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Tra
Euclide e Mozart il calcolo imprevisto dell'invisibile
Le tre invidie del
matematico, un'intervista a Piergiorgio Odifreddi
L'arte della fuga in quattro note di Johann Sebastian
Bach, la costruzione di puri oggetti poetici di Jorge Luis Borges, il
riduzionismo cubista di Georges Braque. Ovvero le relazioni segrete, e
spesso inconsce, tra matematica, musica, letteratura e pittura. Bacchetta,
penna, pennello e grandezze aritmetiche e algebriche analizzati nei loro
intrecci come linguaggi che indagano il «gran libro della natura» e la
misteriosa «geometria delle passioni», tra libertà e ricerca della misura e
della forma delle cose
Nel più autobiografico
dei suoi romanzi brevi, Tonio Kröger, Thomas Mann definisce il
difficile esercizio della letteratura come una pratica che, in qualche
modo, estrania il letterato dal vissuto comune, talora anche banale, ma
certamente intenso, di tanti uomini e donne e, in particolare, dall'amore.
Di qui uno struggente senso di invidia dello scrittore di professione per
chi «può abbandonarsi ai sentimenti», ma anche nel contempo la
consapevolezza che queste stesse creature, una volta divenute eroine di un
testo letterario, saranno pretesto per ricostruire il senso e la misura della realtà e della vita,
impresa sicuramente ardua, ma non priva, per chi la tenti e ne faccia
mestiere, di qualche gratificazione. Ecco perché Mann-Kröger può
accomiatarsi dal lettore, confessando di essere preso da «un tantino di
invidia e da una grande, casta felicità». Resta il fatto, comunque, che un
romanzo può esser letto, così come un brano musicale ascoltato, un dipinto
osservato a lungo e con piacere, talché anche il più candido fruitore
dell'opera d'arte avverte, sia pure confusamente, di trovarsi di fronte
all'armonia dell'esistenza, sua e addirittura cosmica, tributando, per ciò
stesso, all'artista una sorta di riconoscente ammirazione. Diverso,
indubbiamente, il caso del matematico, il cui tema è pur sempre la misura e la forma delle cose, misura e forma che, tuttavia, non possono
essere comunicate altro che in un linguaggio, quello matematico che, nelle
sue modalità più complesse, resta estraneo ai più. Il pubblico di media
cultura riconosce la grandezza di un Euclide, ma chi mai si accosterebbe
agli Elementi
con
la stessa certezza di trarne diletto come quando si appresta a leggere Guerra e pace o ad ascoltare un brano del
Flauto
magico di
Mozart? Nasce da questa circostanza «l'invidia» del matematico che, tanto
più profonda di quella dei professionisti dell'arte cui è esplicitamente
rivolta, è tuttavia associata a «una grande, casta felicità» forse persino
più viva, perché la consuetudine con le grandezze geometriche, aritmetiche,
algebriche lo pone, quasi ogni momento, nella condizione di un privilegiato
«percettore del mondo», sempre che continui ad esser vero per tutti quanto
diceva Galilei, l'essere cioè «il gran libro della natura» scritto in
linguaggio matematico.
E' questo il caso, ci pare, del matematico Piergiorgio Odifreddi,
docente di logica matematica delle università di Torino e di Cornell (Usa)
che dal 29 al 31 marzo, nell'Aula Magna dell'università di Bologna - con
Umberto Eco quale discussant - terrà, per
conto della Fondazione Sigma Tau di Roma, tre «Lezioni Italiane» destinate,
per l'appunto, a dar voce alla «invidia del matematico», da lui espressa in
tre «invidie»: «della bacchetta» (matematica e musica), «della penna»
(matematica e letteratura), «del pennello» (matematica e pittura).
