RASSEGNA STAMPA

03 APRILE 2004
editoriale
[A sessant’anni dall’uccisione, due saggi sul filosofo fascista

Sergio Romano: dall’«attualismo» alla «prassi»

Nella nuova prefazione alla sua classica biografia di Giovanni Gentile, uscita per la prima volta nel 1984, Sergio Romano nota con una certa efficacia che se nel 1994 il ministero delle Poste decise di commemorare con un francobollo il filosofo di Castelvetrano ucciso dai partigiani il 15 aprile 1944 davanti alla sua villa di Firenze, più di recente il comune natale di Bruno Fanciullacci, il gappista che guidava quel commando e che poi fu a sua volta ucciso dai torturatori della banda Carità, ha scoperto una lapide in memoria del cittadino. Segno, nota lo storico, che in questo Paese ogni fazione ha il suo martire e che la strada per raccontare una storia di tutti gli italiani è ancora lunga. Una ricorrenza, sessant’anni, sono un buon motivo per ricordare una personalità della statura di Gentile, tanto più se per l’occasione escono due libri importanti. Da Rizzoli la ristampa della biografia di Romano, Giovanni Gentile - Un filosofo al potere negli anni del regime , e dal Mulino, nella collana diretta da Ernesto Galli della Loggia, «L’identità italiana», l’agile saggio di Daniela Coli, Giovanni Gentile , che ha lo scopo evidente di restituirci il personaggio nella sua interezza: protagonista con Benedetto Croce della rinascita della filosofia italiana, autore della riforma scolastica che porta il suo nome, ideologo del fascismo, direttore della Normale di Pisa e artefice dell’ Enciclopedia italiana , istituti diretti con mano ferma ma aperti anche al contributo di alcuni intellettuali antifascisti ed ebrei. E’ noto ormai che nel 1935 il potente filosofo chiamò alla Normale Paul Oskar Kristeller e quando nel 1938 le leggi razziali imposero la fine della collaborazione, Gentile aiutò economicamente lo studioso, che poté rifugiarsi negli Stati Uniti.
In particolare il saggio di Sergio Romano e il nuovo libro di Daniela Coli ci dicono quanto la cultura e la politica italiana, soprattutto a sinistra, siano state e siano ancora debitrici del lascito gentiliano. Com’è possibile? L’ideologo del fascismo ispiratore della sinistra italiana? Certo, anche se pochi giorni dopo l’esecuzione, Palmiro Togliatti, appena sbarcato in Italia, non esitò a definire il pensatore di Castelvetrano «corruttore di tutta la vita intellettuale italiana», «bandito politico», «camorrista», «traditore della patria».
Un interdetto, scrive Romano, che più passano gli anni più suona paradossale, perché «il filosofo del fascismo finì formalmente nel limbo, ma divenne di fatto maestro occulto del comunismo italiano. Quasi tutto ciò che Gentile aveva insegnato ai suoi allievi di Palermo e di Roma poteva diventare una guida per i giovani militanti del Pci. Bastava sostituire le parole "Stato fascista" con le parole "partito comunista" e l’operazione diventava possibile. Il pensiero come atto puro dava un senso filosofico al concetto della prassi nel movimento comunista. Lo Stato etico assomigliava come un gemello al partito etico creato dai comunisti italiani. Il dissenso tollerato e incoraggiato all’interno del fascismo, ma scoraggiato all’esterno, era la versione gentiliana del centralismo democratico , la regola comunista secondo cui la discussione è libera, ma la solidarietà al termine della discussione, obbligatoria. Gentile aveva della forza, della violenza e della storia un concetto non diverso da quello di Togliatti. E fu ucciso proprio mentre il suo pensiero stava progressivamente scivolando verso approdi tendenzialmente comunisti».
Singolare destino quello di Giovanni Gentile, conclude Romano, di essere adottato ma disconosciuto dalla sinistra marxista italiana e poi, in anni recenti, di essere riconosciuto dagli intellettuali vicini ad Alleanza nazionale, partito che però non ha alcuna intenzione di applicarne la lezione.
Per capire in che modo il teorico dell’attualismo si possa considerare un padre della sinistra intellettuale italiana, oltre allo studio di Romano, ci concentriamo in particolare sul primo e sull’ultimo capitolo del saggio di Daniela Coli. Nel primo scopriamo non soltanto i riferimenti a un piccolo classico sulla morte di Gentile, La sentenza di Luciano Canfora, in cui si sottolinea quanto la fine del filosofo fosse quantomeno gradita anche ad alcuni ambienti ultrafascisti, ma le lotte di potere che anche nell’Italia dilaniata dalla guerra si svolgevano attorno alla Normale di Pisa tra gli allievi dell’ex «padrone della cultura», quasi tutti allontanatisi dal maestro in stagioni più o meno recenti. Tra essi troviamo grandi nomi dell’intellighenzia di sinistra come Guido De Ruggiero, Adolfo Omodeo, Aldo Capitini, Delio Cantimori e soprattutto Luigi Russo, autore, l’8 agosto 1943, di una nota per il pensionamento di Gentile e per la sua successione. Lotte di potere accademico che nulla tolgono al fatto che le idee elaborate da Gentile furono metabolizzate a sinistra dai suoi migliori allievi che avevano cambiato fronte. Alcuni gli voltarono le spalle, altri come Vittore Branca, pur essendo passati decisamente all’antifascismo, riuscirono a spiegare al maestro le ragioni della scelta.
Ancora più interessante, anche perché si collega all’affermazione di Sergio Romano, è il capitolo dedicato dalla Coli alla Weltanschauung di Giovanni Gentile, che negli anni aveva elaborato una visione del mondo che aveva tanti punti di contatto con quella comunista. Innanzitutto il ruolo dell’intellettuale: non più un erudito raffinato e senza etica, ma un chierico al servizio di una missione, un intellettuale impegnato insomma. Ritroviamo questa visione negli scritti filosofici, in cui tenta di rifondare una tradizione italiana, da Vico a Bertrando Spaventa, Rosmini e Gioberti, ma anche nei saggi letterari, in cui al cosmopolitismo e al lirismo di Petrarca contrappone il civismo e l’impegno di Dante: «Dal Petrarca potrà venire lo spirito del grande Rinascimento, che si riverserà splendente di fantasmi immortali sull’Europa meravigliata; ma verrà anche l’arida progenie del letteratume accademizzante». Anche nell’interpretazione storica si sente il bisogno di impegno e il dramma per il grande difetto degli italiani, quella mancanza di senso del bene comune che già nel 1495 a Fornovo impedì agli individualisti principi della Lega italiana di avere la meglio su Carlo VIII.
Sicché Daniela Coli può concludere che «chiunque ricordi le ironie di Gramsci contro il machiavellismo di Stenterello, la politica spicciola, la piccola politica contro la grande politica, comprende quanto il comunista sardo, formatosi su Croce e Gentile, dovesse alla Weltanschauung di Gentile, che è così penetrata anche presso gli avversari politici che lo condannarono a morte».


I libri : «Giovanni Gentile - Un filosofo al potere negli anni del regime» di Sergio Romano esce mercoledì da Rizzoli (pagine 503, 19). «Giovanni Gentile» di Daniela Coli uscirà invece dal Mulino, nella collana diretta da Ernesto Galli della Loggia, «L’identità italiana», giovedì 15 aprile.

 

 

 

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