RASSEGNA STAMPA

03 APRILE 2004
ANITA LORIANA RONCHI
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Salvatore Veca, idee per una giustizia senza frontiere


Stasera, alle 20.45, il filosofo Salvatore Veca interverrà all’Auditoriun S. Salvatore di Rodengo Saiano, intervistato da chi scrive sul tema «Per una filosofia della giustizia». L’incontro fa parte del ciclo «Giustizia & giustizie» promosso dalla Fondazione Gandovere e curato da Carla Boroni e Carla Tonoli. Veca è professore ordinario di Filosofia politica e preside alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pavia; dal 2001 è direttore del Centro interdipartimentale di Studi e ricerche in Filosofia sociale e prorettore per la didattica della stessa università. Ha pubblicato numerosi saggi tra cui: «Questioni di vita e conversazioni filosofiche», «Dell’incertezza», «La filosofia politica», «La penultima parola e altri enigmi. Questioni di filosofia», «La bellezza e gli oppressi. Dieci lezioni sull’idea di giustizia».


 

La filosofia del diritto, di cui Salvatore Veca è uno dei maggiori studiosi nel nostro Paese, è tornata ad imporsi come un’esigenza culturale generalizzata. Questa rinascita dev’essere interpretata alla luce delle trasformazioni economiche e sociali che si sono imposte dagli anni Cinquanta, ma, soprattutto, va letta ai giorni nostri in relazione ad un evento, quell’11 Settembre che ci ha gettato di colpo - e in maniera assolutamente traumatica - in pieno XXI secolo. Che fare, adesso che tutto è cambiato? Ne La bellezza e gli oppressi (Feltrinelli, 2002) Veca prende spunto da una dichiarazione di "duplice fedeltà" di Albert Camus: «So che nel mondo esistono la bellezza e gli oppressi: io vorrei essere fedele ad entrambi». È come ammettere che, anche dopo Auschwitz o - per stare nell’attualità - dopo l’ennesimo attentato terroristico, ci si possa continuare ad occuparsi di arte, letteratura, filosofia. Gli interrogativi posti dal filosofo sono gli stessi che rimbalzano dalle pagine dei giornali o che ricorrono nelle conversazioni quotidiane, ed il cui leitmotiv manifesta il bisogno di una comprensione più sicura degli accadimenti collettivi. Sollecitazioni che richiedono un’idea di «giustizia globale» per «orientarci nella valutazione degli aspetti che riguardano il maggiore o minore benessere delle persone e, congiuntamente, degli aspetti che riguardano la capacità di agire delle persone qua e là per il mondo». «Credo - dice il filosofo - che le dieci lezioni contenute in questo libro siano dei prolegomena ad una teoria della giustizia senza frontiere...». In altre parole, la ricerca si orienta verso una modalità che realizzi - almeno in sede teorica - una globalizzazione dei diritti a fronte di una globalizzazione che, per ora, s’è compiuta solo a livello dei mercati. L’autore individua i tre "mattoni" su cui costruire un’ipotesi di giustizia per il futuro: la «libertà come sviluppo umano», un principio che dovrebbe non solo rendere gli individui egualmente liberi, ma anche assicurare che le loro libertà abbiano lo stesso valore e che essi siano in grado di governare le proprie vite avendo sullo sfondo una determinata comunità politica. La «giustizia procedurale minima», scaturita nell’orizzonte del pluralismo valoriale ed in una varietà di posizioni pratiche. Infine, un’idea di «utopia ragionevole» o realistica, in base alla lezione impartita da John Rawls, che prende le distanze da tutte le utopie della "società perfetta" (all’origine, secondo Veca, delle catastrofi del XX secolo) per esplorare forme della politica ed assetti istituzionali "alternativi". L’opera di Veca è quanto mai attuale poiché cerca di trovare risposte ad un bisogno di verità che si sta facendo strada sempre più energicamente, assieme all’urgenza di scoprire i presupposti della convivenza civile e di demistificare le operazioni condotte in nome di una malcelata ipocrisia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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vedi anche
Filosofia (e) politica