Dalla lettura di alcuni dei libri di Odifreddi, Il computer di Dio (Cortina, 2000), La repubblica dei numeri (Cortina, 2002), Il divertimento geometrico (Bollati Boringhieri, 2003),
Il diavolo in cattedra: la logica da
Aristotele a Godel (Einaudi, 2003), si evince che l'autore prova una
gioia profonda nell'esercitare la sua professione, ha un'eccellente
capacità di divulgare con eleganza la sua scienza, senza indulgere in
faciloneria, convinto com'è che il suo lettore non ha soltanto il diritto,
ma anche il dovere di familiarizzarsi con
la matematica, dal momento che tutto, dal modo con il quale sono ordinati i
suoi geni alle parti in cui si distribuisce il suo corpo, all'insieme dei
corpi celesti, a quella che qualcuno definisce la misteriosa «geometria
delle passioni», è struttura, cioè
matematica. Da questo punto di vista, non è azzardato affermare che
Odifreddi si comporta con la stessa affettuosa aggressività dei philosophes dell'illuminismo i quali vedevano in una
ragione, eminentemente ispirata all'indole matematica delle scienze della
natura, la chiave per dar vita alla loro rivoluzione. La rivoluzione
francese, del resto, non fu in definitiva, il tentativo di prestare alla
politica il senso matematico della misura, un ordine che non nascesse dal
dispotismo del privilegio, ma dall'ordine della libertà e dell'eguaglianza?
Quel che di Odifreddi abbiamo letto basta, da un lato, per apprezzare di
questo studioso un'autentica passione civile (tanto forte da riscattare
qualche momento di ingenuità), dall'altro, per cercare di saperne di più
delle «tre invidie del matematico». Di qui un'intervista, di cui
riproduciamo i momenti essenziali.
Professore, qual è, a suo parere, la relazione della
matematica con la musica?
Le rispondo, con Leibniz, «che la musica è l'esercizio
matematico nascosto di una mente che calcola inconsciamente». Sul filo di
Leibniz, un allievo di Bach, Lorenz Christoph Mitzler, affermava che «la
musica è il suono della matematica».
Mi incuriosisce in particolare il tema del «calcolo
inconscio», argomento suscettibile di dar vita a un'esplorazione a tutto
campo sul rapporto tra musica e inconscio, il cui linguaggio, secondo
Lacan, è matematico, fondandosi sul «no» e il «si», dunque sullo 0 e sull'1
dell'aritmetica del basic, cioè l'aritmetica binaria. Ma ora le chiedo è
possibile far musica in concreto a partire da un'ispirazione matematica?
Penso proprio di sì. Ecco un caso classico. La
mattina del 28 luglio 1750 Johann Sebastian Bach si svegliò e vide la luce.
Non la vedeva da tempo, perché due operazioni agli occhi effettuate qualche
mese prima l'avevano lasciato completamente cieco. La sera morì, lasciando
incompiuta una grande fuga su un tema di quattro note: «si bemolle, la, do,
si» in notazione italiana, o «B, A, C, H» in notazione tedesca. Sostituendo
le lettere dell'alfabeto con i numeri corrispondenti (1 per la A, 2 per la
B, eccetera) «Bach» diventa «2138» e sommando le cifre si ottiene 14. La
grande fuga lasciata incompiuta è appunto la quattordicesima dell'Arte della fuga, e il numero 14 ricorre spesso
nell'opera di Bach. Per esempio, nella Fantasia
corale sul tema «Sto di fronte al tuo trono», il tema è di 14 note,
l'intera melodia di 41. L'ultimo numero è ovviamente l'inverso di 14, ma
corrisponde anche a «J. S. Bach». Ma c'è qualcosa di più. Studiando gli
ultimi lavori del grande musicista, ci troviamo di fronte a una musica
smaterializzata, costruita in base ad astratti principi di simmetria
aritmetica e geometrica. Come già dice la parola, che significa «regola» o
«legge», la forma musicale che più si presta a questo tipo di simmetria è
il canone: una serie di voci che si
rincorrono, ripetendo la prima in forma traslata, riflessa o proporzionale.
Le varie voci, benché tutte simili, possono cioè essere sincronizzate o
sfalsate: più alte o più basse, parallele o speculari, più veloci o più
lente. Un primo approccio a questo tipo di musica ci è offerto dalla prima
grande serie di canoni bachiani, vale a dire le famose Variazioni Goldberg composte nel 1741.
Come dire che, se il calcolo guida alla musica e
nasce altresì da motivazioni inconsce, che non si vedono e non hanno voce,
allora avrebbe avuto ragione Mann nel sostenere, nel Doctor Faustus, che il fondamento della musica è il
silenzio.
Non si sbaglia. Mi viene in mente, a questo
proposito, una possibile analogia con la natura e le sue leggi che, se le
paragoniamo al programma di un computer, paiono offrirci un software
talmente sconfinato da essere di fatto - altro che per le informazioni
(«verità locali») raccolte, di volta in volta, dagli scienziati dei diversi
campi- nel suo insieme invisibile e indicibile.
