla musica uno statuto speciale
rispetto a tutte le altre arti, finisce col farne una condizione del tutto
speculare e complementare a quella della volontà del mondo: la musica come
“l’altro polo del mondo”, come un “secondo mondo”. Entro quest’ottica
peculiare, la musica risulta completamente funzionale alla filosofia ed, in
quanto linguaggio preriflessivo, non può che essere esplicata dalla filosofia.
Nella prima prospettiva teorica, il genitivo che qualifica l’espressione
“filosofia della musica” è puramente soggettivo, mentre, nella seconda,
postulando la completa risoluzione della musica nella filosofia, in maniera
trasparente oggettivo. Le possibili declinazioni di una filosofia della musica
che si è liberata dall’ipoteca oggettivante della filosofia sono presenti nel
recente numero 63 di “Paradigmi. Rivista di critica filosofica”, 2003 anno XXI,
pp. 469-728. Il saggio di Philip Alperson sull’ “autenticità” e sul valore
musicale si apre al confronto con un pluralismo estetico che non può essere
circoscritto entro i limiti angusti del monismo (la forma significante, nel
caso delle arti figurative per Bell; le forme totalmente emotive in musica per
Hanslick). Pluralismo metaforico, da un lato, e quello che può essere definito
“isolazionismo” estetico, dall’altro, corrispondono compiutamente a due
atteggiamenti inconciliabili e la più pericolosa metafisica
residual-oggettivizzante si può celare proprio nella forma mentis
isolazionistica. Il saggio legato al tema dell’ascolto quale segreto filo rosso
che riesce a collegare due personalità così diverse come quelle di Ernst Bloch
e Vladimir Jankélévitch fornisce la cifra esatta della svolta che caratterizza
la filosofia della musica contemporanea. Ogni filosofia della musica che
presume necessariamente una filosofia del suono dovrà approdare ad una
filosofia dell’ascolto secondo l’ipotesi radicale di uno dei musicologi più
spregiudicati del primo Novecento, Ernst Kurth. Nella rivendicazione kurthiana
- “il suono delle partiture è morto, ciò che in esso continua a sopravvivere è
la sua volontà di essere ascoltato” - si cela il progetto di una filosofia
della musica e dell’ascolto che restituisce alla musica il suo ruolo decisivo,
la sua vocazione “umana”, di una voce non accordata pregiudizialmente
sull’essere, mero tramite del suo risuonare; una proposta che sgombera il campo
da astratti razionalismi per concentrare il suo fondamento nella dimensione
umana dell’ascolto. Anche nel saggio di Ferdinando Abbri su Elgar e Newman è
vivo l’impegno teorico d’inserire in una storia delle idee che ambisca a essere
veramente “plurale” il tema della musica. La presenza decisiva della musica
nella riflessione britannica tra Otto e Novecento dimostra in maniera
inoppugnabile quanto fosse indispensabile il recupero del tema-musica per
l’estetica e la filosofia britannica. Il saggio di De Bellis nella sua
raffinatezza argomentativa illustra chiaramente quanto siano controversi i
percorsi che attraversano il nesso musica-linguaggio, musica-significato, senza
cadere in un’autarchia autoreferenziale. Nel suo “taglio” storico il saggio di
Carlo Serra presume implicitamente una declinazione del rapporto
musica-filosofia profondamente egualitaria se la musica interviene direttamente
nel merito della costruzione stessa della problematica eraclitea. Infine, i
saggi di Françoise Schwab e di Simone Zacchini dedicati a Vladimir Jankélévitch
dimostrano fino a quale punto possa risultare feconda la nuova filosofia della
musica. Filosofia e musica non possono essere i soggetti o gli oggetti di un
incontro occasionale; quello che deve essere tenuto presente – è anche questa
l’eredità trasmessaci da Jankélévitch – “è il perché della musica ed il suo
come, il darsi a partire dai principi culturali sotto i quali prende vita e
senso”. Rispondere a tali quesiti significa già predisporsi a un rinnovato
incontro tra musica e filosofia.