RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2004
MARIA MATALUNO
[

RIDO
ERGO SUM

 

Secondo Ludwig Wittgenstein, «si potrebbe scrivere un buon trattato di filosofia che consista esclusivamente di battute di spirito». Una teoria che lo stesso pensatore austriaco dovette tentare di mettere in pratica, visto che le sue opere sono disseminate di domande come quella che, nelle Ricerche filosofiche, introduce la sua complessa teoria sul linguaggio privato: «Perché un cane non può simulare il dolore? E' troppo onesto?».

Scherzi a parte, sarebbe un errore pensare che non possa esistere un legame tra umorismo e filosofia, e che uno dei più complessi campi dello scibile umano non possa essere affrontato col sorriso sulle labbra. Ne è convinto John Allen Paulos, docente di Matematica alla Temple University di Philadelphia e autore di un originale e «spiazzante» libriccino: Penso, dunque rido. L'altra faccia della filosofia (Feltrinelli, 177 pagine, 9,00 euro). A offrire un'esperienza diretta di quella sensazione che Martin Heidegger avrebbe chiamato «spaesamento», è innanzitutto la copertina di questo libro: laddove ci si sarebbe aspettati un busto marmoreo col naso camuso di Socrate, il cipiglio severo di Seneca o il profilo aquilino di Kant, campeggia un colorato ritratto di Marx. No, non Karl, il filosofo del materialismo storico, bensì Groucho, al secolo Julius Henry Marx, l'attore degli anni Venti che insieme ai fratelli Harpo, Gummo e Zeppo è divenuto simbolo del motto di spirito e dell'ironia salace, del nonsense distruttivo e paradossale.

È lui il personaggio che Paulos ha scelto per fare da guida, insieme a Bertrand Russell, Lewis Carroll e lo stesso Wittgenstein, ai suoi lettori nel meraviglioso mondo di Sofia, e in particolare in quella parte della filosofia contemporanea che, tra logica, epistemologia e filosofia del linguaggio, riflette sulla verità e sulla falsità delle proposizioni, sulla differenza tra senso e significato, deduzione e induzione, probabilità e certezza. Così, ad esempio, è un'illogica battuta di Groucho - «Decisamente, io non entrerei in nessuna associazione disposta ad accogliermi come membro» - a introdurre le pagine in cui Paulos spiega gli oscuri paradossi logici sui quali, sin dai tempi di Zenone e della sua famosa gara tra Achille e la tartaruga, hanno riflettuto i pensatori di tutte le epoche, e che Bertrand Russell superò con la celebre «teoria dei tipi». La teoria del convenzionalismo scientifico di Poincaré, secondo la quale le leggi scientifiche sono in buona misura convenzioni travestite, è spiegata invece mediante una rielaborazione umoristica di una storia sufi. Il rapporto tra significato e riferimento, cardine della filosofia del linguaggio, è esemplificato da una serie di gustosi nonsense, alcuni dei quali tratti da Alice nel paese delle meraviglie, e la teoria dei sillogismi da ragionamenti assurdi come «Betty ama Ford. Ford è una parola di quattro lettere. Betty è una parola di quattro lettere».

Originale è anche il modo con cui Paulos tenta di chiarire l'impatto che le geometrie non euclidee hanno avuto sulla visione scientifica del mondo all'inizio del Novecento. Di certo nessuno aveva mai pensato di spiegare i principi della geometria iperbolica immaginando Kant che si presenta alla «Legnami Lobachevsky» per acquistare una tavola piana che soddisfi i primi quattro assiomi della geometria euclidea, e se ne torna a casa con un pezzo di legno a forma di sella…

Il sincretismo praticato da Paulos potrà apparire in alcuni casi azzardato, se non irriverente nei confronti di conquiste della scienza e del pensiero quali la meccanica quantistica, il falsificazionismo, l'intelligenza artificiale. Eppure non è raro incontrare, nella storia della filosofia, pensatori che abbiano fatto ricorso all'umorismo per spiegare le loro teorie o chiarire la loro posizione su un determinato argomento. Basti pensare a Socrate, maestro indiscusso d'ironia, che una volta, a chi si meravigliava del suo atteggiamento paziente verso un tale che lo aveva preso a calci, rispose: «Se mi avesse preso a calci un asino, l'avrei forse condotto in giudizio?». Anche Aristotele era dotato di un fine senso dell'umorismo. A chi gli chiedeva quale vantaggio avessero i mentitori, rispose: «Quello di non essere creduti, quando dicono la verità». Quanto a Cartesio, inizia il suo Discorso sul metodo con un'affermazione alquanto spiritosa: «Il buon senso è la cosa nel mondo meglio ripartita: ciascuno, infatti, pensa di esserne ben provvisto»; mentre il suo conterraneo Voltaire ironizza sul concetto stesso di filosofia: «Quando colui che ascolta non capisce colui che parla e colui che parla non sa cosa stia dicendo: questa è filosofia».

L'aspetto veramente originale dell'operazione tentata dallo studioso americano non è dunque l'accostamento tra filosofia e umorismo, ma l'individuazione dell'analogia che li unisce. Sia l'una che l'altro, spiega Paulos, non dovrebbero essere considerati come ambiti chiusi e autoreferenziali della cultura umana, bensì come due modi di porsi nei confronti della realtà, che dovrebbero precedere e accompagnare ogni altra forma di riflessione sul mondo: non diceva Wittgenstein che la filosofia è come una scala che va gettata via dopo esservi saliti? Sia lo humour sia la filosofia, insomma, hanno - o dovrebbero avere, - una natura «avverbiale»: non dovremmo studiare la filosofia, ma studiare filosoficamente la fisica, la matematica, la linguistica, la politica… Allo stesso modo, lo humour non deve rimanere concentrato su di sé, ma divenire un'attitudine costante verso la vita, che ci aiuti a considerare umoristicamente ogni circostanza, a parlare, scrivere e ragionare umoristicamente, a rispondere umoristicamente alle domande.

Un po' come fa Bertrand Russell nel dialogo con Groucho Marx immaginato da Paulos. All'osservazione di Groucho - «Il più della vostra filosofia, bella gente, sembra roba tecnica, da azzeccagarbugli. Che fine hanno fatto le grandi domande: il senso della vita, la morte di Dio, i diritti sulle mie repliche alla tv?» - l'inossidabile «Bertie» risponde con una frase che racchiude il senso di tutta la filosofia del Novecento: «E' più auspicabile qualche reale progresso sul significato di conferma e probabilità, sulla natura delle leggi logiche e scientifiche, sul riduzionismo, sull'intelligenza artificiale, sulle spiegazioni intenzionali, per esempio, che uno sterile blaterare sulle cosiddette grandi domande. Le grandi domande, almeno quelle sensate, saranno sempre lì. Talvolta trovano soluzione nelle risposte a domande più piccole, talvolta no. E se anche non ne trovano, certamente non è di utilità ascoltare gli sproloqui di soloni magniloquenti. Una coraggiosa ammissione di ignoranza sarebbe di gran lunga preferibile».

Come scrisse ancora una volta Wittgenstein, «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

 

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