La relazione tra matematica e letteratura
consisterebbe per lei, stando a quanto scrive, nel fatto che il vero
scrittore non è tanto interessato alle cose, esseri umani, eventi, ecc. di
cui racconta, quanto alla struttura della narrazione in sé. Sotto questo
aspetto, lo scrittore, mettendo a punto le forme della sua narrazione, è
come l'aritmetico che prima crea i numeri - potente struttura matematica -
e solo dopo vi ingabbia gli oggetti reali che, numerati, acquistano un
ordine che in precedenza non avevano. In modo inconsapevole certo, il
lessico ordinario sarebbe nel giusto quando fa del verbo contare il
sinonimo di narrare. Ma che cosa è in concreto la struttura nel lavoro
letterario? Vorrebbe chiarirlo?
La servo subito. Devo però rifarmi soprattutto al
passato. Un tempo, il romanzo produsse opere memorabili, che assumevano
narratore e lettore come protagonisti, e forma e struttura come contenuto.
Opere che erigevano la divagazione a discorso, l'interruzione ad azione, il
superfluo a necessario, il caos a regola, la molteplicità a unità. Opere
quali La vita e le opinioni di Tristram Shandy
di Sterne, che non temevano di presentare pagine nere e pagine bianche,
capitoli di due righe e capitoli sui capitoli, spazi vuoti da riempire e
storie interrotte da continuare a piacere. Opere quali Jacques il fatalista di Diderot, che srotolavano il
Grande Rotolo della scrittura fingendo di tessere trame con fili
inesistenti. Dopo queste prove strepitose il romanzo ha smarrito la diritta
via, impantanandosi in una selva dai colori rosa, giallo e nero.
I romanzi scritti, pubblicati, recensiti e letti non
sono altro che variazioni sui temi dell'antica tradizione omerica (e
pensare che il fascino dei poemi di Omero sta proprio nelle loro
divagazioni!) del reportage di guerra, di viaggio o d'altro. Quasi tutti
insistono nel raccontare storie: incuranti del fatto che, come fece notare
Nabokov, quando si matura ci si interessa più a come sono fatti i libri,
che non a ciò che essi dicono. Per fortuna il XX secolo presenta alcune
eccezioni, la più nota e illustre delle quali è rappresentata da Borges che
mirava soprattutto alla costruzione, come il suo letterato esemplare, il
Jules Menard delle Ficciones, di «puri
oggetti poetici» - un analogo di quegli oggetti ideali che sono le
grandezze matematiche - associando a questa impresa il recupero della piena
libertà del narratore e del lettore.
Facendo il bilancio complessivo di un corso di
letteratura inglese tenuto nell'università di Buenos Aires, Borges
identificava la libertà del lettore con quella di amare gli autori,
praticando i quali avesse evitato di pascolare nella noia: «non ho
insegnato agli studenti la letteratura inglese che ignoro, ma l'amore per
certi autori. O meglio, per certe pagine. O meglio, per certe frasi. Ci si
innamora di una frase, poi di una pagina, poi di un autore».
Questo circolo virtuoso, che congiunge matematica,
libertà e arte narrativa, compare anche in pittura?
Senz'altro. Mi limito a un solo esempio incentrato
sul riduzionismo cubista di Georges Braque e di Pablo Picasso esploso nel
primo decennio del secolo scorso. La più significativa tela del Picasso
cubista è il Ritratto di Ambroise Vollard del
1910. Nel quadro la figura appare come in uno specchio spezzato: ogni
scheggia riflette una sezione del volto o del busto secondo un piano
diverso, e la tridimensionalità è completamente delegata a una
ricomposizione mentale delle varie vedute bidimensionali, in accordo col
motto del grande pittore: «Io dipingo ciò che penso, non ciò che vedo».
Un'operazione matematica dunque che in qualche modo riflette una delle
grandi speculazioni dei matematici di quel tempo, la messa in questione
delle dimensioni dello spazio, ma anche una rivendicazione della piena
libertà nell'arte pittorica.
Sin qui Odifreddi. Alla fine l'intervistatore finisce
con l'avvertire, nell'esaltazione della matematica, il vertiginoso elogio
della libertà e forse ancora un'altra cosa. Dall'invidia per l'arte, lo
studioso è pervenuto a un senso di amore e gratitudine per la sua
condizione di matematico. In una parola, si è
accettato. Ma non diceva forse Sartre, nell'Età
della ragione, che la libertà è accettarsi?
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